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Fare bene per stare bene

La solidarietà forse è nel nostro Dna ma per ora è certo solo che provoca benessere

Sab 01 Mag 2010 | di Maurizio Targa | Attualità
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Siete per Plauto o per Aristotele? Homo homini lupus (l'uomo è un lupo per l'altro uomo) o siamo invece animali sociali? Se preferite, cantate con Raf “Siamo soli nell'immenso vuoto che c'è” o con Tiziano Ferro “Nessuno è solo”? Comunque la pensiate, gli studi più recenti e accreditati vanno in una direzione ben precisa, ponendo la base dello sviluppo umano nella socialità e nella disponibilità a condividere con gli altri ciò che si possiede. Un altruismo innato e un’esigenza altrettanto primordiale di giustizia sembrano essere le fondamenta e la chiave del successo dell'uomo che, anche se oggi fa poco per meritarselo, è innegabilmente l'essere preminente tra le creature del nostro pianeta.

Il cervello prova piacere
«Il senso morale di altruismo non deriva dalla religione - assicura Gregory Berns, professore di psichiatria alla Emory University di Atlanta -: i principi che ciascuno sente di rispettare sono pre-programmati nel nostro cervello fin dalla nascita e hanno basi neurobiologiche». E gli studi del professore hanno dimostrato che, quando le persone mettono in atto comportamenti altruistici, nel loro cervello aumenta il flusso di sangue nelle aree attivate dalla vista di cose piacevoli. Insomma, fare del bene fa star bene.
L’italiano Carlo Matessi, dirigente di ricerca dell’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia, ha rafforzato queste ipotesi con altre e proprie ricerche basate sulla teoria darwiniana dell’evoluzione della specie. L’altruismo dell’uomo attuale sarebbe l'eredità di quello sviluppato dall’Homo sapiens sapiens dell’epoca del Paleolitico, retaggio ancestrale di una necessità di giustizia innata nell’uomo sin dalla notte dei tempi.

Un amico chiamato bonobo
Ma è una prerogativa solo umana? E ci può essere qualcuno che non possieda il dono della generosità? La risposta è no ad entrambi i quesiti: uno studio del prof. Brian Hare dalla Duke University (North Carolina) pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Current Biology ha divulgato un’analisi condotta sui bonobo, una specie di scimpanzé considerati i nostri parenti più prossimi.
Nell’esperimento, i bonobo venivano chiusi in alcune stanze con una buona quantità di cibo a disposizione ed avevano la possibilità di mangiarne immediatamente e in abbondanza da soli, o usare una “chiave” per aprire la porta di una stanza adiacente vuota o con un altro bonobo dentro. I soggetti del test potevano facilmente vedere nelle sale, in modo che sapessero quali fossero vuote e quali occupate. Il risultato incontrovertibile è stato che i soggetti preferivano volontariamente aprire la porta al vicino per consentirgli di condividere il cibo, senza alcun segno di aggressività, frustrazione o cambiamento della rapidità del tasso di condivisione. Si è quindi potuto affermare (in scienza si chiama modello) che la condivisione è stata particolarmente evidente rispetto agli altri contesti in cui i bonobo tendevano a non disperdere il cibo per cause oggettive e ragionevoli, ad esempio per accumulare scorte invernali. In poche parole, un atto di altruismo puro. Gli autori sottolineano che è anche possibile che le scimmie abbiano scelto di condividere al fine di ottenere favori in futuro: il fatto che i soggetti non si conoscessero né siano stati più fatti interagire tra loro in futuro, porterebbe tuttavia a scartare questa ipotesi maliziosa.

Aiutarsi per sopravvivere
Secondo l’antropologo Donald E. Brown dell’Università della California, esiste un nesso di causalità tra l’evoluzione della specie ed il sentimento di condivisione, con buona pace di Richard Dawkins, evoluzionista di ferro detto anche il rottweiler di Darwin, e dei suoi accoliti, per i quali la lotta per la sopravvivenza avviene prevalentemente al livello di "geni egoisti" che sfruttano gli organismi e le specie come veicoli per la loro trasmissione e riproduzione, non esitando a schiacciare il prossimo pur di farsi largo. Altro che homini lupus: qui siamo alla legge della jungla più spietata! Per fortuna non è così; quando le condizioni non erano idonee alla vita soprattutto dei più deboli, delle donne e dei bambini, l’uomo primitivo le ha trasformate: il fuoco, i ricoveri, le semine per fare scorta di cibo sono state altrettante sfide lanciate alla pura e semplice selezione naturale. Ad animarlo in queste lotte era un senso di altruismo verso il prossimo più fragile e inerme, unito alla capacità di distinguere ciò che era giusto e ciò che non lo era. E a nulla vale l’ateismo più arrabbiato del già citato Dawkins: anche secondo scienziati laici come Steven Pinker dell’Università di Harvard, il nesso tra religione e senso morale non è consequenziale, ma i principi che ciascuno sente di rispettare sono innati nell’uomo ed hanno basi neurobiologiche. Il gene della bontà non è stato ancora scoperto, quindi l’argomento sarà ancora per molto tempo solo un dibattito tra diverse opinioni, ma che il senso del bene e dell’altruismo sia iscritto nei nostri geni, unito alla consapevolezza di essere naturalmente più buoni di quanto comunemente creduto, non può che farci estremamente piacere.

 

 

BIZZARRIE DA CERVELLONI SENZ’ANIMA
Si può indagare su questioni come la solidarietà o l'amore analizzando solo la materia, in questo caso il cervello? Questi studi scientifici sul comportamento umano sono veramente bizzarri. Per non dire ridicoli. Certo che un atto di generosità ha ripercussioni sui nervi, sulla circolazione del sangue e sulla psiche. Ma non è certo dal cervello che parte la solidarietà, o dalle cellule. Esiste qualcosa della persona che regolarmente sfugge a molti scienziati: l'anima. Non solo perché non si può osservare scientificamente, ma perché probabilmente essi stessi non ce l'hanno. Sì, proprio così, molti scienziati sono senz'anima. Chi immola la propria vita sull'altare della ragione e della scienza, sarà anche un gran cervello, ma rischia fortemente di perdere l'anima e di non capirci proprio nulla dell'uomo e della vita. Cercare l'origine di un gesto generoso nelle cellule e nel Dna è qualcosa di simile al feticismo, cioè nel provare pulsioni anziché verso un'altra persona, verso l'abbigliamento di questa. è come studiare una radiolina per analizzare la capacità di comporre di Chopin. La creatività, l'amore, la passione sono scientificamente impossibili da studiare. L'anima e la sessualità sono i veri motori della vita e non considerandoli si cade nel ridicolo. E sia l'anima che la sessualità inconsciamente sempre anelano a relazioni di amore, dal concepimento alla morte. Che la mente si accorga o no, per nostra natura, cerchiamo amore, cioè rispetto della nostra persona e scambi veri, genuini, di qualità, con persone affidabili. E se non le troviamo ci ammaliamo, ci deprimiamo, ci fissiamo. E poi pretendiamo di risolvere, curando solo il corpo o solo la mente, continuando ad infischiarcene dell'anima. Ma forse più che nei geni l’origine della generosità va cercata altrove.


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