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Acqua: ce l'hanno espropriata

il Parlamento ha privatizzato i servizi idrici. Le lobby brindano... e gli italiani pagano

Ven 08 Gen 2010 | di Francesco Buda | Acqua
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«L'esperimento con la privatizzazione dell'acqua è fallito». Parola dell'Unità di Ricerca Internazionale sui Servizi Pubblici (Psiru) dell'università inglese di Greenwich.
Un loro recente Rapporto dimostra che si sono pure persi più posti di lavoro e la produttività complessiva del sistema - infarcito di corruzione - non è cresciuta con la gestione privatizzata.  Conclusione maturata proprio in Inghilterra, “patria” delle privatizzazioni. Chiarisce bene la verità.
Il clamoroso fiasco è riconosciuto anche dalla principale responsabile della aggressiva politica economica tesa ad imporre ai governi la privatizzazione dei servizi idrici: la Banca Mondiale, attraverso la sua agenzia Ppiaf. In Italia, in poche parole, questo flop lo possiamo riassumere così: rincari (anche illegali), servizi peggiorati, oltre il 35% di acqua dispersa in rete, acqua staccata con metodi da far west persino con scorta armata (come in provincia di Latina), sperperi, presunte frodi, un italiano su tre senza depurazione, nemmeno metà degli investimenti previsti realizzati per manutenzioni e migliorie agli impianti.

Informazione dormiente
Non pare che se ne siano accorti i Tg e l'esercito dei presunti giornalisti: poche e tentacolari società straniere ci hanno espropriato l'acqua rifilandoci un bidone. A stendergli il tappeto, il Parlamento italiano.
Questo mentre in Francia, terra delle due principali multinazionali che espropriano l'acqua ai popoli e già molto presenti in Italia, si fa l'esatto contrario. A Parigi dal primo gennaio il Sindaco si è ripreso reti ed oro blu. Dopo 25 anni di malagestione e corruzioni, non ha rinnovato il contratto ai due colossi privati che si erano spartiti la gestione idrica a sinistra e a destra della Senna. Gli stessi che si sono presi buona parte dell'acqua italiana!
E così in varie parti del mondo: Africa, Usa, Canada, Sud America. Qui invece annunciano la fregatura come una grande riforma...
Conserva questo articolo, assai probabilmente queste cose non le troverai in Tv e sui giornali. Nessun organo d'informazione ha la libertà e l'indipendenza di poterle dire e dirle in questo modo. E quasi nessuna formazione politica ha interesse a dirle.


La Casta svende a pochi l'acqua di tutti
La “casta” ha infatti regalato il nostro meraviglioso patrimonio idrico ai furbetti del rubinetto, società di mercanti senza scrupoli che trattano la più vitale e preziosa risorsa come una merce e le persone come clienti da spremere.
Non siamo contro chi fa impresa e senz'altro l'iniziativa di chi investe e rischia in prima persona va apprezzata. Gli stessi lettori e lettrici non di rado ci dicono che la rivista Acqua & Sapone, caso per ora unico nel suo genere in Italia, è un esempio di come i privati possano esprimere un buon lavoro ed offrire alla gente frutti e servizi efficaci. Per giunta senza quegli enormi contributi statali che altre testate intascano. Prima della nostra opinione, comunque ben documentata, a parlare è l'esperienza maturata – sulle spalle di intere popolazioni – in Italia e in gran parte del pianeta.
L'acqua in mano ai privati è un flop mondiale. Ma da noi continua a trovare alleati e tifosi ai massimi livelli del potere politico.

Politici “privatizzati” privatizzano l'acqua
A novembre il Parlamento ha vietato al potere pubblico (Province e Comuni) di gestire da solo acquedotti, fognature e depuratori. I servizi pubblici locali, compreso quello idrico, dovranno invece essere affidati a società possedute in modo massiccio da soggetti privati. Questi per legge dovranno avere dal 40% in su del capitale sociale, quindi potranno anche accaparrarsi tutto loro.
Perciò le quote in mano pubblica non devono superare la soglia del 60%. E perché proprio tale cifra? Per prosciugare il peso degli enti che rappresentano l’interesse superiore del bene comune, visto che il codice civile dice che con i due terzi del capitale sociale (il 66,6%) si ha il totale controllo della società.
Stesso andazzo nel caso delle società quotate in borsa: entro il 2015, i Comuni non potranno avere più del 30% del capitale sociale in tali aziende idriche, che poi sono la maggior parte. Quindi il privato con il suo 70%, cioè più dei due terzi del capitale sociale, avrà il controllo totale della gestione idrica... magari per “giocare” in borsa i soldi rastrellati con le bollette.
Cioè nel giro della speculazione finanziaria.
Operano in borsa Acea, partecipata da un colosso francese, che comanda nella Capitale, nella provincia di Roma e in intere fette del Paese, e anche la A2A di Milano e Brescia.

Lobby politico-affaristica
Altro trucchetto: l'attuale socio pubblico, quando dismetterà la propria parte riducendola al 30%, potrà scegliere a quale privato dare le proprie quote che superano quella soglia.
Ciò vuol dire che i politici hanno ancora più potere potendo decidere a quale privato cedere pezzi di potere pubblico. “Privatizzata” è insomma certa politica. La “casta” ha imposto questa manovra, ancora una volta, con regole scritte in modo ingarbugliato, ma con una mira perfetta: paiono “cucite” addosso a certe lobby. L'acqua, dono di Dio a tutti, viene sempre più ceduta dai politici a pochi prepotenti giganti economico-finanziari, gettandola nell'orgia delle speculazioni finanziarie, come quelle che hanno generato la crisi globale iniziata nel 2008.

Slogan fasulli e giri di parole
I Telegiornali non ne parlano, e se fiatano non dicono come stanno davvero le cose. I politici ed altri tecno-burocrati dicono che la nuova legge sull'acqua è un grande passo avanti per migliorare il servizio in Italia e che non è privatizzata l'acqua, ma il servizio.
Una finezza che non convince nessuno: sì, le reti restano sulla carta in mano pubblica; ma il controllo vero è in mano ai privati, di solito stranieri. Come dire: «L’acqua è tua, ma me la paghi al prezzo che faccio io, come e quando dico io». E le bollette sono infatti i privati a deciderle, spesso collegati ad inflessibili banche ed azionisti che investono in questo nuovo petrolio del 2000. Infatti le bollette devono garantire l'alimentazione all'intero carrozzone ed il guadagno ai privati.
E se c'è un buco di bilancio, si ripiana aumentando la bolletta.  Ci prendono insomma questa essenziale risorsa, attraverso tubi e impianti realizzati con soldi e sacrifici dei nostri nonni, padri e  madri e ce la rivendono salatissima e la usano per fare affari.

“Liberalizzazione” senza libertà né libera concorrenza
Questa legge che privatizza l'acqua è stata approvata sotto la “mannaia” della fiducia al Governo (se non passa, si rischia tutti la poltrona) come straordinarietà e urgenza. Urgeva – dicono – attuare l'obbligo di privatizzare imposto da regole europee.
In verità quello che l'Unione Europea impone ai Paesi membri è solo di scegliere se considerare il servizio idrico un servizio a rilevanza economica, e dunque da gestire secondo logiche di profitto, oppure no. Cioè se trasformare l'acqua in merce. Potevano benissimo decidere di trattare l'acqua come bene non economico da far gestire a soggetti pubblici.
E invece hanno scelto di passare alla cosiddetta liberalizzazione. Parola che dovrebbe significare più aziende che si fanno concorrenza, cercando di migliorare la qualità dei servizi offerti e magari contenere i prezzi per acquisire clienti. In realtà, siamo di fronte a pochi enormi multinazionali che fanno shopping di risorse naturali in giro per il mondo e concentrano il potere economico finanziario in poche mani. Parlano di libero mercato, ma è ovvio che chi si trova a gestire l'acqua in una certa zona è di fatto in posizione dominante, da monopolista: non ha rivali, è l'unico a comandare su quel bene e su quel servizio. A chi credono di convincere i politici fautori di queste manovre? Dire certe cose significa o ignorare la realtà o essere bugiardo.

Monopoli contro la Persona
Già adesso sulle acque degli italiani in molte parti le decisioni vengono prese a Parigi, sede delle due principali multinazionali che si sono spartite il business idrico in Italia.
Il nostro Servizio segreto civile Sisde ha espresso un richiamo nella 54esima Relazione al Parlamento, parlando di «minacce alla sicurezza economica nazionale» per via del crescente controllo di società estere sull'acqua. Moltissimi italiani in tutto il Paese, anche amministratori pubblici, parecchi Sindaci, se ne sono accorti. Hanno presentato una proposta di legge di iniziativa popolare firmata da oltre 406.000 persone, di tutti i colori politici, per custodire l’acqua come bene e diritto unversale, anziché merce, e sotto il pieno controllo del potere pubblico e dei cittadini.
Una iniziativa storica. Basti pensare che ne bastavano 50.000 di firme. Tutto ignorato. Inascoltati anche gli appelli del Santo Padre Benedetto XVI, di vari coraggiosi Vescovi, parroci e sacerdoti. In Bolivia, i privatizzatori, sono arrivati a vietare ai poveri di raccogliere acqua piovana... poi, però, li hanno cacciati. Qui gli spalancano le porte.

A chi deve lucrare, le reti rotte rendono di più... Perché ripararle?
I privatizzatori della vita promettono di investire di tasca propria, di apportare risparmi, efficienza e progressi nell'interesse di tutti. Di fatto, queste privatizzazioni senza libera concorrenza sono meccanismi per accaparrarsi i beni principali per la vita e fare affari sulla pelle dei cittadini, succhiargli soldi con bollette e finanziamenti pubblici. Infatti le reti sono ancora colabrodo. Se uno deve vendere e fare più profitto possibile, che interesse potrà davvero avere a ripararle e dunque a ridurre il fatturato? Solo un misero 5,6% degli investimenti nel sistema idrico italiano è stato realizzato per ridurre le perdite nel 2007, rivela il Rapporto 2009 del Coviri (Comitato per la vigilanza sull'uso delle risorse idriche). E nel 2008 il Coviri ha calcolato che i gestori idrici hanno realizzato solo il 49% degli investimenti programmati. Dal 1999 al 2005, afferma l'Istituto nazionale di statistica, l'efficienza degli acquedotti è diminuita di quasi il 3%. Tutto ciò, nonostante l'arrivo delle multinazionali idriche. 

 



Le assurdità dell'acqua privatizzata
• Finta concorrenza, tutto in mano a pochi
• Italiani espropriati dell'acqua controllata da stranieri
• Acqua trasformata in merce
• Staccano l'acqua a mano armata, contro leggi,  sentenze e persone
• Un italiano su 3 senza depurazione
• La depurazione la deve pagare pure chi non ce l'ha
• Rischiamo multe europee
• I Tg non parlano di queste assurdità
• Soldi degli utenti italiani finiscono all'estero
• Oltre il 35% dell'acqua continua ad essere dispersa in rete
• Le bollette aumentano, l'efficienza diminuisce
• Controlli “addomesticati”

 




Depurazione da pagare, anche se non c'è
La Corte Costituzionale aveva bocciato l'assurda regola che obbligava la gente a pagare la depurazione anche se non veniva fornita. Ma il Parlamento ha ri-stabilito l'assurdità il 26 febbraio scorso: in sole 7 settimane e mezzo si è affrettato, sotto l'imposizione del Governo, a reintrodurre l'ingiusta ed incostituzionale norma, togliendo agli utenti la possibilità di ottenere il rimborso di quanto pagato ma non dovuto.
Nel 2005 il 36,5% degli italiani risultava non collegato alla rete fognaria (Istat). Il prezzo più caro è l'inquinamento di fiumi, mari e laghi, a causa di depuratori rotti o inesistenti. Nel solo Lazio, la Guardia di Finanza con le autorità di sanità regionale, ha trovato in 6 anni di indagini (2003-2009) 7 depuratori su 10 fuorilegge, con punte dell'86% di irregolarità (a Latina e provincia).

 



Regioni all'attacco «Legge incostituzionale»
La Regione Piemonte non ci sta: questa privatizzazione selvaggia è contraria alle norme fondamentali del nostro Paese. E così chiede alla Corte Costituzionale di bocciarla. Questo perché – giurano i il Governatore e gli Assessori piemontesi – questa legge riduce i diritti fondamentali dei cittadini, prevarica i poteri delle Regioni, viola la libera concorrenza e vari trattati europei. Anche la Puglia, dove l'acqua è stata affidata a una società tutta pubblica, e l'Abruzzo annunciano di fare simile ricorso alla Corte Costituzionale. Liguria, Emilia Romagna e Piemonte avevano già impugnato il decreto legge 112 del 2008, che considera l’acqua come merce.
 


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