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Con la testa nel verde

Erba voglio sopra la mia testa così risparmio e inquino meno

Ven 26 Mar 2010 | di Paola Simonetti | Ambiente
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Piccole oasi inaspettate. Gemme di erba, fogliame, alberi incastonate nel cemento, a decorare desolate pavimentazioni dove di regola albergano solo antenne e parabole tv. Sopra le nostre teste mattoni e marmi potrebbero fiorire, i tetti dei nostri palazzi trasformarsi in giardini proiettati verso il cielo. Tasselli di verde come polmoni, in grado di assorbire inquinamento, ma anche riequilibrare le temperature di case e città, sia d’estate che d’inverno. Per fare un concreto balzo in avanti in questo senso basterebbe forse gettare uno sguardo indietro nella storia, lasciarsi sedurre dalle antiche architetture verdi dei nostri lontani antenati italiani, per immaginare un futuro fatto di salutare bellezza. Le aree verdi pensili erano di casa già per gli etruschi (400 a.C.), gli antichi Romani e per i grandi signori del ‘500 come i Medici o i Piccolomini. Zone belle e utili, che con il trascorrere dei secoli sono scomparse dalla nostra edilizia, oggi tornano d’attualità facendo di necessità virtù. Due le tecniche con cui poter oggi costruire queste aree verdi, l’”estensiva” e l’”intensiva”: «La prima è utile a dare una copertura verde per avere risultati di rallentamento dei flussi dell’acqua piovana e di isolamento termico – ci spiega Giorgio Boldini, presidente dell’Associazione italiana verde pensile (Aivep) -. Non è praticabile, poiché sono previste per lo più piante grasse che danno un aspetto piacevole, non hanno bisogno di grande manutenzione né di grandi quantità d’acqua. La copertura “intensiva” è invece un vero e proprio prato calpestabile, praticabile – prosegue Boldini -. Può contemplare degli arbusti o degli alberi: in questo caso è necessaria un’abbondante quantità d’acqua per il mantenimento del verde. Io sono per questa seconda tipologia, perché il costo dell’acqua è assolutamente ammortizzato dal risparmio energetico sui riscaldamenti d’inverno e i condizionatori d’estate. Senza tralasciare il notevole valore immobiliare aggiunto». Numerosi studi scientifici hanno dimostrato come il rinverdimento dei tetti potrebbe di fatto trasformarsi nella soluzione più immediata per contrastare l’invasione delle polveri sottili, ma anche il riscaldamento globale del pianeta. Un’indagine in corso da tre anni, da parte di un team di ricercatori statunitensi, capitanati da Kristin Getter del dipartimento di orticultura della Michigan State University, sta rivelando come si potrebbe arrivare davvero a costruire realtà urbane ad impatto zero. I primi riscontri, sul monitoraggio dei dati relativi a 13 tetti verdi collocati in Michigan e Maryland, rivelano infatti che, coprendo di vegetazione le estremità degli immobili in un'area urbana dell’ampiezza di Detroit, si assorbirebbero 55 mila tonnellate di carbonio, pari alla scomparsa dalle strade in un anno di 10 mila SUV, veicoli considerati fra i più inquinanti in circolazione. «I tetti verdi sono in grado, grazie ad un isolamento termico, di mantenere la temperatura dell’appartamento direttamente sottostante assolutamente stabile sia d’inverno che d’estate – aggiunge il presidente dell’Aivep -. Non dimentichiamo che i centri abitati nella stagione calda sono in genere 3 ai 4 gradi al di sopra della temperatura dell’area circostante, con un conseguente consumo energetico legato al condizionamento di notevole entità». Ma il beneficio, anche se non si ha la fortuna di avere una terrazza soprastante privata o condominiale, sarebbe comunque collettivo: «Le zone verdi  - precisa Boldini -, essendo sempre umide, sono degli ottimi e stabili assorbitori di polveri sottili. Più tetti verdi rappresenterebbero un polmone davvero cruciale per le nostre città». Dunque, l’investimento richiesto per i lavori strutturali necessari alla realizzazione di un giardino pensile (occorre, con l’intervento di progettisti ed esperti creare uno spessore per far attecchire le radici delle piante, calcolando il peso che graverà sul tetto ed eventualmente un rinforzo della struttura), è, secondo il presidente dell’Aivep, ripagato abbondantemente dai benefici che queste tecniche sono in grado di garantire. In Europa i prati sulle terrazze hanno già preso piede da almeno 20 anni: Germania, Svizzera, Austria, sensibili al risparmio energetico e all’abbattimento dell’inquinamento, ne hanno sperimentato i benefici per il loro ecosistema urbano. L’Italia, che invece sconta un atavico ritardo sull’entrata a regime della cosiddetta “green economy” (economia verde), ancora tentenna e va a rilento con iniziative locali a macchia di leopardo. Ma qualcosa si muove. Anzi germoglia. A dare i primi slanci ad alcune amministrazioni locali, ci ha pensato un provvedimento nazionale approvato nel 2009 (DPR "Regolamento recante attuazione dell'articolo 4, comma 1, lettere a) e b) del decreto legislativo 19 agosto 2005, n.192, concernente attuazione della direttiva 2002/91/CE sul rendimento energetico in edilizia) che prevede che le “coperture a verde” entrino a far parte dell'ordinamento italiano come tecniche per limitare i fabbisogni energetici, con la possibilità di uno sgravio Irpef del 55%. La tecnica ha cominciato a metter radici soprattutto nel Centro Nord grazie a regolamenti edilizi che ne incentivano l’uso. Almeno 14 i Comuni italiani che, secondo i calcoli dell’Associazione italiana verde pensile (Aivep), hanno già messo a disposizione bonus volumetrici per le coperture ecologiche. Iniziative pullulano anche in Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna (regione che conta più presenze tra i Comuni), mentre fra i capoluoghi di Regione si sono mossi Milano, Torino e Venezia. Il Sud non è rimasto a guardare: Selargius (Cagliari) e Manfredonia ( Foggia) sono i due Comuni in rappresentanza del Mezzogiorno, dove si sono previsti riduzioni fiscali e risparmi sui lavori di costruzione. Ma è Bolzano la città che spicca in testa alla classifica per il numero di interventi di questo genere, essendo stata la prima ad adottare, nel proprio regolamento edilizio, l’indice Rie (Riduzione impatto edilizio) che dal 2004 impone l'uso di soluzioni in grado di favorire la permeabilità dei suoli per ottenere il permesso di costruire. Nella città altoatesina nel 2008 erano 60mila i metri quadrati di tetti verdi all'attivo; oggi, a detta del sindaco Luigi Spagnolli, sono quasi raddoppiati: «I dati aumentano sempre, proprio perché applichiamo l’indice Rie (senza il quale non si può dare l’agibilità dello stabile) in tutti i lotti edilizi interessati da costruzioni nuove o ristrutturazioni (intese al di sopra di  una certa soglia dimensionale) – aggiunge Spagnolli -, e noi abbiamo qualche decina di progetti di ristrutturazioni al mese. L’obiettivo, però, è quello di aumentare l’incidenza del rinverdimento soprattutto nelle zone industriali: i capannoni, viste le vaste dimensioni, sono cruciali in questa operazione. Nelle campagne, dove spesso risiedono i centri produttivi, si deve almeno garantire il ripristino, sul tetto, della permeabilità tolta al suolo. Perché il principio fondamentale – spiega il sindaco - è impedire il più possibile l’afflusso di pioggia ai corsi d’acqua». Una politica ambientale quella di Bolzano che guarda alla Germania: «Dati tedeschi dicono che, se si riuscisse ad inverdire anche di pochi punti percentuali le superfici urbane – conclude Spagnolli -, si riuscirebbe ad eliminare il rischio di esondazione nella stragrande maggioranza di casi in cui questo pericolo si presenta. Noi invece continuiamo ad incrementare le superfici sigillate, in un contesto in cui le precipitazioni si fanno sempre più estreme». 
 


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