acquaesapone Energia
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Regioni contro il bidone nucleare

Da nord a sud nessuno vuole le centrali atomiche, boom di "no" e ricorsi

Lun 26 Ott 2009 | di Francesco Buda | Energia
Foto di 2

Continua a crescere la voglia di pulizia, in tutti i sensi, nel settore energetico: dopo i cittadini, gli scienziati, gli esperti di economia e finanza, sono ora le Regioni a dire no alle centrali nucleari.
Quella che è una promessa di prosperità e progresso, è in realtà una minaccia che la maggior parte degli amministratori regionali respinge con forza, anche per le vie legali.

Chi lo vuole veramente?
Presidenti, Consigli e Giunte regionali di tutti i colori politici stanno facendo quadrato: i reattori atomici a casa loro non si fanno. C'è chi addirittura ha fatto ricorso davanti la Corte Costituzionale contro il Governo centrale, al nord, al centro e al sud. Un coro di no che chiede ai massimi giudici nazionali di dichiarare inconstituzionale  la legge 99 del 23 luglio,  che impone il ritorno a questa sciagurata forma di produzione dell'elettricità senza ascoltare le Regioni.
Queste sono infatti gli Enti, divenuti sempre più importanti e con maggiori poteri in tutti i settori, ai quali è istituzionalmente delegata la tutela del territorio e dell'ambiente. E ignorarne il parere – dicono i loro rappresentanti – è una prepotenza contraria alle regole e ai princìpi fondamentali della nostra Repubblica. Non si tratta di bon ton istituzionale, ma di imposizioni che minano pianificazioni di lungo periodo. Decidere dall’alto in questo modo significa mandare all'aria anni di lavoro e sabotare le programmazioni energetiche fatte dalle Regioni, cui è demandato il compito di studiare e scrivere i piani energetici regionali. In tutto sono undici le amministrazioni regionali ad aver fatto ricorso, aderendo all'appello delle associazioni Greenpeace, Legambiente e WWF.
Il Consiglio regionale sardo, invece, ha votato un impegno per «adottare tutti gli atti necessari a impedire in Sardegna la costruzione di centrali nucleari e la localizzazione di depositi per le scorie provenienti da reattori a fissioni». E nel parlamentino veneto la maggior parte dei Consiglieri, leghisti in testa, non si sognano nemmeno di far aprire cantieri atomici. Tanto che per evitare scossoni di Bossi e compagni, che sono d'accordo con il centrosinistra veneto, il governatore Galan dopo un iniziale “sì” ha dovuto fare retromarcia e dire che «in Veneto non ci sono siti adatti per una centrale nucleare».

Corto circuito istituzionale
«La nostra impressione è che queste pronunce di chi governa le Regioni si fanno più forti man mano che aumenta la probabilità, anche vaga, di dover ospitare centrali atomiche. Ecco perché, ad esempio, la Lombardia non alza la voce: pare infatti che sia abbastanza sicura di non avere i requisiti idrogeologici e geofisici», spiega ad Acqua & Sapone Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace, l'associazione ambientalista attiva ovunque nel mondo.
È un corto circuito istituzionale che mostra ancora una volta il vero volto di certe scelte, dovute ad interessi che non hanno a che fare con il vero benessere delle nazioni e delle popolazioni. Ora di zone disponibili ad accogliere questi  fantomatici progetti atomici, ne restano un paio in tutto il Bel Paese. Almeno fino ad ottobre, non si sono pronunciati gli abruzzesi, dove però le scosse sismiche di aprile hanno chiarito che forse non è il caso di piazzare da quelle parti gli impianti industriali più pericolosi al mondo... Trentino Alto- Adige e Val d'Aosta, secondo gli esperti, non hanno le caratteristiche per ospitare centrali nucleari. In Lombardia la posizione ufficiale finora non è di chiusura al nucleare, ma sotto la incrollabile condizione che a decidere dev'essere la Regione. I lombardi dovranno votare per il rinnovo del Consiglio e della Giunta regionale il prossimo marzo: chi se la sente, tra i politici, di dire ai cittadini della regione con più fabbriche, altiforni, scarichi e ciminiere del Paese che dovranno prendersi pure le centrali nucleari, scorie comprese? Resta il Friuli, che ufficialmente non si è pronunciato (almeno fino ad ottobre).
Saranno i friulani a prendersi allegramente uno, due, tre o tutti e quattro i reattori nucleari annunciati dal Governo? Vaglielo a dire poi ai siciliani di subire l’imposizione rinunciando alla loro “sacra” autonomia di Regione a Statuto speciale. In Sicilia, senza clamore, tra gli onorevoli regionali c'è aria di forte contrarietà all'atomo imposto da Roma, e chi conta pare orientato verso il “no”. A marzo 2010 si vota anche in Piemonte, Liguria, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Campania. E il Governo nazionale ha rinviato a dopo quelle elezioni la data per la scelta dei siti dove rifilare i “nuovi” reattori che si stanno dimostrando un disastro tecnico, economico, finanziario e persino giudiziario?

Forzature contro le persone
Intanto il nostro Ministro dello Sviluppo Economico, dopo aver strombazzato il “fidanzamento” tra Enel e i francesi di Edf a caccia di polli da spennare con i loro reattori, a fine settembre ha firmato un accordo con  americani e giapponesi. Ha detto che per il rilancio del nucleare in Italia il Governo «sta procedendo a tappe forzate». Una forzatura che continua a non piacere agli italiani e alla maggior parte dei loro rappresentanti territoriali.
E le persone italiane continuano a vedersi ignorate e raggirate nella loro volontà, forte e chiara dal 1987, quando bocciarono sonoramente il nucleare. Se ne sono accorti i telegiornali? Come mai non dicono che stiamo per imporre ai bambini di domani altre tonnellate di scorie eterne, velenose per migliaia e migliaia di anni ? Lo sanno che l'Italia non ha ancora un Piano energetico nazionale?  

 


Regioni contro
Finora sono 15 le Amministrazioni regionali che si oppongono alle centrali nucleari
sul proprio suolo. 11 hanno fatto ricorso 
Basilicata
Calabria
Campania
Emilia Romagna
Lazio
Liguria
Marche
Piemonte
Puglia
Toscana
Umbria
Sardegna*
Molise*
Sicilia*
Veneto*
* Non hanno fatto ricorso alla Corte Costituzionale    
 



Scienziati e cittadini: basta nucleare

Ha superato le 2.000 firme la lista di nomi della scienza, dell'università e della ricerca italiane che indicano la via delle fonti energetiche rinnovabili vere e invocano l'abbandono dei piani nucleari. L'appello lanciato dal Prof Vincenzo Balzani dell'Università di Bologna (www.energiaperilfuturo.it) continua a raccogliere adesioni di esperti e scienziati perché il nucleare è insicuro, ha costi incerti ed enormi, alimenta le disparità tra i Paesi e gli armamenti, ostacola le energie pulite, avvelena per secoli e secoli.
Chi studia ogni giorno la natura e le tecnologie dice no. Ma pure la gente che si informa ha capito che non ne vale la pena.
E non da ora, ma dal 1987, quando con tre referendum fu espulsa dall'Italia la più rischiosa e inquinante forma di produzione elettrica. Ecco qualche dato saliente.

82% degli italiani preferisce l'impiego di fonti energetiche rinnovabili anziché il nucleare, riferisce uno studio Ipso – Public Affairs del 2007.
61% dei cittadini europei (con punte dell'83%) afferma che l'energia nucleare dovrebbe diminuire, considerando i gravi nodi irrisolti e irrisolvibili della sicurezza e delle scorie eterne (Istituto Gallup per il Parlamento europeo, 2007).

68% degli italiani a marzo scorso, rispondendo al sondaggio de La Repubblica, ha detto che non vuole il nucleare. I “no” salgono ad oltre il 74% nel sondaggio del Corriere della Sera, sempre a marzo 2009, all'indomani del patto di Enel con i francesi di Edf. La bocciatura della bufala è ancora più sonora di quella registrata dai due massimi quotidiani italiani, nel sondaggio del più importante settimanale italiano, L'Espresso: 78% di contrari all'atomo.

72% degli italiani intervistati dall'Istituto Format ad ottobre 2009 ritiene che le attuali tecnologie nucleari non siano sicure e tre su 4 non vogliono reattori atomici nella propria provincia.
Anche dal Rapporto Italia 2009 del centro di ricerche socio-economiche Eurispes, emerge che la maggioranza degli intervistati boccia il ritorno al nucleare. Il 24 febbraio la Camera dei Deputati ha bocciato una mozione dell'Udc con cui si voleva impegnare l'Italia a riprendere la via nuclearista. Neanche a palazzo e nelle stanze dei bottoni c'è una volontà chiara e univoca. Questa è la realtà.
Di questi giorni, l'8 e 9 novembre 1987, gli italiani stroncarono l'avventura nuclearista, con tre referendum, dicendo basta a questa gigantesca fabbrica dei peggiori veleni e debiti da capogiro, che accentra immenso potere nelle mani di pochi e  alimenta il settore delle armi  più cattive che l'umanità abbia mai conosciuto.
Gli italiani non se la sentono di lasciare le scorie più insidiose a 12.000 future generazioni (una ogni 25 anni). La National Academy of Science Usa raccomanda infatti un tempo di custodia blindata tra i 300.000 e un milione di anni come periodo di riferimento per scegliere i siti che dovrebbero custodire i rifiuti radioattivi.
 



Il referendum che bocciò il nucleare

• Volete abrogare la norma che consente al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) di decidere dove fare le centrali se gli enti locali non decidono entro tempi stabiliti? Sì, 80,6%

• Volete abrogare l'obolo ai comuni che ospitano centrali nucleari o a carbone?  Sì, 79,7%

• Volete abrogare la norma che consente all’ENEL di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero?  Sì, 71,9%


Condividi su: