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La vera gentilezza, per natura

“La gentilezza viene dal cuore, spontanea, disinteressata e accogliente, cosa diversa dalla cortesia, che è formale ed esteriore”. “La gentilezza è contagiosa e ci aiuta a vivere meglio nella società”.

Lun 30 Nov 2009 | di Paola Simonetti | Attualità

Morta e sepolta. Relegata ad un ricordo di archeologia comportamentale. Uccisa forse dalla legittimazione dell’insulto in tv, a scuola, in famiglia, dalla ferocia del ritmo frenetico metropolitano dove il sopruso è legge di sopravvivenza; soffocata sicuramente dalla violenza incontrollata ed esibita, che quasi non ci fa più orrore. A ben guardare il panorama sociale, sembra proprio che la gentilezza umana si sia estinta. Quella intesa, al di là del gesto formale, come apertura, attenzione, rispetto per l’altro. Un barlume ne resta ancora sui vocabolari di lingua italiana moderni. Qualche sinonimo ne chiarisce lo spessore: “Dolcezza, benevolenza, sensibilità, educazione”. La sua declinazione di significato appare infinita. Non è un caso se alcune fra le più memorabili battaglie umane che la storia ricordi, nel concetto di gentilezza hanno trovato il loro rivoluzionario e potente fondamento: grandi saggi della Terra come Gandhi e il Dalai Lama, vi hanno rintracciato teorizzazione e pratica del pacifismo e del rispetto degli umani tutti; ancor prima di loro, la Bibbia ne sanciva il collegamento con il supremo discernimento, la saggezza. Eppure, al di là dei più alti concetti filosofici, qualcuno può giurare che la gentilezza sia una pianta che cresce spontanea anche nel banale quotidiano di ognuno: condividendo una degenza in ospedale, nei contesti di calamità naturali, quando il caso ci toglie persone care o anche solo quando una difficoltà ci coglie in strada Perchè la gentilezza vera, quella è presente nella nostra natura profonda. Perciò il nenonato naturalmente la attende da tutti. Presi nello sconforto del nostro accidente possiamo perdere di vista che intorno a noi germogliano mille piccoli atti di autentica gentilezza. E il loro valore sconfinato meriterebbe di essere sempre premiato con un sentimento che ne è diretta emanazione: la gratitudine. Un esempio, finito alla ribalta della cronaca, ha saputo darlo un’anziana francese prima di spegnersi, quando all’inizio dell’ottobre scorso ha lasciato in eredità i suoi beni a 200 persone che si erano dimostrate gentili con lei nella sua vita solitaria: farmacisti, cassieri di supermercato, negozianti, autisti di autobus e infermieri, di cui si era annotata i nomi per anni. Ciascuno di loro ha ricevuto una somma di 1200 euro. L'intenzione, ha spiegato l'avvocato della generosa signora, è stata quella di portare allegria al maggior numero di persone possibile, probabilmente la stessa che lei aveva tratto dai gesti generosi ricevuti. Un curioso fatto di cronaca, che ci racconta non solo come la benevolenza riesca a sopravvivere malgrado tutto, ma come possa rivelarsi un flusso d’energia benefica a lungo termine. Se esercitata in modo costante, potrebbe generare effetti forse per noi inimmaginabili, anche a livello planetario. Essere gentili, insomma, conviene due volte: a chi dà e a chi riceve. Ne era convinto lo stesso Gandhi quando affermava che “"la fragranza rimane sempre nella mano di chi porge la rosa”. Lo ribadiscono ancora oggi i molti fautori del recupero di questa attitudine dell’animo, come Piero Ferrucci, psicoterapeuta, filosofo e scrittore, un convinto assertore di questa teoria, descritta nel suo “La forza della gentilezza”, volume edito dalla Mondadori. «Essere gentili ha ripercussioni positive sulla salute, ma anche su quello che ci gira attorno, questo è stato ampiamente dimostrato scientificamente – spiega -. Dà un senso all’esistenza, fa superare i problemi che ci affliggono. Ha il potere di modificare profondamente la nostra psiche. Si pensi solo – prosegue Ferrucci -, a quanta amarezza può lasciarci un litigio violento. Dopo, per quanta ragione possiamo aver avuto, ci si sente quasi sempre deprivati di qualcosa. Di un atto gentile difficilmente ci si pente». Lo sa bene Giorgio Aiassa, presidente del Movimento italiano per la gentilezza nato nel 2000, il cui obiettivo è quello di “concreta diffusione della gentilezza fra i concittadini, del senso civico, dell’ambiente, nel quadro di una più armonica e rispettosa convivenza tra gli uomini”. Partire dai giovani e dalle scuole con iniziative e progetti rappresenta il primo vero investimento secondo Aiassa, per tracciare un cammino solido di maggiore civiltà. Non a caso l’ispirazione, che ha portato il presidente del Movimento ad applicare la gentilezza e a fondare l’organizzazione, è stato proprio un episodio di gioventù: «Mi ritrovai senza benzina in piena campagna. Chiesi aiuto ad un contadino, con le mani sporche di terra e la barba trascurata. Senza fiatare andò ad attingere ad un barile due litri di benzina, che mise in un bottiglione tappato con il torso di pannocchia. Quando gli chiesi quanto dovevo per il favore, l’uomo disse: “Niente, io sono già soddisfatto ” e aggiunse: «nella vita guardati attorno, c’è molta gente che ha bisogno e non chiede nulla. Aiutala! Anche tu proverai la soddisfazione e la felicità che provo io ora. Questa frase mi colpì in modo così duraturo, che ancora oggi mi guida». Nessuna retorica, solo fatti, che Aiassa ha messo in campo soprattutto dirigendo un’azienda di artigianato: «Per molti anni ho gestito il personale di una piccola fabbrica di manufatti, applicando la regola della gentilezza – racconta -. Mi resi conto che si ottiene di più valorizzando il lavoro di un individuo piuttosto che criticandolo. Ad ognuno di quegli operai facevo arrivare l’apprezzamento e il rispetto per le loro abilità. Non solo. Chiedevo loro di mettere anche la loro creatività, le loro idee. Risultato: gli artigiani lavoravano più sereni, producevano di più e collaboravano fra di loro in modo inconsueto. Venivano in fabbrica contenti». Una tecnica che in verità, tra la fine dell’800 e l’inizio del secolo scorso uno dei primi teorizzatori dell’arte manageriale, il francese Henry Fayol, aveva già inserito fra i 14 princìpi cardine di una buona organizzazione aziendale. Al punto 11 si legge: “Equità: i manager dovrebbero essere gentili e leali con i loro subordinati”. Un vero motore dunque, la capacità di essere aperti agli altri, in grado di trasformare in energia interiore e pratica una qualità, che, se innegabilmente è andata appannandosi a seguito di quello che Ferrucci definisce “raffreddamento globale" dei sentimenti, è tuttavia, a suo dire, lontana dall’estinguersi: «Non condivido il pessimismo di chi dice che la propensione alla gentilezza è morta. Coloro che non la colgono, forse sono troppo concentrati sul negativo. La realtà, e la natura, ci dicono che gli umani non si sono ancora estinti, malgrado guerre feroci e disastri naturali, non solo perché sono forti, ma perché di base hanno dalla loro amore e buoni sentimenti. I nostri geni ce lo impongono». Di fatto, sottolinea Ferrucci, siamo figli di un atto di generosità: «Gli scienziati hanno scoperto che il cammino dello spermatozoo, che si fa strada fra gli altri per fecondare un ovulo e generare vita, è tutt’altro che un atto di prepotenza, ma frutto della collaborazione di tutti gli altri spermatozoi, che nella corsa gli danno una mano a farcela». A fare il resto, la struttura del lavoro di cura che gli umani operano sui loro cuccioli: «A differenza dei primati, per esempio, che accudiscono i piccoli per pochi mesi, gli uomini si prendono cura dei figli per anni. Molta parte dell’organizzazione della nostra società è basata su questo concetto, dal quale derivano tutti gli altri atti di solidarietà che siamo capaci di mettere in pratica». La gentilezza e l’amore sarebbero dunque struttura geneticamente preponderante del nostro essere. Il male, quindi, sarebbe un’eccezione, un’anomalia. Eppure, è innegabile che troppo spesso, nelle moderne società, un malessere sotteso impedisce di avere fiducia piena nel prossimo, paura e incertezza diffuse sottraggono la capacità di lasciarsi andare a rapporti umani spontanei e pieni di autentica attenzione all’altro. A remare contro, secondo Ferrucci, c’è il timore di soffrire, una paura che inibisce l’istintiva inclinazione degli umani verso i sentimenti più positivi. Si profilerebbe sempre più, dunque, la necessità di un’educazione sentimentale sin da bambini, quella che potrebbe consentirci di sostenere i fisiologici urti che il vivere pienamente l’esistenza ci provoca, conoscendo il dolore, sapendolo sentire e affrontare. «Occorre reimparare a sapersi “esporre”, donando quel che si ha a disposizione – conclude lo psicoterapeuta -. L’attitudine alla gentilezza può essere ritrovata solo così. Non sono rari i pazienti che ho in cura, che nel recupero della luce che hanno dentro, con lunga e complessa terapia, si sono saputi liberare di rancori insostenibili. Il perdono è una delle chiavi. Non certamente inteso come superficiale buonismo e condono del torto subìto, ma nel suo constastarne la gravità e nel comprenderne la radice. Il rancore fa male soprattutto a chi lo vive, può divorargli l’esistenza. Gli strumenti per cambiare direzione sono già in nostro possesso. Usiamoli».


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