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Il Nobel a chi rispetta il creato

La gestione comunitaria e sostenibile dei beni funziona. La scienza se ne accorge

Lun 23 Nov 2009 | di Francesco Buda | Attualità
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La gente, se si mette insieme con amore e coscienza e interagisce in modo sano con l'ecosistema, fa buona economia. Buona per le persone e per la natura. Se ne stanno accorgendo anche nelle Università e nelle élite accademiche.
Il 2009 lo ricorderemo anche per questo: il Premio Nobel per l'economia alla professoressa Elinor Ostrom per i suoi studi sulla cooperazione “dal basso” e sulla capacità delle comunità delle risorse può esprimere una convivenza sostenibile ed efficace.
È la prima donna a ricevere l'ambìto riconoscimento, da quando 40 anni fa è stato istituito. Una bella novità. Ancora più bello è che a fare notizia sono le persone, le collettività e il creato, anziché Stato e mercato, i due “grigi” protagonisti dell'economia moderna. Conclusioni alle quali vari popoli, senza università, ci sono arrivati da secoli.

La “scoperta” della condivisione
La Ostrom, 76 anni e una grande giovialità, incentra i suoi studi sulla gestione collettiva dei beni comuni e spiega come può essere assai più rispettosa ed armoniosa una gestione comunitaria delle risorse, non ristretta quindi nelle morse mercantilistiche né schiava dei diktat delle autorità. L'uomo non è più evoluto se è proprietario esclusivo, né un bene per essere ben usato e valorizzato dev'essere per forza dato in proprietà a un privato o a un potere pubblico.
Si superano così certe precedenti teorie economiche e una consolidata mentalità anche scientifica, che vogliono la persona mossa principalmente dalla molla del profitto o della regola autoritaria. La storia dei popoli mostra che per gestire fruttuosamente le risorse, soprattutto le più preziose come quelle ambientali, non è indispensabile sottoporle al controllo di padroni, pubblici o privati, come pretendevano modelli teorici che hanno segnato e continuano a segnare la nostra storia.

Persone, Comunità e bene comune
Stato e mercato, insomma, non sono le uniche due realtà possibili. Le ricerche della neo-Premio Nobel portano come esempio la cura e l'utilizzo dei pascoli alpini e delle foreste, o le soluzioni dei pescatori di aragoste del Maine per salvaguardare la loro fonte di sussistenza (mare e pesce). Realtà che, senza tante strutture e organismi esterni o piramidali, testimoniano economie valide messe in campo direttamente dalle popolazioni locali, capaci di trarre vantaggi e frutti per vivere, ma pure di assicurare il mantenimento e la rigenerazione delle risorse di tutti per le future generazioni.
E in un'epoca di cannibalismo economico-finanziario, è una grande “scoperta”, che ci aiuta a rimettere al centro la persona e il valore del bene comune e magari a renderci conto che acqua, aria, suolo, oceani, ma anche fiducia reciproca e solidarietà, sono tesori da coltivare. E al centro della persona c’è il rispetto di sé e degli altri e della natura.

Oltre il mito di Stato e mercato
La Ostrom rompe vecchie fissazioni e tradizioni accademiche, sociali, politiche, economiche: da un lato indica che i singoli governi non possono controllare situazioni ed equilibri di tutto il pianeta. Dall'altro, studiando l'interazione tra esseri umani ed ecosistemi, evidenzia che le persone e i popoli nei millenni hanno creato patti e strategie che hanno garantito la conservazione di fiumi, laghi, mari, monti, alberi, animali e piante. Senza chissà quali apparati, manager, ministri, sottosegretari, prof, ordinamenti e procedure.
Sarà bene tenerne conto, soprattutto in questi tempi di privatizzazioni selvagge, che vanno contro le risorse comuni e contro le persone e non tutelano né comunità né ambiente (basti pensare all’acqua: sempre più controllata da multinazionali, è trasformata in merce).

Convenienza e scambi umani, prima che economici
«Gli esseri umani hanno grandi capacità e in qualche modo abbiamo avuto l'idea che i funzionari avessero capacità genetiche che il resto di noi non ha», ha detto la Ostrom. Basta guardare con rispetto un bimbetto che gioca e che scopre per rendersi conto di cosa sia “avere talento” e creare. L'identità, la creatività, il trovare soluzioni efficaci, rispettare ambiente e propri simili non possono dunque dipendere da notai, azzeccagarbugli, leggi o scartoffie. Regole e strutture, semmai, sono buone e funzionano se si è “ricchi dentro” e saggi, se le norme esprimono direzioni che partono dalle persone e dalle realtà che vogliono ordinare e orientare. Elinor Ostrom sottolinea la convenienza del cooperare, del gestire e risolvere insieme, l'importanza della comunità, dello stimolo ai talenti individuali e di gruppo. Enfatizza il rispetto delle regole condivise perché ritenute giuste e scelte in virtù dell'esperienza, frutto dello scambio tra persone, anziché per mero calcolo o obbedienza.
Anziché fissarsi sul possesso, sulla proprietà individualista o del clan o sul mito della competizione, allearsi conviene, è un'ottima via per far venire fuori i meriti e i talenti a beneficio proprio e degli altri, per oggi e per domani.  

La vita, prima delle teorie
La cooperazione, la condivisione e l'auto-organizzazione “dal basso” vanno favoriti dalle istituzioni, «ma non con formule» – sottolinea la Ostrom, contestando quelli che invece «creano rigide formule e danno alla gente regole dall'alto e gli dicono “adesso questo è tuo”. E questo non ha funzionato».
Parola di Premio Nobel. Ma la vita funziona di per sé secondo armonie espresse da persone rispettose di Dio, di sé, degli altri e dei beni di tutti, pure senza modelli e teorie. Spesso, malgrado le teorie.

I miei amici indigeni insegnano...
I miei amici indigeni Nasa della Colombia, ad esempio, ce l'hanno dentro da secoli e secoli il rapporto con il Creatore e con il creato che gli dà da vivere, la sussistenza nel rispetto della terra, dell'acqua, del cielo, il “noi”.
Per loro l'agricoltura biologica è il normale e tradizionale metodo di coltivazione. Li ho incontrati con Italia Solidale – Mondo Solidale, sono uno dei popoli precolombiani meglio “conservati” nell'intera America Latina, hanno loro proprie forme di organizzazione e di “democrazia” che si tramandano da sempre, scelgono le loro autorità e rappresentanti in base allo spirito, alla serietà e alle capacità che dimostrano di avere. Da un po' il Governo ha iniziato a dare terreni in modo burocratico ai più poveri tra loro, sempre più espropriati dalle multinazionali che si accaparrano intere aree per le coltivazioni intensive e cacciano i poveri che stanno lì da secoli -, ignorando le esigenze interiori delle persone.
«Ma non funziona molto – racconta Reinel, uno di loro –, perché così, senza un sostegno personale e comunitario, aiutando l'anima della gente a tirar fuori le forze, a capire la radice dei problemi, interni ed esterni, le persone restano ferme sulla materia e sulle sofferenze, restano più o meno passive. Io invece – spiega questo sapiente indigeno che è stato anche un loro “amministratore” - con il mio pezzetto di terra, insieme a Italia Solidale che mi sostiene come persona con la mia comunità, sto molto bene, non mi manca nulla e dò una mano alle altre famiglie vicine».
Partendo dalla sua vita, questo contadino colombiano testimonia in poche parole cose che somigliano molto alle conclusioni della Premio Nobel. Reinel non è istruito.
Ma è sapiente, ha una cultura millenaria.
Il suo premio lo vince ogni giorno, alla scuola della Vita, in mezzo a esercito, paramilitari e guerriglia, e la sua cultura la coltiva tra caffè, patate e bambini.  


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