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Benicio del Toro

Amo la Hollywood indipendente

Lun 22 Feb 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Soderbergh l'ha portato al successo (e all'Oscar) con “Traffic” per poi dargli il ruolo della vita, quello di Ernesto Guevara. Nel doppio "Che", Benicio ha trovato una cifra recitativa straordinaria, un carisma "storico" e l'ambìto e meritato premio come miglior attore a Cannes. Ma il nostro è uno che ama rischiare, fare di testa sua, andare a giocarsi tutto in tavoli in cui altri attori, più pavidi o forse solo più opportunisti, non si siederebbero neanche. Viso da macho, da uomo che non deve chiedere mai, questo portoricano è un duro nello sguardo e nei ruoli, spesso, ma un signore nella vita. Elegante, gentile, attento, nessuna mossa da divo, sa come metterti a tuo agio, e lo fa con piacere. E anche nel raccontarsi, è generoso e paziente. Si ricorda i momenti duri, ma non li fa pesare - "ho avuto e ho quel che ho meritato e, se ho lottato molto per averlo, meglio. Ora lo apprezzo di più" - e rifugge gli stereotipi, cercando sempre di andare oltre la risposta più facile, quella banale. A Roma, alla Casa del Cinema, lo abbiamo incontrato per “Wolfman”, un tributo alla passione della sua infanzia (l'horror classico) in cui si è lanciato come protagonista e produttore.

Benicio, tutto ci aspettavamo dopo il Che, fuorchè di vederla truccata da lupo mannaro!
«Mio caro, guarda che i dolci piacciono anche a me! Anche gli attori impegnati hanno voglia di divertirsi. E almeno per me è così, non faccio quello in cui non credo o che non mi coinvolge. Non sono certo gli incassi o i giudizi, anzi i pregiudizi critici a condizionarmi. Vidi il “Dracula” di Bela Lugosi a 8 anni, morendo di paura e da quel momento sono un fan di questo genere di film, che non definirei horror quanto monster movie. E non solo il “Wolfman” originale del 1941 di Waggner con Lou Cheney Jr., quest'opera è un omaggio a un grande classico».

Ci teneva tanto che ha lottato per anni per farlo, cambiando anche il regista.
«Non parlo di quello che è stato, ma di quello che è (Joe Johnston ha sostituito Mark Romanek dopo un anno, si dice per la scarsa intesa proprio con l'attore - ndr). E quindi ti dico che fin da subito abbiamo avuto una sceneggiatura molto buona e l'abbiamo solo semplificata senza snaturarla, perché passasse anche il vaglio degli studios».

Hollywood, i soliti mercanti nel tempio?
«No, gli accorgimenti erano necessari, per andare incontro al pubblico. Alla fine quello è il luogo dell'industria ma anche quello in cui i creativi si incontrano, una sorta di officina. E ora c'è soprattutto cinema indipendente, personalmente la vedo un pò come la Cinecittà di Fellini».

A proposito di Fellini. Sa che ha delle espressioni alla Mastroianni a volte?
«Che attore straordinario, un punto di riferimento, se lo ricordassi anche una sola volta ogni 10 anni mi sentirei onorato dal paragone. Ho sempre ammirato il suo talento, la naturalezza con cui era in scena. Un genio». 

In Wolfman lei ha l'opportunità di lavorare con un altro grandissimo. Ci dice che esperienza è stata?
«Anthony Hopkins è un attore immenso, che va osservato con attenzione, perché da lui puoi solo imparare. Ma non devi distrarti: gli bastano due ciak per essere perfetto. Non credo di essere al suo livello: lui sa rendere tutto semplice, io non ci riesco ancora. E non mi vergogno a dire che ogni tanto ero tanto rapito dalla sua recitazione da dimenticarmi la battuta». 

Quell'amore-odio competitivo tra i vostri due personaggi nasce quindi dal vostro rapporto sul set?
«La relazione padre-figlio è tra quei tratti appena accennati nell'originale che il nostro sceneggiatore ha saputo e voluto sottolineare e ampliare in questo film. E sì, dicendola fuori dai denti, Hopkins ed io siamo due spermatozoi che sgomitano per arrivare primi. Ma il segreto di un lavoro come il mio si racchiude in regole molto semplici: cercare e imparare da chi è meglio di te, rispettare il lavoro di tutti, concentrarsi sui progetti con tutta la passione possibile».

A proposito degli "altri". Nel cast tecnico lei ha due autentici miti: ai costumi Milena Canonero (tre Oscar) e al trucco Rick Baker (sei Oscar). Ce ne parla?
«Milena sa infilare in un vestito l'essenza del personaggio e viceversa. Non sono solo abiti i suoi, ma diventano la pelle del personaggio che ti si cuce addosso. Rick è forse il migliore di sempre nel suo campo. Sono cresciuto vedendo film che sfruttavano la sua abilità e la sua inventiva. Tanto che, nonostante fossi costretto a 4 ore di trucco la mattina e ad altre 2 per togliermelo la sera, sono entusiasta del nostro lavoro in “Wolfman”. è stata un'esperienza grandiosa».

Chiudiamo tornando alla prima domanda: dobbiamo aspettarci altri dolcetti come Wolfman?
«Eh, mi piace anche il salato, però. Dovevo lavorare con Scorsese in questo periodo, ma è saltato. E allora aspetto proposte, senza l'ansia di lavorare, ma volendo fare solo quello che desidero. Se qualcosa mi ha dato questo lavoro e il successo che ho avuto, è proprio la possibilità di scegliere. E fermarmi quando lo ritengo necessario».


 


 

ATTORE DA OSCAR
Figlio di avvocati, orfano di madre all'età di 9 anni, quando è adolescente si trasferisce con la famiglia in Pennsylvania, dove vive in una fattoria. Durante gli studi alla University of California a San Diego, dove segue un corso di economia, Del Toro si iscrive ad un corso di recitazione, che presto lo cattura. Dal 1988 al 1992 è stato legato all'attrice Valeria Golino. Nel 2000 vince il Premio Oscar per “Traffic”. Diventa noto con “I soliti sospetti”, con il quale vince l'Independent Spirit Awards. Tra le sue pellicole ricordiamo “Fratelli” di Abel Ferrara, “Paura e delirio a Las Vegas”. Poi “Che - Guerriglia” e “Che - L'argentino”, che gli hanno valso il premio per il miglior attore al festival di Cannes 2008

 


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