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Luc Besson, i bambini ci guardano

Da regista delle periferie a "scrittore" per i più piccoli

Lun 01 Feb 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 6

Uno e trino. Parliamo di Luc Besson e non vogliamo essere blasfemi. Solo che dopo il regista amato dai giovani e dalle periferie, fenomeno di costume e commerciale nella terra, la Francia, di autori e autorialismi, dopo l'uomo che in quindici anni tra gli anni '80 e '90 ha sparigliato le carte del mercato cinematografico europeo, abbiamo avuto la sua svolta con il romantico e discontinuo bianco e nero di “Angel-A”. Prima era magro, molto cool e con Anne Parillaud a formare una coppia di duri e puri, poi l'abbiamo visto con l'eterea e perfetta Rie Rasmussen. E la mezz'età s'è portata via il fascino fisico, lasciandogli in cambio una corporatura massiccia. Certo, però, che non ci aspettavamo il terzo Besson (che gode), l'animatore, lo scrittore e regista di una saga di libri e film d'animazione per piccini. Il buono e il brutto, insomma, che non è più cattivo, da “Subway”, “Le grand bleu”, “Nikita” e “Leon” è passato ad “Arthur nel regno dei Minimei” e “La vendetta di Maltazard”. Chi è dunque Luc Besson? Cerchiamo di capirlo in questa chiacchierata.

“Arthur, l'eroe bambino”: su di lui ha scritto quattro libri, al cinema; visto il successo, sta pensando a una trilogia?
«Il film ha venduto tanto, è vero, ma il vantaggio è che i francesi si sentono “obbligati” ad andare nelle sale per salvare il loro cinema. E poi, avendo più esperienza nell'animazione - il primo capitolo era un esordio per molti -, mi sono divertito e sentito più libero, e con me tutta la troupe. Il terzo film l’abbiamo già girato, insieme al secondo e questo è il motivo del finale un po’ frustrante. I libri li ho scritti di seguito, tutti e quattro uno dopo l’altro, è stata tutta un'altra avventura».

Il metodo Disney/Pixar è un modello per lei?
«Non abbiamo la stessa cultura, anche se nei loro gruppi lavorano anche tecnici francesi e italiani. Trovo eccitante essere in gara contro un campione del mondo, però: non vincerò mai, ma è meglio correre accanto a un fuoriclasse che accanto ai dilettanti. Mi diverte pensare che per 40 anni la Disney ha pescato dalla cultura europea, "saccheggiando" le nostre fiabe, e ora siamo noi a pescare nel loro immaginario. Per la Pixar il discorso è diverso: Lasseter è un genio e ha imposto il suo modo di fare, come fanno i grandi registi americani. È una persona al di fuori del meccanismo, è un grande artista.
Le voci di “Maltazard” sono molto illustri: prima David Bowie, poi Lou Reed. E la voce della principessa è di Madonna. Iggy Pop nel terzo film potrebbe essere una buona idea, non trovi? I cantanti sanno come usare la voce e spesso è più facile lavorare con loro che con gli attori. È come se avessero un metronomo in testa. E poi molti di loro sono affascinati dal cinema. Oltretutto è divertente lavorarci, è gente che lavora sodo, non sono indolenti e sono più accessibili di certi attori pieni di manager, assistenti e così via: i cantanti li chiami, ci bevi una cosa insieme ed è fatta».

Perché pensa che l’animazione viva questo momento fortunato? E il suo film è una rivincita francese contro il dominio USA?

«Non è una guerra, se qualcuno fa qualcosa di molto buono, è uno stimolo per tutti: un po’ come quando c’è in giro un buon calciatore e allora tutti i ragazzini vogliono iscriversi a calcio. L’arrivo di Lasseter e della Pixar ha dato energia a tutti, a tutto l'ambiente, senza contare che oggi la tecnologia permette di fare tante cose e questo costituisce uno stimolo. Riguardo alla seconda domanda, non sento alcuna rivalità o rivalsa: sono affascinato dalla cultura europea, ovvio, ma mi affascina anche il modo che hanno gli americani di imporsi e conquistare economicamente il mondo. Con un mouse loro costruiscono una città».

Il mondo diventa sempre più cattivo e lei, che ha cominciato “da cattivo”, è diventato buono. Come mai?
«Beh, diffidate sempre dell’acqua cheta! Scherzi a parte, semplicemente io cerco di trovare la dualità in noi. Quando parliamo a noi stessi davanti allo specchio, con chi parliamo? Con l'angelo che è in noi o con il demone? Con l’uomo o con la donna? Io sento dentro di me una grande parte femminile: la creatività, il mio amore per la vita vengono proprio da lì. E seguo i miei desideri, l'istinto. Negli ultimi 4-5 anni lo stato del pianeta è peggiorato, e io non ho più tanta voglia di aggredire la gente con film duri. All’epoca di “Leon” e “Nikita” i borghesi francesi erano tranquilli, facevano le fusa come gatti e io avevo voglia di tirar loro la coda. Ora ho voglia di dare dolcezza, sono preoccupato soprattutto per i bambini: voglio dar loro coraggio, visto il futuro che li aspetta».

Un compito importante quello che si ritaglia. Parlare ai bambini per costruire il futuro. Anche shockandoli.
«Io ho 5 figli e sapete meglio di me che i bimbi quando vedono un film ci credono davvero. Bisogna fare attenzione a quel che si dice nei film. Penso a quei giochi in cui si vince uccidendo più persone al minuto, magari con un fucile di plastica: non è moralismo il mio, ma attenzione all'educazione che diamo loro, alla cultura in cui crescono. Ciò di cui vado più fiero in questo lavoro è il nutrimento che dò ai bambini. Sono certo che, vedendo “Artur - La vendetta di Maltazard”, “mangeranno” bene. Volevo capissero cosa vuol dire accettare gli altri, non fare differenze tra vecchi e giovani, bianchi e neri, gli ho dedicato 4 anni non a caso, voglio che crescano bene».

Angel-A doveva essere il suo ultimo film. Poi ha continuato, ma con l'animazione. Dov'è la verità?
«Mi sono sempre detto che dopo dieci film, dopo aver toccato tutti i generi, avrei smesso. Questo, il sapere che ne rimanevano sempre meno, mi ha aiutato a curare al massimo tutti i miei progetti e a non pentirmi, ora, di nulla di ciò che ho fatto. Ora mi sento libero. Certo, la tentazione è tornata e forse tornerò anche al set "vero"».

Quale film ha visto di più da piccolo?
«Ho amato più di tutti “Il libro della giungla” e “Lilli e il vagabondo».

Ha fatto pace con la sua Francia?
«Io con la Francia non ho mai litigato. Con i critici sì. Mi hanno ignorato prima perché commerciale, ora perché pretenzioso. In Francia non amano i vincenti. Non giudicano mai i miei film, ma solo me».
 
In effetti c'è da capirli a questi paludati intellettuali. Un uomo di successo che reinveste nelle banlieues. Troppo spiazzante?

«L’immagine che si ha di queste realtà è distorta. Perché nessuno ci si addentra davvero, fisicamente e non. Quello che vogliono fare i giovani delle banlieues è uscire, avere un’occasione. Per questo io vado d’accordo con loro, e molto, per questo gran parte del lavoro della mia casa di produzione, la EuropaCorp, si svolge lì, con ragazzi che escono da quelle realtà. Sugli scontri avvenuti posso solo notare che la violenza, spesso, è l’unico modo, a causa del degrado e del disagio, per loro di far parlare di sé.  Non scordiamoci mai che, se nelle banlieues alcuni giovani “svoltano” vendendo due, tre armi da fuoco, la domenica mattina in chiesa nei quartieri bene di Parigi puoi incontrare chi le vende per miliardi. Ma è difficile, forse troppo, farne un film».

 



DA CATTIVO A BUONO
Nato a Parigi nel 1959, Besson inizia come assistente regista prima di dirigere un lungometraggio di fantascienza, ‘Le dernier combat’ (1983), che gli permette di siglare un contratto con la Gaumont per realizzare il cult ‘Subway’ nel 1985. Forte di questo successo, comincia la realizzazione di ‘Le grand bleu’, pessima accoglienza a Cannes ma poi fenomeno sociale. Il pubblico apllaude ‘Nikita’ nel 1990, ‘Leon’ del 1995. Nel 1997, è la volta de ‘Il quinto elemento’. Nel 2000 fonda la EuropaCorp, casa di produzione con la quale realizza ‘Taxxi’, ‘Taxxi 2’, ‘Taxxi 3’, ‘Yamakasi - I nuovi samurai’, ‘The Transporter’.  Ora spopola al cinema con la saga d'animazione di Arthur.


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