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Carlo Verdone, pedinatore di italiani

Dopo 30 anni, voglio fare solo ciò che sento io

Lun 01 Feb 2010 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Carlo Verdone non ha bisogno di presentazioni. è semplicemente l'icona e l'alfiere di una comicità dei tempi in cui la fantasia e l'ironia erano al potere, in cui a far ridere c'erano geni di ogni tipo (Troisi, Nuti e molti altri) e nelle cui commedie si potevano ritrovare i tratti di un paese, della disastrata Italia piena di pregi e ancor più di difetti. Carletto ha fatto la storia del cinema: da “Un sacco bello” a “Borotalco”, passando per “Compagni di scuola” e “Maledetto il giorno che t'ho incontrato”, quest'uomo amato dal pubblico e dai suoi attori al limite dell'idolatria (provate a trovare qualcuno che non conosca a memoria almeno una sua scena cult) ora si è "convertito" a un salto di qualità, a un nuovo cinema che vorrebbe andare in paradiso, ma racconta l'inferno quotidiano della società benestante e "benpensante" dell'Occidente.  “Io, loro e Lara” è il film di una nuova epoca verdoniana: si ride meno, si pensa (ancora) di più. Con la solita malinconia. Anzi, forse di più. E la sua anteprima l'ha avuta a L'Aquila. «Gliel'avevo promesso - si schermisce -: mesi fa andai a parlare di “Borotalco” tra i terremotati e gli dissi che gli avrei portato in anteprima il nuovo film. Scattò un applauso incredibile. Glielo dovevo».

Prima di parlare del film, mi piacerebbe ricordare la dedica finale.
«Semplice, l'ho dedicato a papà Mario (scomparso pochi mesi fa, durante la lavorazione del film, poco prima del suo viaggio in Africa - ndr). Mi manca, c'è malinconia a non vederlo qua. Ricordo che negli ultimi tempi mi diceva di non venirlo a trovare, nonostante la malattia, perché sennò sbagliavo il film!».

“Io, loro e Lara” parla di molti temi importanti. Partiamo dal primo: l'immigrazione clandestina.
«Senza dubbio il pregiudizio, a partire dalla badante-moglie moldava alla giovane precaria interpretata da Laura Chiatti, è centrale in questo film. Siamo un paese sicuramente diffidente, forse è esagerato definirci razzisti. Il punto è che questa diffidenza in molti casi è così cruda da arrivarci al razzismo. I motivi sono tanti: abbiamo pochissime strutture di accoglienza che funzionano, non c'è l'impostazione che il resto d'Europa ha verso il problema. Il punto è che il nostro è un paese molto diviso, un male da cui ne nascono molti altri. E forse per questo ho voluto il messaggio finale di concordia, quella bella scena al computer. Un esempio di quieto vivere, di tolleranza, del sapersi accettare».

Lei qui lascia da parte la comicità per un film che parla, anche mettendoli in discussione, di valori - dalla famiglia alla religione - e di etica.
«Etica è una parola di grande avanguardia, qualcosa di molto importante in questo momento in cui ne abbiamo perso il senso. Per questo ritengo fondamentale parlarne, raccontare una persona per bene invece del solito cialtrone borghese e magari pure cornuto. Sentivo la necessità di cambiare, in contrapposizione allo schifo della vita d'oggi, non solo in Italia ma in tutto l'Occidente. Società, economia, tutto è amorale e Don Carlo capisce che non è l'Africa con i suoi problemi pratici l'inferno, ma il suo Occidente dissestato. E in questo "deserto" etico, con i miei sceneggiatori ho pensato a chi poteva incarnare qualcuno che avesse dentro la forza e le qualità che la nostra società sta sempre più perdendo».

Per questo la scelta del protagonista è caduta sul suo Don Carlo, un prete?
«Mi sembrava quasi inevitabile parlare di un sacerdote, poche figure hanno mantenuto il "carisma" dei preti, almeno di alcuni. La gente è molto delusa da molte altre "fedi", penso alla politica per esempio. Ora le idee e le ideologie contano meno delle persone, ecco perché molti dei preti moderni, spesso quelli delle periferie difficili - a Roma ce ne sono al Tuscolano, al Prenestino, al Casilino - sono diventati punti di riferimento per le loro comunità. Alla gente piacciono perché non parlano dal pulpito, ma in mezzo ai fedeli, non con l'abito talare ma col maglione e la camicia. Sono ragazzi che spesso vengono dalle missioni. Non si atteggiano a predicatori o crociati dell'etica. Io ho un paio d'amici preti con cui parlo spesso, li stimo moltissimo anche se non manchiamo di scontrarci su certi dogmi di cui parlo anche nel film (con estrema delicatezza, Don Carlo di ritorno dall'Africa, parla della necessità di chiudere un occhio sulla contraccezione per evitare l'Aids e del difficile rispetto del celibato - ndr).

Una conversione, una crisi mistica o una maturazione personale e professionale?
«Diffido dei vip che dicono "finalmente ho la fede, ho incontrato la Madonna". è un percorso così intimo, tortuoso e complesso oggi, che non può essere spiattellato così. Però vedo che a certi preti la gente s'avvicina con curiosità e disponibilità. Ora si ricomincia a valutare le persone, prima di tutto il resto. C'è un interesse per qualcosa di più elevato di ciò che è quotidiano e materiale. E, attenzione, questa profondità si trova anche in molti atei che si comportano con rispetto degli altri, che sono molto più spirituali di tanti cattolici bigotti che magari insultano la zingara appena usciti dalla chiesa. Bigotti aridi».

Un cambio fortissimo a 30 anni dall'inizio della sua carriera: cosa l'ha spinta a questa virata?
«Il fatto che ho una certa età! Continuare con le caratterizzazioni farà ridere gli altri, ma ormai non diverte me. Sono arrivato a un punto, dopo 30 anni, in cui voglio fare quello che sento, non voglio morire di solo cinema. Spero di farne altre di opere così, anche più coraggiose se possibile. E che siano sempre film corali: ho voglia di lavorare con bravi attori, meglio se giovani. Voglio cast meravigliosi come questo di “Io, loro e Lara”. Ho scoperto un Marco Giallini comico straordinario (è il fratello del religioso, broker cocainomane - ndr), ho goduto e imparato dal talento di attrici teatrali straordinarie come Anna Bonaiuto e Angela Finocchiaro, mi sono divertito con il nonno del set, il grande Sergio Fiorentini».

Per non parlare di Laura Chiatti. Il film è partito da lei, vero?
«Sì, la incontrai alle Giornate Professionali di Sorrento e le dissi subito che dovevamo fare un film insieme, di fidarsi di me, perché le avremmo cucito addosso un "vestito", una pellicola che la valorizzasse. Io ho sempre adorato i registi che hanno amato le donne, da Truffaut a Godard. E lei non è solo il più bel primo piano d'Italia, è una ragazza seria, umile e rigorosa, una che sa ascoltarti e mettere a frutto consigli. Spero di lavorare ancora con lei, è straordinaria (Carletto, peraltro, conserva gelosamente una t-shirt in cui lei lo definisce "stupefacente uomo e grande maestro" - ndr)».

Guardandosi alle spalle, la sua vita e la sua carriera sono andate come pensava e sperava?
«è successo un miracolo, ancora oggi mi meraviglio di ciò che m'è capitato nella vita. Ricordo che, dopo “Un sacco bello” e “Bianco, rosso e verdone”, sentii Sergio Leone (che lo scoprì da produttore) allontanarsi, e con lui tutti gli altri si dileguarono. Il telefono non suonava, “Bianco, Rosso e Verdone” aveva incassato meno della pellicola precedente e nel frattempo il fenomeno Troisi aveva, giustamente, catturato l'attenzione di tutti. Arrivai persino a rispolverare la laurea! Ma Mario Cecchi Gori mi chiamò perché si era innamorato del personaggio dell'immigrante (muto e surreale, uno dei suoi migliori) e così feci “Borotalco” per lui, a tutt'oggi il mio film più importante, un cambio d'impostazione in cui passai a un solo personaggio su cui si incentrava l'intera opera. La sera della prima ero con Enrico Lucherini e non mi vergogno a confessare che andavo continuamente in bagno. Era il momento decisivo per la mia storia professionale: a fine film escono due che ripetono pari pari la battuta del "cargo battente bandiera liberiana", entriamo in sala e scoppia un applauso fragoroso. Da quella sera tutti ricominciarono a chiamare, ma io rimasi con l'unico che aveva creduto in me nel momento più difficile. Ho avuto molto, ringrazio il destino, anche se finisse tutto oggi, direi che sono stato molto fortunato. E se me lo sono meritato è perché sono uno che si è amministrato bene e che ha lavorato sempre con sincerità. Il pubblico la sente quest'onestà di fondo, il fatto che vibro con lui. E non a caso alcune mie battute sono diventate addirittura modi di dire, detti popolari, un'emozione incredibile».

Lei ha aperto il 2010 con il suo film. Che augurio fa agli italiani e a se stesso per il prossimo anno?
«Auguro a me e agli italiani di ritrovare il buon senso delle cose, che si stemperi - sarà utopia o miracolo - questa tensione che si sente sempre. C'è un'aria in questo paese, un'atmosfera irrespirabile, nuvole grigie sopra di noi, da grande riunione condominiale, come si vede nelle trasmissioni televisive. E mi auguro che i potenti siano meno presenzialisti, che lascino la visibilità a gente di cinema o teatro. Infine vorrei che nascesse una nuova generazione che sappia e possa cambiare le cose, ma qui in Italia è difficile il sano ricambio generazionale. E non parlo di destra e sinistra, parlo del paese. Per quanto mi riguarda, spero di fare belle commedie che siano anche critiche di costume, finché lo vorrete. Non sono uno storico, ma, come disse il critico Natalino Bruzzone, un pedinatore d'italiani».

 



TUTTA COLPA DI LEONE
Carlo Verdone nasce a Roma il 17 novembre 1950. Già da bambino si avvicina al mondo del cinema grazie al papà, Mario, storico del cinema, docente universitario, a lungo dirigente del Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1972 si iscrive al Centro Sperimentale e nel 1974 si diploma in regia. Nello stesso periodo inizia un'esperienza di burattinaio presso la scuola di Maria Signorelli. Durante l'università inizia come attore con il ''Gruppo Teatro Arte'' diretto dal fratello Luca. La svolta arriva con lo spettacolo ''Tali e quali'' dove Carlo interpreta 12 personaggi, quelli che poi - variamente riadattati - rivedremo nei suoi film e nella serie tv ''Non stop'' in onda su RAI1 nei primi mesi del 1979. Incontro importante è quello con Sergio Leone: da quest'incontro scaturisce, oltre al film ''Un sacco bello'', l'inizio della collaborazione con gli sceneggiatori Leo Benvenuti e Piero De Bernardi che, tranne qualche breve parentesi, proseguirà fino ad oggi.


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