acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

John Lasseter: “Sogno o son desto?”

Ecco chi ha inventato Nemo, Wall-E, Cars, Toy Story e Gli Incredibili: un uomo normale dal talento eccezionale

Ven 08 Gen 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 7

La faccia è quella di un uomo normale. John Lasseter doveva essere probabilmente quello che a scuola passava inosservato, che magari veniva più o meno bonariamente preso in giro - "beccato!" - e che negli approcci sentimentali forse era goffo e un po’ buffo. Ora è un genio riconosciuto, l'erede (forse, e non è una bestemmia, più bravo) di Walt Disney, l'uomo che ha reso il mondo, non solo del cinema, più bello. Grazie al pesciolino Nemo, al robottino romantico Wall-E, agli improbabili Incredibili, alle spericolate Cars, al vecchio e il bambino di Up, alle Toy Story. Lui ci ha regalato una factory che ha saputo resistere ai colossi per batterli, prima, e "sfruttarli" dopo. In una parola parliamo della Pixar, un miracolo che nasce da quest'uomo normale dal talento eccezionale. I suoi film d'animazione uniscono grandi e piccini davanti a piccoli e grandi schermi, persino i mitici corti Pixar (geniali intuizioni di pochi minuti ciascuna) sono andati a ruba in dvd. Noi l'abbiamo incontrato a Venezia, dove ha vinto il Leone alla carriera. Con i suoi ragazzi terribili e tanti progetti in saccoccia. Come La principessa e il ranocchio, "remake" attualizzato e capovolto uscito a Natale.
Oscar a febbraio. A Cannes avete inaugurato il festival. A Venezia Leone d'oro alla carriera... «Un sogno, continuo a darmi pizzicotti temendo di svegliarmi. E non è un modo di dire, mi sembra incredibile trovarmi in un mondo in cui io possa aver fatto della mia passione un lavoro, che abbia avuto successo e che quello che più amo, l'animazione, anche grazie a me non sia più considerata un passatempo infantile, non più cinema di serie B, ma una risorsa preziosa, un genere che può dare, ha dato e darà film importanti per la storia della Settima Arte. Tutto questo, quando ho iniziato, non l'avrei potuto prevedere. Se solo l'avessi pensato, mi sarei dato del pazzo io per primo».

Steve Jobs della Apple ha puntato su di voi. La Disney vi ha strapagato per pendere dalle vostre labbra. Siete indipendenti da incassi e capi. Il delitto perfetto?
«Ci penso spesso, siamo davvero riusciti a creare una situazione ideale. E voglio parlare senza false modestie: credo che il motivo per cui grandi uomini e grandi aziende hanno puntato su di noi - guadagnandoci, peraltro, entrambi - è molto semplice. A mio parere le idee sono il miglior piano aziendale possibile e sono loro la nostra guida. Le seguiamo, approfondiamo, le coccoliamo. E poi professionalmente le attuiamo. Crediamo in quello che facciamo. E soprattutto, facciamo quello in cui crediamo».

Una squadra di artisti e una factory di 300 persone. In un "villaggio Pixar" da sogno, dove i lavoratori hanno diritti, benefit e stipendi importanti. Un'utopia realizzata?
«Faccio una provocazione: forse è solo che noi siamo più furbi degli altri».

Beh, questa me la deve spiegare.
«Ok. Sei un lavoratore, quindi puoi capirmi. Se un datore ti paga quanto meriti, se rende il tuo posto di lavoro piacevole e motivante, se ti spinge più a cercare la qualità della quantità, cosa faresti? Probabilmente ti getteresti nel fuoco per lui. Ora, semplicemente noi abbiamo creato un luogo in cui questo è possibile per tutti noi: artisti, organizzatori, tecnici. Senza pensare a fare i soldi - anche se siamo ben felici quando arrivano -, ma a regalare a noi stessi e agli altri qualcosa di bello, unico. Che porti gioia e che diventi importante per qualcuno. A mio parere quello che tu chiami utopia è solo il metodo più redditizio di gestire quest'avventura».

Ok, un'utopia, beati voi. Passiamo alla mitologia sul vostro gruppo di geni. Si racconta che metà dei vostri 10 capolavori siano nati da un pranzo alla Pixar.
«Hai detto bene, mitologia. Su quel pranzo si è favoleggiato parecchio: ammetto che ci abbiamo giocato parecchio anche noi, io e Pete (Docter-ndr) soprattutto. Anche se è vero che passammo un giorno intero a tavola a mangiare e tirar fuori idee. Magari solo spunti, che poi divennero quattro-cinque dei nostri film più famosi. In generale poi capita spesso che ci confrontiamo anche - direi forse soprattutto - nei momenti di relax. “Toy story”, in effetti, è nato davanti a un hamburger».

Professionale in un contesto di perfezionismo tecnico e creativo. Ma allo stesso tempo anche abbastanza anarchico da permettere alla fantasia e alle influenze esterne di entrare. è questa la ricetta?
«è il rispetto. Per chi ci guarda e per chi lavora con noi. Indipendentemente dal nome che vedete ogni volta alla regia, dietro c'è davvero il lavoro di tutti. Ognuno di noi può sostituire o almeno capire la mansione dell'altro; la sincronia non è solo lavorativa, ma anche emotiva e personale. E poi, sì, non ci fermiamo di fronte alle difficoltà, non limitiamo la nostra fantasia. E la realtà ci dà ispirazione: dietro “Cars”, c'è un viaggio in roulotte con mia moglie. Lo abbiamo deciso perché lavoravo troppo e mi sono reso conto che volevamo una pausa per noi, entrambi. Così tanto tempo su ruote mi ha fatto subito capire che il film seguente sarebbe stato con delle automobili. Ma senza che fosse una cosa solo per appassionati. Devo ringraziare mia moglie, quindi, un "influsso esterno": lei ha avuto l'idea del viaggio, lei mi ha consigliato spesso durante la lavorazione. La famiglia è importante, non è solo un'espressione di rito».

Ecco perché è tutto così vicino alla realtà, senza che ci sia bisogno sia realistico.
«Tutto viene naturale. “Wall-E” è un manifesto ambientalista e anticonsumista? Non è certo nato con queste intenzioni, ma è sorto dalla voglia di raccontare una storia d'amore e dal dolore di un mondo che sta morendo per colpa nostra. Ed è cresciuto così. E nell'ultimo, La principessa e il ranocchio, remake che unisce il nostro stile a quello dei classici Disney, c'è l'inserimento di una protagonista di colore. Non volevamo essere politically correct, era solo inevitabile che fosse così».

Non so disegnare. Mi assumete lo stesso alla Pixar, anche solo per guardarvi lavorare?
«Mandami il curriculum (ma la mail la tengo per me - ndr). Potrebbe essere interessante come nuova figura professionale (ride)!».
 




EX MOZZO ALLA DISNEYLAND
John Lasseter nasce a Hollywood il 12 gennaio 1957. Ma è quando si diploma al California Institute of the Arts che comincia la sua epopea: oltre agli ottimi voti, lì trova l'amico e sodale Brad Bird. Dopo il diploma va a lavorare alla Disney (prima come mozzo a Disneyland, poi nel reparto animazione). Lì comprende le potenzialità del computer nell'animazione e nel 1982 entra alla LucasFilm. Fonda la Pixar e dirige personalmente “Toy Story”. Portano la sua firma anche il sequel “A Bug's life” e “Cars”. Inizia un successo di critica e pubblico straordinario che culmina, nel 2006 nella cessione della Pixar di Steve Jobs alla Disney, di cui diventa consigliere d'amministrazione e maggior azionista, mentre Lasseter diventa il direttore creativo di entrambi gli studi. Produttore esecutivo di “Monsters & Co.”, “Toy Story 2”, “Ratatouille”, “Wall·E”, “Up”, “La principessa e il ranocchio”, Lasseter ha anche recitato, nel ruolo di se stesso, in “The Boys: The Sherman Brothers' Story” e in “The Pixar Story”. Celebrato alla 66a Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, durante la quale ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera, ha vinto due Oscar (il terzo arriva con “Wall-E”). John si gode il successo con la moglie Nancy in California (conosciuta a una convention sulla grafica computerizzata!), ha 5 figli e un cane.
 


Condividi su:
Galleria Immagini