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Per favore, datemi la corruzione preventiva

A L’Aquila, un anno dopo, ci si chiede se qualcuno ha speculato sugli appalti. E, intanto, mezza Italia rischia di fare la stessa fine... ma perché non si specula sulla prevenzione?

Ven 26 Mar 2010 | di Armando Marino | Soldi

È passato un anno da quando una telefonata fece svanire il terrore che fosse accaduto qualcosa di grave ai miei amici dell’Aquila: “Stiamo bene, ma la casa è andata”. Quel “la casa andata” che solo in una circostanza come quella poteva essere pronunciato con sollievo, perché comunque significava essere più fortunati delle 309 persone che nella notte tra il 5 e il 6 aprile hanno perso la vita. Come i ragazzi della Casa dello Studente di cui tutti parlano o gli abitanti di un palazzo crollato nella stessa via XX Settembre che ha contato ancor più vittime ma, chissà perché, nessuno ricorda.
Da allora sono andato un paio di volte all’Aquila. Ho visitato le cosiddette case di Bertolaso, tirate su in tempi rapidi. A parte l’aspetto un po’ “tirolese”, sono alloggi più che decenti, forniti di tutto. Il problema vero è il centro della città, ancora ingombro di macerie, quasi congelato a quella notte di un anno fa. La macchina della Protezione Civile, si è detto, ha preferito investire i propri sforzi nelle nuove costruzioni, creando abitazioni decenti per tutti i senzatetto aquilani, anziché tentare di recuperare le case danneggiate. C’è chi dice che si sarebbero potute realizzare strutture più leggere e intanto restaurare le centinaia di case solo lievemente danneggiate.
Perché parlare di terremoto in una rubrica dedicata a utenti e consumatori? Perché siamo tutti utenti potenziali della Protezione Civile. E, al di là dei sospetti, nati dalle recenti inchieste sugli appalti, ancora tutti da verificare, la vicenda dell’Aquila ci dice che l’Italia ha ormai sviluppato una decente cultura dell’emergenza. Ma niente ha insegnato come prevenire l’emergenza. Oggi mezza Italia corre spensieratamente il rischio di attraversare lo stesso tunnel di dolore. Ho guardato le immagini della Calabria devastata da frane e alluvioni pensando all’Aquila. E chiedendomi come si può vivere in una regione tra le più sismiche e contemporaneamente ad alto rischio di frane e alluvioni, una combinazione che, in caso di terremoto, potrebbe rendere quello abruzzese al confronto un blando scossone. E il problema non è sapere se ci sarà un terremoto, ma solo quando. Molti calabresi, ma non sono gli unici, vivono con la testa nella ghigliottina e per sicurezza affilano la lama costruendo lungo terreni a rischio, in modo abusivo e a volte pure con materiali scadenti, come hanno dimostrato diverse inchieste.
In Abruzzo qualcuno ha speculato sulla ricostruzione? Può darsi. Ma continuo a chiedermi: perché qualcuno non specula anche sulla prevenzione. Perfino gli appalti pilotati e gonfiati mi sembrerebbero più accettabili, se servissero ad evitare di vedere un’altra città ridotta come l’Aquila, altre trecento famiglie distrutte. E invece no, preferiamo aspettare la ricostruzione e l’emergenza. Ma è mai possibile che siamo un popolo fatalista anche nella corruzione?     
 


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