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Ewan McGregor : che bello fare il cattivo ragazzo

Il suo nome si lega ai più grandi attori e registi, eppure non si accontenta mai

Sab 01 Mag 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 15

 Obi Wan Kenobi e il Camerlengo. Basterebbero solo questi due ruoli per comprendere la fama planetaria di un esile scozzese dal viso d'angelo e dall'occhio sveglio e malizioso. Danny Boyle, Woody Allen, Ridley Scott, Baz Luhrman, Roman Polanski, Tim Burton, Ron Howard, Mira Nair, Todd Haynes come registi. Natalie Portman, Scarlett Johansson, Nicole Kidman, Hillary Swank, Liam Neeson, Pierce Brosnan, Colin Farrell, George Clooney, Jeff Bridges, Tom Hanks, Jim Carrey, sono solo alcuni dei suoi illustri compagni di set. Basterebbero questi nomi a dire della splendida carriera di Ewan McGregor, uno degli attori più bravi - anche se a nostro parere potrebbe ancora fare meglio “hai ragione - ci ha risposto - è il motivo per cui continuo a lavorare, non mi accontento mai e allo stesso tempo mi piace troppo recitare”- e conosciuti del mondo. L'abbiamo incontrato alla Berlinale 2010 e, partendo dal film di Roman Polanski, “L'uomo nell'ombra”, in cui è eccellente nella parte di un ghost writer, abbiamo curiosato nella sua carriera e nei suoi pensieri.

L'uomo nell'ombra” sembra una vendetta di Polanski contro l'America. Lei cosa ne pensa?
«Non desidero parlare della situazione che vive ora, per rispetto di tutti e in particolare di una persona con cui ho lavorato benissimo. Per quanto riguarda il film, se è vero che Robert Harris (autore del libro che ha ispirato la pellicola, “Il ghost writer”, ed. Mondadori - ndr) ha pescato dalla nostra attualità post 11 settembre e si è ispirato per Adam Lang, l'ex primo ministro di cui il mio personaggio deve scrivere le memorie, a Tony Blair, io credo che a Roman sia piaciuto quello che ho amato io: la limpidezza della scrittura e il fatto che tutto era chiaro fin dalle pagine scritte da Harris e poi dalla loro sceneggiatura».

Un grande regista, uno script di alto livello. è più facile lavorare così?
«Io non ho mai fatto fatica a trovare il personaggio, a migliorarlo: era già perfetto. E trovo interessante queste figure politiche: qui non parliamo di un alter ego di Bush, facile da demonizzare per i suoi tanti errori e sono generoso a definirli tali... Parliamo di un tipo politico più complesso e difficile da analizzare. Anche se poi, non dimentichiamolo, questo è un thriller classico».

Cosa l'ha appassionata di più della storia?
«Che sia un intreccio che ha molto del cinema classico e di genere, Hitchcock in testa. Certo, poi si raccontano vicende che negli ultimi anni sono avvenute spesso (un rapimento illegale di presunti terroristi, con tortura a morte, dei servizi segreti inglesi per conto della Cia- ndr) e non credo che si possa parlare di vendetta. Ma di cinema che parla del mondo in cui siamo».

A proposito di Cia. Sa che di Polanski si è detto anche che fosse un agente segreto?
«Una notizia falsa, come molte altre diffuse negli ultimi tempi. Non parlo di lui, come persona, non mi sembra giusto per le persone coinvolte. Ma so che è qualcuno che ha sofferto molto, vedi i genitori persi nei lager, la morte della sua compagna, l'autoesilio dagli Stati Uniti. Dubito che lui o noi siamo schedati nei servizi, ma se fosse stato così, a questo punto lo sapremmo, no? E forse non sapremmo tante altre cose».

Allora ci racconti di Polanski regista, che esperienza è stata?
«Formativa e potente. Roman è uno che ti spinge al limite, chi lavora con lui deve dare tutto, anzi anche qualcosa in più. è un regista totale che si mette dietro la macchina da presa, che vuole seguire ogni dettaglio produttivo, che controlla persino il magazziniere, ogni momento dell'opera dev'essere sotto il suo controllo. Direi che, se ho recitato bene, lo devo per il 50% a lui, vista la cura con cui mi ha istruito sul personaggio, anche con parole molto dure e... colorite. Lui c'era sempre sul set quando facevo le mie scene. E se si arrabbiava con me, non era mai un fatto personale, è che quando è sul set è così concentrato che non ha filtri. Ti responsabilizza e ti fa sentire importante: è il miglior cineasta che un attore possa desiderare. Ti sta sempre addosso, anche fisicamente: nei primi piani è sempre a pochi centimetri da te, vuole cogliere tutto nei dettagli».

Per lei non dev'essere stato facile essere stato il “fantasma” di Polanski. Un uomo senza identità, da cosa si parte per impersonarlo?
«Confesso che non amo troppo il lavoro sul background di un personaggio, quando l'ho fatto spesso mi ci sono perso. Lo studio del passato di chi interpreti è pericoloso, spesso è dispersivo, ho la convinzione che sia il lavoro durante il film che costruisce il ruolo. E qui era affascinante questo protagonista che dall'inizio alla fine subisce una storia più grande di lui, che agisce reagendo, come molti di noi di fronte a meccanismi ignoti come spesso sono quelli del Potere. Qui c'è un uomo che rimane distaccato anche nei momenti più difficili, imbarazzanti, appassionati. Un uomo normale in una situazione eccezionale».

Una situazione in cui si ritrova anche il suo Phillip Morris, pur in un film molto diverso?
«Sì, direi di sì, anche lui in “I love you Phillip Morris” (in Italia uscito col titolo “Colpo di fulmine - Il mago della truffa” - ndr) costruisce la sua storia e il suo carattere dal momento in cui lo incontriamo. Se nel caso del ghost writer a cambiare la sua vita e a renderlo tridimensionale è il potere e la sua violenza, qui a farlo è l'amore e la passione irrazionale. In fondo, non sono poi situazioni così diverse. Sono personaggi che vedono tutti e due i lati della medaglia. Come i cattivi».

Lei è nato al cinema come cattivo ragazzo, ma ora le fanno fare l'eroe. Le pesa?
«No, perché non è vero. Mi prendono per fare il buono, ma anche quello che deve solo far finta di esserlo. Per questo ho amato molto il personaggio di Iago a teatro - e non a caso di tutte le opere di Polanski preferisco Macbeth - e anche quello del camerlengo per Ron Howard in “Angeli e Demoni”. Hanno uno spessore che colpisce l'attore e lo spettatore alla stessa maniera. E se sono scritti bene, questi film danno un grande spessore al personaggio e alla storia: perché il mistero si dipana con loro».

Nel caso del camerlengo lei è alle prese con un thriller su molti misteri. Della Fede.
«Il libro e il film non vogliono dire qualcosa sulla religione, né contro. Sono trame fitte di misteri e colpi di scena. Di sicuro sono stato attratto dal mio personaggio per la sua “coerente ambiguità”. Lui è un simbolo, un custode della Fede, ma allo stesso tempo la Scienza l'ha sedotto. Cerca una sintesi tra loro, lo fa in maniera spettacolare, folle, ma non è forse quello che fa la maggior parte di noi? E in quell'uomo, che ancora faccio fatica a capire se buono o cattivo, visionario o pazzo, c'è la contraddizione più grande, quella tra Ragione e Fede. Tra anima e cervello. Pazzi e cattivi, i migliori (sorride sornione - ndr)».

L'impressione è che ora lei si scelga con più cura le parti, per dare una svolta alla carriera. Un film indipendente e scottante, poi un grande autore.
«Confesso che in questo sono un po’ arrogante. Nonostante l'età (39 anni il 31 marzo scorso - ndr) ho sempre prestato poca attenzione agli alti e bassi della carriera e a quello che la gente pensa. Ecco perché evito sempre le recensioni. Ho poche certezze e la costante preoccupazione di perdere anche quelle! Non c'è calcolo nell'essere prima cavaliere Jedi, poi Ghost Writer e compagno di Carrey!».

Un piccolo scherzo: i baci e la storia con Jim Carrey in “Colpo di fulmine” sono molto appassionati. Sa che molte donne l'hanno invidiata? C'è stato qualche imbarazzo fra di voi?
«Jim bacia bene, posso confermarlo (ride). Nessun imbarazzo, pensi che uno che ha interpretato Curt Wilde (l'alter ego di Iggy Pop in Velvet Goldmine) possa averne? Scherzi a parte, quella di I love you Phillip Morris è soprattutto una storia d'amore. Divenuta un caso politico perché il mondo è molto più arretrato del cinema».

Nessun disagio nell'interpretare un gay? Avete dato così fastidio che in America non vi fanno uscire.
«Solo artistico. Quando iniziai due anni fa, proprio per la difficoltà del ruolo e forse per una definizione iniziale non perfetta del personaggio, non ho avuto subito la certezza, l'agiatezza nel recitare il mio personaggio e stare sul set. In quel caso le scene girate nei primi giorni, i più complicati (per fortuna non in sequenza) avevano un'incertezza, un'impressione di disagio che è sparita diluendola nel montaggio. I piccoli grandi trucchi del cinema».



 

Attore internazionale e padre di famiglia
Si è fatto conoscere fuori dalla Gran Bretagna con “Trainspotting” del 1996. Giunge a fama mondiale con “Star Wars” (I, II e III episodio), con il ruolo del giovane Obi-Wan Kenobi.
Con il film “Moulin Rouge”, al fianco di Nicole Kidman, ottiene la nomination ai Golden Globe come miglior attore e riceve il premio come miglior attore britannico. Nel 2003 ha recitato in “Big Fish - Le storie di una vita incredibile”, di Tim Burton e in “Abbasso l'amore”, accanto a Renee Zellweger. Nel 2005 è apparso in “The Island”, accanto a Scarlett Johansson. Nel 2006 ha recitato in “Sogni e delitti” di Woody Allen. Nel 2009 recita nella commedia drammatica intitolata “Colpo di fulmine - Il mago della truffa”. Ad aprile 2008 è nel cast di “Sex List - Omicidio a tre”. È tra gli intepreti di “Angeli e demoni” di Ron Howard. Uno dei suoi ultimi lavori cinematografici è “L'uomo che fissa le capre”, diretto da Grant Heslov e che lo vede protagonista accanto a George Clooney, Jeff Bridges e Kevin Spacey.
Del 1995 è sposato con la scenografa francese Eve Mavrakis, da cui ha avuto le figlie Clara Mathilde (nata nel 1996) ed Esther Rose (nata nel 2001). Nell'aprile 2006, McGregor e sua moglie hanno adottato una terza bambina, Jamiyan, nata in Mongolia nel 2001. 


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