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Dalle Molotov Alla Bibbia

Erri De Luca Oggi Scrittore di successo, neglia anni ‘70 esponente di spicco di lotta continua

Lun 01 Mar 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Incontrare Erri De Luca vuol dire confrontarsi con il suo sguardo intenso e mai banale, proprio come le sue parole e i suoi scritti. Ma significa anche lasciarsi interrogare dalla sua solitaria esistenza illuminata dalla meditazione quotidiana: davanti al camino della sua casa che si è costruito da solo in campagna, bisogna fare i conti con le mani ruvide di un alpinista che è stato rivoluzionario comunista, operaio in fabbrica e volontario in zone di guerra, ma è anche scrittore di successo e assiduo frequentatore della Bibbia. Erri De Luca è un uomo che ogni giorno, con costanza ed umiltà, sfiora l’incontro che vale la Vita: l’incontro con Dio.

De Luca, lei ha avuto un’esistenza impegnata su molti fronti.

«Io non sono una persona impegnata, ma una persona che ha preso degli impegni, affrontando quello che la vita mi ha sbattuto davanti. Ci sono molte persone che s’impegnano a costruire una famiglia e a crescere dei figli: io non l’ho fatto, non mi è capitato. Tra l’altro questo mi ha permesso di poter decidere ogni momento della mia vita senza le responsabilità che deve avere chi è padre e marito. Non sono mai stato capace di disertare il da farsi, fin da quando, appena maggiorenne, lasciai Napoli e la mia famiglia per iniziare la mia esperienza politica insieme ad una generazione di rivoluzionari, nel mondo del ventesimo secolo, quello delle rivoluzioni».

Come finì la sua militanza politica?
«Quando nel 1976 ci fu lo scioglimento di Lotta Continua, l’organizzazione extraparlamentare di cui facevo parte, io non condivisi la scelta di chi entrò nella clandestinità per partecipare alla lotta armata. Da quel momento ho lavorato per circa venti anni come operaio e muratore, facendo anche delle esperienze come volontario in Africa e nei convogli umanitari durante la guerra in Bosnia. Nei lunghi anni trascorsi in fabbrica mi sono salvato riservandomi sempre del tempo per leggere ed ho acquisito un punto di vista dal basso verso l’alto che mi permette di vedere tutto quello di pesante e oppressivo che succede intorno a me, ponendo attenzione alla condizione delle persone sotto asservimento».

Cosa ha imparato dalle sue esperienze nelle zone di crisi umanitarie?
«Il vero volontariato deve essere fatto in maniera gratuita e diretta, fuori dalle strutture, arrivando alle persone nel modo giusto e distribuendo solo l’indispensabile. La Bibbia ci offre un ottimo esempio, raccontando che nel deserto dal cielo arrivava a ciascun israelita il cibo necessario in parti uguali, quella manna che, deperendo alla fine della giornata, non poteva essere accumulata ed usata come merce. Purtroppo, vedendo ciò che succede in molte occasioni, compresi i soccorsi dopo il terremoto di Haiti, spesso le cose vanno in maniera diversa».

Com’è nato il suo talento di scrittore?
«Faccio lo scrittore perché sono cresciuto in una stanza piena di libri, quelli di mio padre, grande appassionato di letteratura. Da ragazzo ero molto introverso e mi sono sempre tenuto compagnia con la scrittura, attraverso la quale provo a ridurre la mia esperienza in narrazione. La solitudine fa venir voglia di scrivere per qualcuno che non c’è ed ora mi accorgo di rivolgermi a persone care che non abitano più sulla terra, per continuare a raccontare qualcosa di me che loro non sanno più. Io non scrivo per i posteri ma per gli antenati, per stare con loro: un modo per tenermi compagnia e per snidarli da dove sono andati».

Qual è stata la sua esperienza familiare?
«Io e mia sorella abbiamo avuto dei buoni genitori che purtroppo hanno vissuto come un tradimento il mio allontanamento da casa quando avevo diciotto anni. Loro erano presenti ed esigenti, ma sempre rispettosi nei nostri confronti; tra l’altro, mi hanno insegnato tanta buona educazione che nel tempo ho un po’ disperso ma che ancora oggi affiora nei miei rapporti con gli altri. Mia madre, dopo essere rimasta vedova, ha abitato con me per diciannove anni ed è morta lo scorso anno. Ogni figlio deve prendersi cura del genitore anziano e accompagnarlo: è uno di quei compiti che la vita ti mette davanti».

Com’è cresciuto in lei l’attenzione e l’impegno per i più deboli?
«Credo sia un debito materno. Era il dopoguerra e vivevamo a Napoli: mia mamma diceva ad alta voce, a se stessa ed a me, i malanni e le sofferenze delle persone intorno, si dispiaceva e si arrabbiava. Mi faceva immedesimare in quello che succedeva agli altri, rappresentandone il dolore, soprattutto quello dei bambini che erano picchiati. All’epoca Napoli aveva la mortalità infantile più alta d’Europa e i bimbi morivano di denutrizione e di percosse, distrutti dalla violenza degli adulti. I loro pianti sono ancora vivi in me… . Nella mia infanzia ho imparato la compassione e la carità, che non è l’elemosina, ma anche la collera per reagire, da impotente marmocchio, ai continui soprusi».

Lei ha sempre lottato molto anche per preservare la sua libertà.
«La libertà non è un articolo della costituzione, un regalo che poi lo dimentichi e te la spassi. La libertà comporta continuamente dei rischi individuali, mettendosi contro l’andazzo generale, contro delle leggi sbagliate, correndo anche il rischio di un isolamento. Ogni giorno dobbiamo cercare la nostra personale linea di comportamento di fronte a ciò che succede. Invincibile non è chi vince sempre, ma chi mai si fa sbaragliare dalle sconfitte, chi mai rinuncia a battersi di nuovo».

Purtroppo in Italia è sempre più raro incontrare persone capaci di reagire alle ingiustizie e alle falsità.
«Credo che il nostro Paese stia perdendo il senso della comunità nazionale. C’è stata troppa licenza di arricchirsi a spese degli altri e della comunità, di infischiarsene delle leggi senza pagarne le conseguenze. Basta pensare al recente disegno di legge sul processo breve: certo che si possono abbreviare i processi, ma le norme volute dal Governo Berlusconi produrranno semplicemente la cancellazione di alcuni reati, naturalmente solo per coloro che possono acquistarsi l’impunità. Purtroppo oggi i giovani imparano dagli adulti l’arbitrio di chi se lo può permettere. Ormai non si è più cittadini ma clienti di uno Stato, giudicati in base al proprio potere di acquisto: allora c’è l’arrembaggio».

Com’è la sua giornata tipo?
«Sono una persona un po’ fuori corso. La sera mangio alle 18.30 e vado a dormire alle 20.30, per poi alzarmi alle quattro del mattino. Leggo tutti i giorni la Bibbia e, dopo eventuali altre letture e qualche scritto, vado a scalare ogni volta che posso. Sono diventato scalatore perché era una passione inevasa di mio padre che in guerra fece l’alpino: amava le montagne ma non è stato mai alpinista per diletto. Alla fine si eredita il debito, quello che il padre non ha saputo fare, il suo rammarico».

Lei è un esperto studioso e traduttore della Bibbia. Che cosa trova nella Sacra Scrittura?
In un’epoca come la nostra nella quale tante affermazioni, private e pubbliche, sono continuamente ritrattate e smentite, la parola nella Bibbia ha la massima efficacia, a tal punto da innescare l’Energia Creatrice. Personalmente, approfondisco le storie, i dettagli e i pensieri contenuti nella Sacra Scrittura, cercando di narrare le impronte della divinità nella storia. Leggendo la Bibbia riesco a instaurare una relazione con i suoi vari redattori più che con l’autore: non sono credente, in quanto non sono capace di rivolgermi alla divinità. Ogni giorno però ascolto, m’interrogo: in questo mi sento vicino a chi ha il dono della fede, diversamente dagli atei che escludono la possibilità della presenza di Dio. Il compito di credenti e non credenti è di stare insieme e far vacillare gli atei e i talebani. Ma soprattutto, la Bibbia ha portato nel mondo una novità assoluta: l’amore».

Come si può vivere con amore?
«Il monoteismo portò questo sentimento che nessun’altra divinità prima aveva sfiorato: l’amore, l’energia più forte che è dentro il corpo delle persone. Nel libro biblico del Detereunomio c’è scritto che l’uomo amerà Dio IN tutto il cuore, il fiato e le forze. IN e non CON, come si traduce comunemente, perché il cuore, il fiato e le forze non sono lo strumento dell’amore, ma sono il suo giacimento. L’amore è un’energia già presente in ognuno di noi e deve essere fatta zampillare tutta, non in parte: solo quando hai dato tutta la tua riserva d’amore, allora te la ritrovi rifornita ed aumentata. L’amore è come la manna: chi la conserva la spreca! Gesù ne è un testimone concreto: guarire era la sua manifestazione amorosa preferita, e più guariva, più aumentava la sua capacità. Gesù ci ha dato anche l’esempio di come si può rovesciare il male in bene: anche il peggior male, come il patibolo della croce, può essere trasformato in simbolo di speranza e resurrezione. Ma attenzione, il male non si lascia sbaragliare una volta per tutte, ricresce continuamente ed ognuno ci deve fare i conti. Il male però è sgambettabile, lo puoi far finire col culo per terra e prendere in giro».

Nel 2006 lei ha pubblicato “In nome della Madre” un libro di grande successo sulla Natività vista dalla Madonna. Come ha avuto l’ispirazione?
«Meditando sul Natale compresi che era la festa della madre, la festa di Miriam, una giovanissima ragazza madre che ha compiuto una missione in mezzo a tanti rischi e pericoli. L’angelo la rivestì di Grazia, che non è un portamento gradevole alla vista, ma la forza di combattimento necessaria per portare a termine una missione da soli, senza farsi disturbare ed intercettare dalle ostilità, dalle avversioni del mondo. La sua missione è portare a termine quella gravidanza, quei nove mesi. In seguito sarà elevata agli altari dalle generazioni successive, ma in quel momento sta con i due piedi per terra, dovendo resistere anche alle pressioni della legge che la voleva lapidare come adultera. In quella capanna fuori Betlemme quella ragazzina ha partorito da sola, con il povero Giuseppe che non riuscì a trovare né stanza né allevatrici. Maria, operaia della divinità, se la sbrigò tutta da sola, con tanta forza di volontà e convinzione nelle proprie possibilità e nella missione da compiere: un’immagine di purissima energia vitale ma dedicata, assistita. Questo testo ha anche un altro significato particolare per me poiché è il mio unico libro di cui non ho scelto personalmente il titolo. Infatti, prima di mandarlo in stampa, lo feci leggere a mia mamma che, finitolo, disse: “In nome del Padre inaugura il segno della croce. In nome della Madre s’inaugura la vita”. Così cambiai il titolo: proprio lei doveva essere … . Mia madre mi ha portato alla Madre, a lei spettava il compito».

Dopo tanta meditazione, quale resta per lei il mistero più grande?
«Il bambino che nasce è un mistero prodigioso. La natura ci mette talmente tanta forza per far avvenire una nascita, per far combinare quella fecondazione, distruggendo tante possibilità pur di arrivare a quell’unica tra le infinite possibili. Uno che se ne accorge resta meravigliato che sia capitato ad un se stesso, ad un me stesso. Rispetto alla venuta al mondo, l’esistenza poi è come un commento, una piccola cosa rispetto a quella grandiosità: pensiamo a quel vento che entra nel bambino e gli apre i polmoni quando è partorito!».



RIVOLUZIONARIO, VOLONTARIO, ALPINISTA, SCRITTORE, BIBBLISTA
Erri De Luca nasce a Napoli nel 1950 da una famiglia benestante con madre di origine americana che alla nascita lo chiama Henry, nome poi da lui cambiato nell’attuale. Conseguito il diploma liceale, si trasferisce a Roma dove entra a far parte della formazione di estrema sinistra Lotta Continua. Dal 1976, dopo lo scioglimento del movimento rivoluzionario, inizia a lavorare come operaio e ad impegnarsi come volontario in azioni umanitarie. Contemporaneamente, studia diverse lingue da autodidatta, concentrandosi in particolare sull’ebraico antico che gli permetterà di tradurre i testi della Bibbia che continua a meditare ogni giorno. Divenuto scrittore di successo e collaboratore di vari quotidiani italiani, Erri De Luca, che vive nella campagna alle porte di Roma in una casa che si è costruito personalmente, è altresì un esperto alpinista che ha scalato anche le vette dell’Himalaya.



MEDITAZIONE QUOTIDIANA
Nel 1989 Erri De Luca pubblica il suo primo libro “Non ora, non qui” (Feltrinelli). «Scrivevo già da ragazzo, ma non pensavo di fare lo scrittore - racconta De Luca - . Quell’anno mi trovavo a Milano come imputato ad un processo contro i militanti di Lotta Continua e, a mia insaputa, un’amica fece visionare un mio manoscritto ad un editore che lo pubblicò prima che mio padre morisse». Dopo sette anni De Luca si dedica completamente alla scrittura, riscontrando un crescente successo internazionale per i suoi circa 60 volumi pubblicati, di cui sette di traduzione di parti della Bibbia. Il suo ultimo romanzo, da diversi mesi nelle classifiche dei libri più venduti in Italia, si intitola “Il peso della farfalla” (Feltrinelli). Ultimamente partecipa nella veste di narratore a vari spettacoli teatrali, tra i quali quello tratto dal suo celebre libro “In nome della Madre” (Feltrinelli, 2006). Nonostante il suo rifiuto di partecipare ai premi letterari, ha ottenuto tre importanti riconoscimenti assegnategli in Francia.


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