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A Current siamo liberi, davvero

Mariana Van Zeller, una giornalista in cerca di notizie

Lun 23 Nov 2009 | di Boris Sollazzo | Media
Foto di 4

Bionda, dolce, determinatissima. è su Facebook, dove ci informa del suo entusiasmo per la partenza per un agognato campeggio così come ci aggiorna sulle grandi inchieste che fa su Current. Una ragazza che cerca la notizia, invece di trovarla già precotta su internet e che la tv più libera del pianeta ha usato come immagine simbolo (il suo viso con gli occhi bendati) della lotta contro le censure e per la libertà d’informazione. Parliamo di Mariana Van Zeller. Una che da noi non è una celebrità perché è troppo giovane (trent’anni e spiccioli) e troppo rigorosa. In un paese gerontofilo e disonesto come l’Italia, sono qualità poco apprezzate in una giornalista. Qui ci racconta come la sua carriera è sbocciata, dopo che Current Tv ci ha mostrato tutto il suo talento con ben due documentari messi in onda nella sezione (la più bella del suo palinsesto) Vanguard.

Mariana, la sua ascesa inizia nel giorno più tragico della storia moderna dell’Occidente.
«Un mese dopo aver cominciato il Master in giornalismo mi trovai in mezzo alla tragedia dell’11 settembre. Avevo 25 anni, ero ancora in giro, a prendere confidenza con New York, quando successe tutto. E mi ritrovai con due chiamate al telefono, in contemporanea: mia madre che piangeva e mi pregava di non uscire di casa e la tv portoghese, con cui avevo già collaborato, che mi chiedeva di andare sul posto per fare la cronaca di quello che stava accadendo. Spiegando a mia madre che dovevo farlo, che era il mio lavoro, quello che volevo fare nella vita, ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Per tre giorni il mio è l’unico volto che hanno visto in Portogallo da New York, poi è arrivato un collega più esperto con cui abbiamo fatto decine di reportage e ricordo che nei live di allora, mentre parlavamo alla tv dal tetto di un grattacielo, io ero la più giovane, tutti avevano almeno 30 anni di esperienza sulle spalle».
 
Quello è stato il punto di svolta?
«Sì, ma soprattutto quello che ho capito allora era che non volevo fare “breaking news”, ma inchiesta, che non mi interessava tanto cosa era successo, ma come e perché quello che raccontavo era avvenuto. Queste erano le domande fondamentali per me».
Niente male per una giornalista così giovane. L’informazione non sembra amare le nuove generazioni.
«Io credo che, ancora più importante delle indubbie difficoltà che abbiamo noi giovani giornalisti, sia il disinteresse dei giovani stessi per le notizie più importanti, della loro presunta tendenza a non approfondire notizie e inchieste, la preferenza data a twitter e facebook a scapito di inchieste di respiro internazionale. Ma noi di Current, di Vanguard, pensiamo l’opposto, crediamo che questo interesse ci sia, ma non ci siano media che le offrano. Noi ci poniamo domande, non offriamo risposte preconfezionate. Non siamo supereroi molto coraggiosi, siamo al livello di chi ci guarda (il target del canale va dai 18 ai 35 anni), ragazzi curiosi alla ricerca di un’informazione più profonda».

Ma Current, come Acqua&Sapone, è tra le poche isole felici del giornalismo?
«Altre ce ne saranno, ma sono poche. Io so che non ho mai avuto queste opportunità in altri contesti lavorativi, non ho mai potuto soddisfare questa sete di sapere e di farlo nella massima libertà. Il giornalismo di Current, ora come ora, non esiste in nessun altro media. Ha ragione il nostro “capo” Laura Ling quando dice che la nostra missione è “to shine a light to dark places” (portare una luce nei posti oscuri). Non c’è censura, noi diamo la priorità alle storie che vogliamo fare, le decisioni sono collettive, non ci sono limiti. Perché non è vero che le persone non sono interessate a notizie o servizi più lunghe di due o tre minuti, è sbagliato, è solo che l’offerta è questa e basta. Pensaci: abbiamo persone che chiacchierano per ore sull’Afghanistan, ma nessuno o quasi che ci vada, capisca, racconti».

Certo, questo le attirerà antipatie, minacce, problemi, pressioni.
«Il punto è che una cosa che dico sempre è “se tutti sono contenti, allora non stai lavorando bene”. E a chi mi chiede perché scelgo sempre contesti drammatici, rispondo che il giornalista serve in tempi come questi, in cui il sistema ha delle falle, per mostrarle, non quando va tutto bene. Se si vuole fare questo lavoro, se si ha questa passione, questo a mio parere è il tuo ruolo. Abbiamo vinto i più importanti premi nazionali e internazionali, ma senza il budget degli altri network. E così rimaniamo vicini alle nostre storie, lavoriamo senza macchine con autista o hotel a 5 stelle, ci muoviamo in autobus e in treno, dormiamo in alberghi normali».
 
Parla uno splendido italiano. Verrà a indagare anche da noi?
«In Italia vorrei tornare da anni per fare un’inchiesta, avevo anch’io un’idea simile a quella del mio collega Kristof, che è arrivato fino a Castelvolturno per parlare di disagio razziale e nuove vie della criminalità. Ci sono tanti soggetti importanti da raccontare, a cominciare da Berlusconi, ovviamente. Ma da trattare in maniera diversa, originale, non con l’approccio consueto».
 
La tua penultima inchiesta sulle droghe legali apre uno squarcio incredibile sul fenomeno della tossicodipendenza a stelle e strisce
«Quella della prescrizione legale di droghe è un dramma enorme. Le medicine prescritte e il loro abuso escono sulle prime pagine solo con i divi che ne rimangono impelagati: eppure tra Heath Ledger e Michael Jackson, vittime illustri del fenomeno, ci sono stati 6000 morti solo in Florida, qualcosa come due 11 settembre. Indagando ho scoperto che la Florida ormai è la Colombia delle medicine prescritte. Ho capito che le persone dovevano sapere, io lo trovo scandaloso, un sistema assurdo e spaventoso. Pensa che in un piccolo distretto della Florida trovi almeno 100 cliniche di trattamento del dolore in cui un medicinale che non è altro che eroina è disponibile in 15 minuti».

L’ultima avventura?
«Ora, in Sri Lanka, per la guerra al terrorismo. Per indagare sulle Tigri del Tamil, quelle che sono chiamati The original gangster, the bad boys del terrorismo moderno, hanno fatto più attentati suicidi di Hezbollah e Hamas messi insieme. E loro hanno fatto scuola, letteralmente. Voglio andare a fondo su tutto questo, perché, guarda un po’, di loro non si parla affatto, pur essendo i più pericolosi tra tutti, avendo mostrato la strada agli attuali “nemici” del mondo “civile”».           

 


 

NON MI PIACE VINCERE FACILE
Una biografia di fatti non parole. Giornalista da sempre, anzi da prima. Portoghese, viso sexy e molto simpatico, Mariana ha cominciato da ragazza a scovare notizie e collaborare con vari media. Che il destino la volesse reporter d’assalto, sempre alla ricerca di temi complessi e pericolosi, questa amazzone della notizia lo capisce quando si trova nel settembre 2001 per un master di giornalismo a New York. Si ritrova a Ground Zero, corrispondente improvvisata della tv nazionale portoghese, la più giovane in quei giorni a Manhattan. Non si fermerà più, inanella consensi e inchieste, fino alla collaborazione con Current tv, la televisione libera senza pressioni editoriali né economiche, né politiche fondata da Al Gore. Proprio per questa tv internet (e viceversa) ha indagato sulle droghe prescritte dal medico o dalle cliniche del dolore, nuovo cancro americano, e sulle Tigri del Tamil, gruppo padre di tutti i terrorismi moderni, per strategie e tattiche. Insomma, non le piace vincere facile.
 


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