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Nessuno vuole eliminare la censura

Enrico Mentana si rifugia nel web che rimane, per ora, l’unica uscita di sicurezza

Sab 01 Mag 2010 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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 Enrico Mentana è un uomo tutto d'un pezzo. Uno che non va a dirigere la Gazzetta dello Sport per rispetto del padre, uno che si dimette perché non si dà il giusto spazio alla vicenda Englaro nella televisione in cui lavora. Uno che, dopo aver lavorato alla Rai, si è inventato un telegiornale a Canale 5 che ha rivoluzionato il modo di fare informazione in Italia, e che ha gareggiato e spesso primeggiato in ascolti e qualità con l'ammiraglia Rai, il tg1. è persona preparata e gentile che non ama la polemica fine a se stessa, ma che non aggira mai una domanda. E che non ha paura di farne, e farsene. è uno dei pochi “veri” giornalisti in Italia, ed è questo, forse, il motivo per cui è rimasto fuori da tutti i network nazionali. In queste settimane caldissime di guerra all'informazione, di una politica sempre più invadente, di uomini contro, un professionista indipendente e senza peli sulla lingua prova a fare un punto con noi.

Lei è uno dei pochi giornalisti che nei giorni della par condicio, che ha zittito i talk, e di happening come ‘Raiperunanotte’, ha potuto fare il proprio lavoro su Corriere.tv. Come vede la tempesta che si è scatenata sull'informazione in Italia?
«Intanto constato che la campagna elettorale è sempre e comunque il momento meno indicato per parlare d'informazione, perché tutti cercano di fare il loro gioco, con faziosità. C'è sincero allarme e lo avverto, ma anche ipocrisia e malafede da entrambe le parti».

Cosa intende dire?
«Che non si vuole sanare la censura, la si vuole usare contro l'avversario. Come il conflitto d'interessi: il centrosinistra non ha fatto nulla per risolverlo, perché nel gioco della politica italiana la debolezza dell'avversario va coltivata, non soppressa, così puoi rinfacciargliela nelle prossime campagne elettorali, appunto. E che è ovvio che le registrazioni di Trani (sulle pressioni di Berlusconi su un membro dell'Apcom e sui colloqui con il direttore del tg1- ndr) offrono uno spaccato preoccupante dei rapporti tra maggioranza, servizio pubblico e informazione. Ma è anche vero che io ho iniziato 30 anni fa proprio al Tg1 e mai è successo, a mia memoria, che esso fosse guidato da un giornalista non gradito a Palazzo Chigi. Quindi il problema è strutturale: si pensi solo a quanti giornalisti sono usciti dal Tg1 per divenire parlamentari, altra perversione preoccupante del sistema, a mio parere».

E quale può essere la soluzione?
«Una riforma della Rai vera, una privatizzazione che la smarchi dal controllo del Parlamento e quindi da una diretta dipendenza dalla politica. Faccio un esempio: se le decisioni sul caso Mills discusso da Santoro fossero state prese da un amministratore delegato indipendente che avesse già dimostrato una condotta volta solo all'interesse della Rai, sicuramente ci sarebbero state molte meno polemiche. Perché certi problemi non nascono oggi, si ripetono da anni».

Se non si va alle urne, gli attacchi all'informazione non fanno notizia.
«Sì, perché in Italia non si parla delle cose, semplicemente ognuno parla contro gli altri. E vale sempre. Ricordo quando Bertinotti minacciò l'uscita dal Governo Prodi: dal Tg3 sembrava che l'Italia stesse per essere invasa da una potenza nemica, mobilitarono persino Sabrina Ferilli con il famoso “Fausto ripensaci”. Il problema dell'informazione esiste solo quando c'è il “noi contro loro”».

E l'informazione è sempre più faziosa, strumentalizzata, mezzo di attacco dell'avversario.
«Il male è tutto qui, questo è il primo periodo da quando faccio questo lavoro in cui i giornalisti possono prendere il ruolo dei politici. Se non trovi Di Pietro e Ghedini per un talk politico, puoi sempre chiamare Travaglio e Belpietro, anzi è pure meglio. Sono professionisti d'ottimo livello, per carità, ma ormai i giornali e i programmi tv non informano, ma confermano prevedibilmente le pulsioni di chi li legge e guarda».

Molti direbbero che questo è il sale della democrazia.
«Forse, ma il problema è che questo ipoteca tutto il resto. Questa contrapposizione caricaturale ed esiziale si pensa che strozzi le colombe e il centro, ma il giustizialismo-antigiustizialismo toglie tutte le tinte politiche che siano fuori dal Pdl e dall'Italia dei Valori. è un referendum giornalistico e politico quotidiano su berlusconismo e dipietrismo e temi e canoni sono imposti da loro. E sono anche di piccolo cabotaggio: non si è parlato dei grandi scandali giudiziari, come quelli sulla Protezione Civile o su un grande operatore telefonico, ma di cosette come Trani e il caos-liste».


E così la discussione politica e l'informazione passano in secondo piano?
«Gli organi d'informazione sono ben contenti di non parlare dei problemi reali. Certo, a me fa impressione leggere Berlusconi su Santoro, il suo sfogo è patologico. Ma che me ne frega delle trascrizioni sulla moglie e sul fatto che vuole 90 milioni all'anno di alimenti?».

Salvatores ha parlato di tg virtuali. Non sembrano mai esserlo stati tanto.
«Ti rispondo con una domanda: quale tg sfugge alla logica di un interesse? Il modello, se avesse una visibilità maggiore, sarebbe Sky Tg24. O, facendo una provocazione, Berlusconi nel '92, quando volle un telegiornale che voleva fare informazione stando fuori dalle pastoie politiche».

Oppure la sua nuova arena, il web.
«In tutta onestà credo che la tv rimanga il luogo principe della rappresentazione, il web è più un'uscita di sicurezza, almeno per ora. Questo è stato un momento particolare: come quando si guastava la tv e sentivi la partita per radio. è come la rivoluzione del digitale terrestre: abbiamo più di 100 canali, ma poi tutti vedono ancora sempre gli stessi canali di prima. L'abitudine non si infrange facilmente. Certo, come ho scritto nella mia lettera al direttore del Corriere della Sera, quella di provare a sostituirsi alla tv, di andare oltre i suoi limiti con le possibilità che ci dà il web, era una sfida da non perdere».

 

 

DALLA RAI AL WEB
Nato nel gennaio del 1955, nel 1980 è stato assunto alla RAI alla redazione Esteri. Prima inviato e conduttore del TG1 e poi vicedirettore del TG2, è stato nominato conduttore di Speciale TG1. Dal 1988 su Rai Due ha condotto il programma di attualità “Altri particolari in cronaca”, attività che porterà avanti fino al 1991, anno in cui ha lasciato la RAI. Il 13 gennaio 1992 è passato a Mediaset, come direttore del neonato TG5. Ha presentato il programma “Rotocalco”, ha diretto TGcom e ha varato la rubrica del TG5 Terra! L'11 novembre del 2004 Mentana annuncia in diretta che l'azienda l'ha esonerato dalla direzione del TG5. Qualche giorno più tardi è nominato direttore editoriale di Mediaset. Il 4 settembre 2005 ha esordito con il nuovo programma d'informazione “Matrix”, da lui ideato e condotto. Nello stesso anno conduce “Serie A - Il grande calcio”. Il 9 febbraio 2009, dopo la morte di Eluana Englaro, annuncia le sue dimissioni dalla carica di direttore editoriale di Mediaset, perché l’Azienda ha preferito mandare in onda il Grande Fratello piuttosto che trasmettere uno speciale sulla Englaro. Nel corso dell’ultima campagna elettorale ha condotto un talk politico su corriere.tv
 


 

Potere & Informazione Spa

«Che cos'è la verità?», chiese sarcasticamente Ponzio Pilato. Oggi è la materia prima da 'aggiustare' a cura di giornali e telegiornali totalmente dominati da partiti e lobby. Oppure da eliminare.

Maria Luisa Busi
“Il clima in redazione è insostenibile, in 21 anni ho visto altri direttori riconducibili all'area culturale del centrodestra (Vespa, Rossella, Minun), nessuno aveva mai osato tanto... Al tg1 non si parla più della vita reale, dei problemi dei cittadini, di chi ha perso il lavoro, di chi non ce la fa, dei cassintegrati, dei precari della scuola”

Tiziana Ferrario
"Quello che sta accadendo da mesi in questo giornale, le emarginazioni di molti colleghi, i doppi e tripli incarichi di altri, le ripetute promozioni e le ricompense elargite sotto forma di conduzioni e rubriche sono il frutto di una deregulation che viene da lontano ma che si è ulteriormente inasprita e che a mio parere non promette nulla di buono per il futuro e ci sta portando ad una perdita di credibilità del Tg1"

Ferruccio De Bortoli
“Un giornale non è un partito. L'informazione è corretta se fornisce al lettore tutti gli elementi necessari per formarsi, in piena libertà e senza condizionamenti, un'opinione. Non lo è quando amplifica o sottostima una notizia chiedendosi prima se giova o no alla propria parte o al proprio padrone. Ed è quello che sta accadendo oggi: i fatti non sono più separati dalle opinioni. Sono al servizio delle opinioni”

Obama contro Murdoch
“Fox News non è una tv, è un partito... con opinioni mascherate da fatti”

Gianni Riotta
“Lo schema è purtroppo molto semplice: quando sei mio amico hai ragione, ma quando non sei mio amico, hai torto”

Massimo D’Alema
“I giornali? È un segno di civiltà non leggerli. Bisogna lasciarli in edicola”

“La stampa? Un problema, come la corruzione”

“In questo Paese non sarà mai possibile fare qualcosa finché ci sarà di mezzo la stampa. La prima cosa da fare quando nascerà la Seconda Repubblica sarà una bella epurazione dei giornalisti in stile polpottiano (cioè nello stile di Pol Pot sanguinario dittatore comunista della Cambogia)” 13 aprile 1993


“I direttori dei telegiornali più che la verità hanno a cuore l'intrattenimento, talvolta l'imbonimento, in poche parole a livello di informazione fanno ridere. Suggerisco allora alla guida di un TG il mago Forrest, anche lui fa ridere, ma almeno dice molte più cose”.
Alberico Cecchini


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