acquaesapone Zona Stabile
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Pupi Avati: Il talento sconfiggerà gli spacciatori di infelicità

La vocazione di un grande regista al servizio della sacralità della Vita

Ven 26 Mar 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 10

La cinepresa può essere un validissimo strumento per raccontare il mondo e la storia, mettendo in primo piano il valore della persona e la sua inarrestabile lotta per la conquista della dignità. Pupi Avati, da sempre sorretto da un profondo rispetto della sacralità della Vita, è da quaranta anni impegnato in un incessante lavoro creativo che l’ha consacrato come uno dei più importanti e prolifici registi italiani. Il suo cinema ci permette di condividere l’ingenuità e i sogni dei semplici che coltivano la speranza senza rassegnarsi alla sconfitta.

Qual è il tema di fondo delle storie raccontate nella sua lunga e fortunata carriera di autore e regista cinematografico?
«Occuparsi dell’individuo in quanto eccezione. In tutto il mio cinema, l’individuo diventa prioritario e protagonista; in genere è il più nascosto e timido, quello che non socializza, che non trova la donna giusta, che aspetta l’occasione della vita. Ogni individuo rappresenta una sorta d’anomalia, è il prescelto ed ha delle peculiarità di cui è portatore unico e irripetibile: non c’è mai stato e non ci sarà mai più una persona come lei o come il lettore di questa intervista. Tutta la natura è fondata su questo principio: non c’è una ghianda o una gallina uguale a un’altra e non c’è niente che sia replicato passivamente, pigramente».
   
Nascere unici e irripetibili comporta delle responsabilità?
«Se ognuno è portatore di nuova identità, dobbiamo chiederci perché ed anche responsabilizzarci per trasmetterla agli altri. Non si può trascorrere un’intera vicenda umana, ottanta o addirittura cento anni, senza aver detto chi sei, essendo rimasto per tutta la vita spettatore passivo delle esibizioni altrui, limitandosi a essere un numero dell’auditel, un elettore di un partito o uno di quelli che riempie la piazza. Il più grande peccato di omissione che si possa compiere è quello di rinunciare a esprimere la propria identità, soprattutto attraverso il proprio lavoro. Naturalmente non bastano la passione e la volontà per riuscirci, ma bisogna cercare la nostra vera vocazione e dare la parte migliore di noi, dire chi siamo. Attribuendoci questa eccezionalità, lo facciamo anche verso il nostro prossimo, che non sarà più solo qualcuno al quale vendere qualcosa».
La nostra società consumistica permette la tutela e l’espressione dell’identità personale?
«Ognuno di noi è portatore di un’anima in quanto portatore di identità che rende sacra la vita. Dunque la sacralità dell’essere e di tutto quello che ci circonda va in rotta di collisione con il consumismo, con l’idea dell’“usa e getta”. Oggi i vecchi e i malati si buttano, come tutto ciò che non è efficiente e non risponde al mercato; valgono solo i giovani, qualsiasi proposta fatta deve piacere ai giovani. Quando mai s’è sentito dire che qualcosa deve piacere ai vecchi? Forse la carta d’argento, uno sconto sull’autobus, ma aldilà di questo non c’è nulla».

È stato difficile individuare ed esprimere la sua vocazione di regista?
«Quando s’intuisce quale è la propria vocazione, si dovrebbe mettere in conto che la ricerca del proprio talento è una delle battaglie più difficili, come la ricerca del Santo Graal. Però vale la pena portarla avanti e non ci si dovrebbe arrendere davanti alle difficoltà. Io sono cresciuto durante la guerra e, presto orfano di padre, ho avuto un’adolescenza difficile, ero introverso e anche bruttino. Nel periodo universitario iniziai ad esprimermi suonando il clarinetto in una jazz band che diventò abbastanza famosa in tutta Europa. Poi, esibendomi con tanti musicisti eccezionali, tra i quali il mio grande amico Lucio Dalla, compresi che non avevo il talento necessario e, sposatomi, iniziai a lavorare in una fabbrica di surgelati. Presto però, dopo aver visto il capolavoro “Otto e mezzo” del maestro Federico Fellini, compresi che la mia strada era il cinema. I primi anni furono difficilissimi, soprattutto dopo il trasferimento a Roma con moglie e figli. Ma non mi arresi e oggi, dopo più di quarant’anni, anche se sono rimasto una persona timida ed insicura, sto ancora vivendo una condizione particolare di cui ringrazio molto Dio».

Come vive la sua religiosità?
«Mi è sempre piaciuto molto il Medioevo, un’epoca alla quale ho dedicato anche alcuni miei film e nella quale c’era il senso della sacralità di ogni aspetto dell’esistenza, perfino degli strumenti del proprio lavoro. Il mio modo di vivere la religiosità è molto simile a quell’atteggiamento: io sono un cattolico praticante di quelli veri, vado a messa tutti i giorni, perché tutti i giorni dubito che Dio esista, ma tutti i giorni avverto la necessità che Dio esista. Purtroppo però, devo notare con grande rammarico che molti sacerdoti oggi non hanno la vocazione, non sono arrivati con il senso della sacralità: assomigliano piuttosto a degli assistenti sociali, non si elevano come dovrebbero a ruolo di mediazione tra noi e Dio».

Non corre il rischio di sembrare un cattolico troppo conservatore?
«Forse sì, ma ritengo che troppi sacerdoti non abbiano la consapevolezza di trasformare veramente il pane e il vino in Sangue e Carne di nostro Signore Gesù Cristo. Soprattutto a Roma, operano molti preti in carriera che sono davvero deprimenti: queste persone fanno molto male alla Chiesa, che dovrebbe liberarsene. Un sacerdote che fa un’omelia scadente e noiosa produce un danno: sarebbe meglio se non la facesse, rassegnandosi al fatto di non esserne all’altezza! Vorrei sentire un sacerdote che si mette in ballo, che mi racconti la sua Fede attraverso la difficoltà che è avere Fede».

Gesù disse ai suoi discepoli: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. Chi sono i lupi di oggi?
«I lupi di oggi sono gli spacciatori di infelicità, quelli che, avendo perduto la loro battaglia, non vogliono essere soli in questa sconfitta, la vogliono spartire con tutti e proiettano sugli altri la loro negatività, la loro visione negativa del mondo. Se un extraterrestre dovesse affidarsi alla descrizione della nostra esistenza che ci è proposta ogni giorno, sicuramente direbbe: “Poveracci, ma questi come vivono?”».

Come è spacciata l’infelicità?
«Soprattutto attraverso la televisione ed i suoi telegiornali, così come dalla maggior parte di quotidiani e riviste. Non fanno altro che dire: arrendetevi, non esiste nulla, non c’è nessuna prospettiva, il futuro dei giovani non c’è, il mondo fa schifo... Lanciano continuamente messaggi di negatività e mentono dicendo che era tutto facile per noi delle generazioni passate. Ma non è vero, era altrettanto difficile, se non di più! Solo che, fortunatamente, non c’erano questi imbecilli dei mass media che continuano a dire che non ce la faremo mai, che ci vogliono convincere alla rinuncia ed all’abdicazione, propagando il virus della depressione».
   
Che cosa fare per aiutare le persone?
«Anzitutto smetterla con tanti atteggiamenti laicisti, che sarebbe meglio definire atei, con i quali vogliono convincerci che non esiste niente: come ci si permette di privare la gente della speranza, da cosa si è legittimati a fare questo? Purtroppo anche la famiglia e la scuola non sono più in grado di sostenere nella loro maturazione i giovani, che spesso sono insofferenti, terribilmente dispiaciuti da questa sovrabbondanza di opportunità che ci dona il mondo. Almeno la Chiesa dovrebbe essere in grado di comunicare quotidianamente com’è bella la vita di oggi, non solo quella ai tempi di Gesù in Palestina, annunciando la fortuna di essere nati. Dal canto mio, cerco sempre di incoraggiare tutti a perseguire fino in fondo la propria vocazione, a partire da quei giovani che si avvicinano al mondo del cinema: non riesco ad immaginare come sarebbe stata la mia esistenza se avessi dato retta a tutti quelli che all’inizio della carriera hanno tentato di scoraggiarmi. Per questo, trascorro i fine settimana a leggere tutte le proposte che mi arrivano ed a rispondere a tutti coloro che mi scrivono». 
 



VOCAZIONE E CREATIVITÀ
40 film in 40 anni di carriera: questo è il biglietto da visita di Pupi Avati che, nato a Bologna il 3/11/1938, arrivò al successo cinematografico nel 1976 con il suo terzo film “La casa con le finestre che ridono”, dopo un promettente inizio da clarinettista nella  Doctor Dixie Jazz Band, nella quale suonava con il suo amico Lucio Dalla. Laureato in Scienze Politiche, lasciò ben presto la carriera di dirigente d’azienda e si trasferì con moglie e figli a Roma, dove iniziò la sua carriera sostenuto dal già famoso Ugo Tognazzi e dal maestro Federico Fellini (della cui fondazione è l’attuale presidente). Tra i suoi film, realizzati sempre a stretto contatto con il fratello Antonio, segnaliamo “Magnificat” (1993), “I cavalieri che fecero l’impresa” (2001) e “La seconda notte di nozze” (2005). Il regista è attivo anche sul piccolo schermo: attualmente su TV2000 vanno in onda due serie di suoi documentari, “A est di dove” e “La selva delle lettere”, mini storia della letteratura italiana. I più curiosi, possono leggere la sua bella autobiografia “Sotto le stelle di un film” (Il Margine, 2008). 
 



IL FIGLIO PIÙ PICCOLO
A febbraio è uscito l’ultimo film, da lui scritto e diretto: “Il figlio più piccolo”, interpretato da Christian De Sica (in un sorprendente ruolo drammatico), Laura Morante, Luca Zingaretti ed il debuttante Nicola Nocella. Ce ne parla lo stesso regista: «Questo è il terzo film in cui mi concentro sulla figura di un padre, il peggiore, quello più amorale, immerso nel tempo presente che è diventato veramente indecente, non solo in campo politico. La figura paterna, profondamente trasformata anche per le pressioni di un crescente e deleterio relativismo morale, è un ruolo molto impegnativo: anch’io riconosco di essere stato un genitore a volte assente. Con questa pellicola esprimo la mia convinzione che solo affidandoci all’innocenza e alla purezza possiamo sperare di far rinascere l’Italia».



 


Condividi su:
Galleria Immagini