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Cile: 8.8°della scala richter

Il diario da Santiago del quinto sisma più terrificante di tutti i tempi

Ven 26 Mar 2010 | di Andrea Martinetti | Mondo
Foto di 18

Sabato 27 febbraio 2010
Ore 3.34, Avenida Holanda 3730, dp. 95, Ñuñoa, Santiago, nono piano

Il terremoto ci trova addormentati. Il Cile è zona altamente sismica, la gente è abituata a convivere con i terremoti: di fatto il più grande mai registrato al mondo  è avvenuto qui nel 1960: 9.9 gradi della scala Richter.
Io ne ho già sentiti parecchi qui, altri li avevo vissuti in Italia.
Ma stanotte è diverso, lo capisco subito. Troppo più forte. Bea è in posizione fetale, l’abbraccio e mi stringo a lei. Lui continua e continua e continua. La casa si muove spaventosamente, da una parte all’altra, in ogni direzione:  sembra rimbalzare come una palla da tennis tra un ipotetico grande muro ed un altro. I secondi passano, anzi no: il tempo si dilata e Lui non smette. Non smette e non diminuisce d’intensità. Il sangue si gela nelle vene, la mente lavora rapida, ma non trova possibili azioni e ti inchioda alla insostenibile realtà: puoi solo aspettare, la tua vita non vale nulla. E Lui non smette. Si comincia a sentire il rumore di oggetti che cadono e si rompono, nel frastuono del terremoto stesso. La mente impazzisce: “non può reggere, cazzo; se non smette di tremare, la casa non può reggere tanto a lungo.” E guardi il soffitto nella penombra chiedendoti se prima verrà  giù lui oppure cederà il pavimento: quali sono le sensazioni fisiche della morte? Sarà molto doloroso o questione di un attimo? Lui intanto continua senza diminuire la sua violenza. Tu attendi il rumore, il boato forte e ultimo della casa che crolla: 14 piani sotto i quali tutto terminerà.
Poi, invece, alla fine finiscono questi 90 secondi interminabili, infiniti, eterni – cioè fuori dal tempo. Non ricordo se il cuore riprende a pompare solo allora, o se solo allora comincia a rallentare una folle corsa. Bea, cuore di mamma, si lancia sul cellulare per cercare suo figlio, in discoteca con amici. Lo trova e si rasserena un po’ prima che le linee telefoniche crollino: quasi non si è accorto di nulla nel frastuono e tra le vibrazioni della disco. Poi ci alziamo dal letto, il bagno è allagato, la mente riprende a lavorare freddamente: chiudere rubinetti del gas, chiavi acqua, attenzione ai vetri (ovviamente siamo al buio senza corrente), aprire finestre per ventilare in caso fuga di gas…
Siamo vivi, ma troppo spaventati per gioirne. Senza possibilità di comunicazione, solo dopo alcune ore scopriremo l’entità di questo terremoto che ha colpito, devastandolo, grandissima parte del Cile, l’ottanta per cento della sua popolazione.
Capiamo subito che siamo davanti all’inizio di “qualcosa” di nuovo.


Venerdì  5 marzo 2010

Non possiamo più stare fermi, dobbiamo fare qualcosa di concreto.
Partiamo alle 6 con la mia Panda 4x4 carica di beni di prima necessità (e 12 litri di gasolio in taniche in caso di difficoltà di rifornimento) con destino Parral, circa 400 km a sud di Santiago, vicino all’epicentro del sisma, nei cui dintorni vivono genitori e parenti di Anna (la signora praticamente parte della famiglia che ogni tanto ci dà una mano con la casa, così come già faceva con i nonni di Bea). L'obiettivo è preciso: portare aiuto a loro.
Nonostante un paio di deviazioni che ci spingono fuori dall’autostrada, viaggiamo spediti fino a Curicò, circa 190 km da Santiago: lì prima coda di oltre mezzora per un ponte pericolante. Passiamo veloci invece ad altro punto normalmente critico, il ponte sul Rio Claro, le cui immagini hanno fatto il giro del mondo: due strutture parallele, la più vecchia completamente crollata (ora si circola nei due sensi sul più recente che fortunatamente ha retto). Un altro paio di belle code, molti avvallamenti, crepe, fratture, crolli di banchina, guardrail e ponti, con relativi cambi di corsia o mini percorsi alternativi, scandiscono il viaggio ed alla fine arriviamo a Parral, all'appuntamento con la sorella di Anna davanti all'ospedale (distrutto) giusto all'entrata del pueblo: sono le 12 e constatiamo che ci sono volute 6 ore (senza particolare traffico) per un percorso che normalmente non ne richiede più di 4.
La sorella di Anna mi sorprende (non Bea che è cilena e conosce la sua gente): dice che tutto va bene, la casa è OK, il papà con la sua pensione (100 euro al mese...) ha già ordinato quello che gli serve e NON hanno bisogno di nulla. Orgoglio, stupido come quasi sempre. Ci dice che però all'ospedale raccolgono aiuti, e dunque ci mettiamo alla ricerca del luogo dove hanno trasferito l'ospedale. Non è facile: strade interrotte, distruzione ovunque, allagamenti (si vede che le tubature dell'acqua hanno ceduto), ma alla fine arriviamo alla struttura provvisoria protetta da militari armati: ora la situazione si vede tranquilla, ma anche qui sono avvenuti saccheggi e tanti vergognosi atti di sciacallaggio. Una simpatica funzionaria ci accoglie, ci ringrazia e ci indirizza alla sede dei pompieri di Parral, ma Bea mi fa cenno di no: dopo tanti anni lavorati nello stato sa che il nostro piccolo aiuto finirebbe in qualche magazzino e la sua distribuzione resterebbe un incognita: chissà quando e chissà a chi.
Chiediamo ai due pompieri di Copihue che sono con noi come è la situazione da loro: pochi morti (3), ma molte tra le case sparse nella campagna sono distrutte ed i loro abitanti privi di tutto. E partiamo con loro per distribuire: sebbene triste, é una grande esperienza. La gente, semplice come qualsiasi contadino, spesso ha perso tutto. Se non possiede una tenda, dorme ancora sotto un albero o nel fienile traballante o in un letto di fortuna in uno spazio aperto. Ma quasi tutti hanno un sorriso: sono vivi, ci dicono, e pertanto si ritengono fortunati. Una signora anziana rifiuta la busta di aiuti: "non sprecatela con noi, grazie al cielo abbiamo abbastanza da mangiare, datela ai nostri vicini che hanno perso tutto". Poi scherza sulla sua casa distrutta: "era vecchia, andava ristrutturata, è andata bene perché così abbiamo risparmiato la fatica della demolizione".
Poi due fratelli con la faccia gioviale di quelli che scherzano e ridono sempre: "la casa era del 1880: ha retto (ed elenca tutti i grandi terremoti del Cile), che altro potevamo chiederle?" Poi uno dei due ci fa vedere dove dorme: un letto quasi a cielo aperto sotto dei vitigni. "Va bene per dormire la notte, per una siesta o per far passare una sbronza!"
Scherzano i due fratelli, ma la prossima settimana è annunciata pioggia, che da queste parti imperversa per buona parte dell'anno.
Consegniamo loro l'ultimo scatolone ed alle 16 prendiamo il cammino del ritorno.
Sarà più lungo, con più traffico e più interruzioni (nel corso della giornata ci sono state due forti scosse di assestamento, 6.8 e 6.6, qualche altro pezzo di strada ne ha sofferto). Alle 22.30 siamo a casa: abbiamo passato quasi 16 ore in auto tra viaggio e distribuzione, siamo meritatamente stanchi ma felici, anche se da noi il gas non è ancora tornato e dobbiamo rinunciare al premio di una bella doccia calda: ci accontentiamo dell'acqua fredda, in fondo tonifica di più i muscoli...


Martedì 9 marzo 2010

Stavolta parto da solo (Bea ha ripreso a lavorare, la vita deve tornare alla normalità il prima possibile) ed alle 5, sperando di evitare le code e gli ingorghi del precedente viaggio, e ci riesco: in 5 ore e mezzo e senza nemmeno una coda arrivo a Concepcion, città sulla costa a poco più di 500km a sud di Santiago, una delle più colpite dal sisma di 8.8 gradi della scala Richter – il quinto più forte di tutti i tempi da quando si cominciarono a registrare nel XVIII secolo.
Lungo la strada devastata, sorpasso almeno 3 TIR carichi di carrelli nuovi di supermercato: durante i violenti saccheggi devono averli caricati tutti con mercanzia varia ed usati per portare via il bottino.
La mia meta è il CTD Arrullo, centro di accoglienza per bimbi abbandonati e vulnerati  nei loro diritti fondamentali. In questo momento ne ospita 64, alcuni sono gravissimi casi di malformazioni che trascorrono lì i pochi giorni, mesi o anni che la Vita ha riservato loro. Non ci sono state né vittime né feriti, grazie al cielo ed alla solidità della struttura, che per di più era ed è in corso di ampliamento e ristrutturazione. La direttrice, Marianela, e tutto il suo staff hanno fatto e fanno miracoli, con uno spirito di abnegazione che va infinitamente oltre quelli che sarebbero i doveri professionali legati ai rispettivi compiti (e, aggiungo io, ai relativi miseri stipendi). Sono tutti stanchissimi, tesi e sanno perfettamente che, quando - per forza di cose - dovranno fermarsi a riposare, cadrà loro addosso tutto il peso immenso di questo terremoto, che ha cambiato per sempre le loro vite e le vite di tutti quanti abbiamo vissuto, con intensità e conseguenze differenti, questo spaventoso cataclisma.
Ho portato loro la mia Panda carica di quello che mi aveva chiesto Marianela: vestitini per i bimbi, latte in polvere per neonati, sacchi dell’immondizia e il necessario (biscotti, dolci, cioccolata, palloncini, trombette…) per organizzare una bella festa per i bambini che stanno terminando la terapia post-trauma da terremoto – probabilmente l’ultimo trauma che nelle loro brevi esistenze ancora non avevano subìto.
Ancora una volta porto un piccolo granello di sabbia, ma al momento è tutto ciò che CONCRETAMENTE posso/possiamo fare.  La festa per i bimbi la organizzeranno appena possibile, il latte per neonati lo divideranno con un'altra casa di accoglienza per bimbi, i sacchi dell'immondizia li hanno ricevuti come un grandissimo dono, felici perché quello della spazzatura può diventare un problema serio in quanto veicolo di infezioni, e gli mancherebbe davvero solo un'epidemia tra i bambini...
Aiuto a scaricare l’auto, Marianela mi fa vedere la situazione, i nuovi lavori, mi racconta assieme ad un paio di collaboratrici di questi giorni pazzeschi, allucinanti, paradossali. Mi raccontano di genitori “particolari”, che lasciavano lì i bambini con la scusa di non potersene far carico e… andavano a saccheggiare supermercati e case – tranquilli che i loro figli erano in ottime mani. Mi racconta delle famiglie dei collaboratori, quasi tutte hanno perso la casa e quello che c’era dentro e non hanno da mangiare o dove dormire (i primi giorni si sono installati lì nel centro, aggiungendosi ai 64 bimbi terrorizzati quando ancora solo alcuni tra i collaboratori avevano potuto far ritorno al posto di lavoro). Mi raccontano tra i singhiozzi del giovane amico che lavora nei gruppi di riscatto e che ha perso sotto le macerie moglie e figlio: li ha sepolti ed è ripartito a lavorare. Lo farà fino ad estenuarsi, poi – mi dicono piangendo – probabilmente troverà rifugio nella pazzia.
Strappo loro alcuni sorrisi pieni di speranza raccontando di Carlo e Alexandra, due bimbi che hanno soggiornato a lungo lì da loro, e che giusto un anno fa sono stati adottati da una splendida famiglia italiana con la quale stanno finalmente vivendo una vita normale.
Solo pochi chilometri nella città devastata, e mi incontro con lo staff del SENAME (Servicio Nacional de Menores – l’organo statale che si occupa appunto dei minori) di Concepcion che ho conosciuto l’anno scorso per lavoro, occupandomi io di adozioni internazionali - e mi fa davvero molto male: stanno tutte in piedi in uno spazio di un’altra struttura pubblica (la loro distrutta) in attesa che arrivi un poco di corrente o di collegamento internet - ma di fatto non possono lavorare e a loro, che hanno tanto tempo da perdere nell’attesa, è già caduto addosso il trauma post-catastrofe, aggravato soprattutto dai violenti saccheggi che per un paio di giorni e notti prima dell’arrivo dell’esercito hanno incendiato (anche letteralmente) la città. Ricordavo persone mature, esperte, sorridenti, professioniste abituate a casi drammatici, eccetera: ho ritrovato degli zombie tremanti con le lacrime agli occhi. Impressionante, non ho nemmeno avuto la forza poi di andare in giro per il centro a vedere le rovine degli edifici - questa rovina interna mi doleva troppo.
Sono riuscito a strappare anche a loro dei sorrisi raccontando le notizie di Carlo & Alexandra: per pochi minuti su quei volti devastati è riapparsa un po' di luce. E cominciano a parlarmi di altri bambini pronti per essere adottati, ma di cui non possono scrivere la relazione per mancanza di corrente, internet o persino di una stampante. Vorrei invitarle a prendere qualcosa ad un bar, ma nemmeno questo gesto così abituale è possibile: non ce n’è neppure uno  aperto in tutta la città. Arriva una collega che consegna ad una di loro un pezzo di formaggio: “per prendere questo non c’era coda, ma per il pane era impossibile, troppo lunga”.
Trovano il coraggio di raccontare anche alcune conseguenze positive (ma si può parlare di conseguenze positive di una simile tragedia?): una vive da due anni in un palazzo nel quale non conosceva nessuno. Ora sono tutti amici e tutti collaborano in tutto. Un’altra racconta che la figlia di otto anni le ha detto di essere contenta che possano passare più tempo assieme, giocando e parlando. Certo, senza luce non c’è di mezzo né televisione né computer…
Riparto verso le 14, sono sconvolto e confesso che guido e piango per almeno 30 chilometri.
Lungo la strada del ritorno provo a passare dagli amici pompieri di Copihue che sono andati in alcuni dei paesini più devastati della costa e ne sono appena tornati assolutamente sconvolti (detto da loro, che avevano già visto l’orrore delle loro parti, fa davvero impressione). Ricevo notizie di gente in viaggio per Santiago che, partita poco prima dalla stessa Talca, in 3 ore ha percorso solo 50 km... che dopo 7 ore diventano solo 150 (arriveranno finalmente a Santiago dopo 9 ore – per un percorso di 300 km!!) considerando che anche qui c'e' il coprifuoco e non posso partire quando vorrei (le 2/3 di notte) per cercare di evitare queste code pazzesche.

Giovedì 11 marzo 2010

Non è stato facile oggi scrivere questo diario, di nuovo la terra ha ricominciato a tremare con violenza ed insistenza: solo in poco più di mezzora 5 scosse, di 7.2 (oltre un minuto), 6.9, 6.7, 6.4 e 5.9 (il terremoto che ha devastato L’Aquila è stato di 5.8…). E non accenna a smettere. La paura riemerge in tutto il paese, ricominciano le scene di panico, crollano altri edifici, nuovo allarme tsunami lungo oltre 1.000 km di costa, la gente che fugge verso le alture, genitori disperati che si affannano a cercare i figli nelle scuole appena riaperte.
Questo paese non sarà mai più quello di prima, perché la gente non sarà più quella di prima. è impossibile: al di là delle macerie, dei morti, dell’improvvisa povertà totale in cui sono precipitate centinaia di migliaia di persone che hanno perso tutto, queste scosse violente, lunghe, impietose ti entrano dentro, si piazzano nella tua colonna vertebrale, nel tuo cervello. Ed improvvisamente ti trovi a pensare “ecco un’altra scossa”, ed invece sei tu che tremi, il tuo corpo che rilascia l’energia nervosa immagazzinata negli interminabili secondi di ogni movimento tellurico vissuto. Chi può aiutare, lo faccia. Donate, qualsiasi goccia d’acqua, qualsiasi granello di rena può aiutare magari un solo essere umano, bambino o adulto o anziano che sia, a tirare avanti e a credere che la Vita può davvero ricominciare. Grazie.
 



NOI CON ANDREA
“Se vuoi salire fino al cielo, devi scendere fino a chi soffre e dare la mano al povero” (Madre Teresa)

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