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Guatemala: come un acquerello

Alla scoperta delle rovine Maya e di bellezze naturali ancora intatte

Sab 01 Mag 2010 | di Manuela Senatore | Mondo
Foto di 14

I turisti che arrivano in Guatemala sanno che nella capitale c’è poco da vedere e si recano subito ad Antigua, la cosmopolita cittadina vicino Guatemala City. Così anch’io prendo un taxi dall’aeroporto alla fermata dei bus. Il tassista mi avverte che si rischia grosso a prendere i mezzi pubblici: bande di teppisti fermerebbero gli autobus in tragitto per depredare i turisti dei loro possedimenti. Mentre ancora discutiamo, accostiamo sul lato di una strada trafficata e il bus sta già arrivando. I passeggeri sono tutti guatemaltechi, ma nessuno sembra prestarmi attenzione. Alle numerose fermate salgono venditori di caramelle e dolcetti che la fanno lunga solo per ottenere un quetzal (nemmeno dieci centesimi). Lasciamo alle spalle il traffico cittadino: la strada è ben asfaltata, ma piena di curve che l’autista affronta tutte di un fiato, tanto che devo reggermi.

Un reticolo di case colorate
Ad Antigua il bus avanza tra un reticolo di stradine costeggiate da casette colorate; la vegetazione è abbondante e curata. Sul piazzale dei bus un ragazzino mi spiega come raggiungere l’ostello che ho scelto perché si chiama Ummagumma. Nonostante la stanchezza del viaggio, m’immergo nel pomeriggio tranquillo di questa colonia per i turisti che studiano lo spagnolo. Rari scooter e moto leggere, insieme a qualche macchina, procedono senza farsi notare. Spio un macellaio che legge il giornale con il capo chino, mentre i tagli della carne gli pendono intorno; indago le rovine di chiese coloniali, affascinanti nella decadenza abbellita da fiori nuovi; nella piazza del Parque Central vedo la cattedrale, i caffè e i conduttori di carrozzelle. Faccio uno spuntino a base di carne di manzo bollito, barbabietole rosse e fagioli, su una base d’immancabile tortilla di mais. È un pomeriggio sonnolento popolato di coppie sulle panchine, lustrascarpe e qualche raro turista.

Capitale religiosa
Questa cittadina placida vive un momento magico nella settimana di Pasqua, quando le processioni elaborate della Semana Santa riempiono le strade. Sul portale dell’Iglesia de Nuestra Señora de la Merced c’è un uomo minuto dai tratti indigeni che scandisce intervalli arcani con un tamburo. Questa chiesa monastero del XVI secolo ha nel chiostro una gigantesca fontana a forma di ninfea (un simbolo di potere per i Maya). Sotto le ombre del colonnato, una signora dipinge figurine religiose di terracotta. Al piano superiore si sente lo schiamazzo di voci infantili che vengono dal cortile di una scuola vicina. In un emporio di artigianato mi soffermo a guardare delle maschere oniriche e spaventose dalle sembianze umane, animali e immaginarie. Un altro articolo insolito sono le statuette di anziani con la pipa: sono vestiti alla buona e indossano il cappello. Per il pranzo mi suggeriscono la Cuevita de las Urquizas, dove i piatti tipici sono pronti e conservati in otri di coccio. La pietanza si sceglie all’entrata ed è servita nel cortile sul retro. Vicino c’è Las Capuchinas, un convento creato da monache di Madrid nel 1700. È uno spazio serafico trapuntato da giardini e fontane; ma la struttura a torre con diciotto celle di clausura ricorda i rigori di una vita reclusa. Prima del tramonto i turisti salgono allo Sky, che è un bar dal cui tetto si gode una vista perfetta sulla città. Mentre gusto una bevanda, comincio a conversare con un giovane guatemalteco cresciuto e istruito negli USA. Mi spiega che è tornato nel paese natale per dare un contributo con le sue capacità professionali. Lo stipendio è solo una porzione di quello americano, ma vuole rimanere ancora perché è la cosa giusta.

Verso il Caribe nero
All’indomani la sveglia è prima delle quattro perché continuo il viaggio verso Puerto Barrios a nord. Al molo mi imbarco per Livingston, che sorge sul Mar dei Caraibi. La lancia procede veloce lungo l’insenatura: lo scenario è incantevole e gli uccelli marini ci seguono tracciando traiettorie fulminee fino al porticciolo di Livingston. C’è una sola via principale, dove si allineano gli hotel e i ristoranti per i turisti: la vera vita degli abitanti si svolge nei vicoli e nelle campagne alle spalle. Livingston ha una popolazione e una cultura uniche in Guatemala: la cosiddetta comunità garifuna (dei neri caraibici) origina dalla vicina isola di Saint Vincent, che nel XVIII secolo raccoglieva gli schiavi africani sopravvissuti ai naufragi. L’idioma garifuno è un misto di lingue caraibiche e africane, con un tocco di francese. L’hotel Rio Dulce, dove alloggio, è gestito da un signore cordiale che sogna di vedere il Colosseo. Seduta per uno spuntino lungo la Calle Principal, ho una visione quasi surreale: un ragazzino con occhiali funky e il sorriso sulle labbra guida la sua bici con una mano mentre con l’altra regge per la coda un pesce che riverbera d’argento. I ritmi sono rilassati, mentre una musica reggae suona da qualche microfono che non so identificare.

l’anima caraibica
Percorrendo cinque chilometri lungo la riva della spiaggia di Livingston, si arriva ai Siete Altares, una riserva naturale. Lungo il cammino si vedono semplici casette di pescatori e alcune barche che vendono pesce fresco. Incontro due locali, un ragazzo e un anziano che regge un machete d’agricoltore. Il più giovane, un musicista amante della cultura garifuna che sta anche scrivendo un libro sulla sua gente, si offre di accompagnarmi a destinazione. Il guardiano dei Siete Altares è quasi una figura patriarcale che conserva le immagini di personaggi simbolo della storia nera; tra queste spicca una foto di Obama. Dopo una giornata passata a socializzare con i locali mi congedo dal mio nuovo amico con un brindisi a base di guifiti, un micidiale distillato di rum di cocco ed erbe.

Le bellezze naturali del Rio Dulce
Il viaggio continua sul Rio Dulce, il fiume che porta all’omonima cittadina. La nostra barca scorre nel mezzo della giungla tropicale. A metà percorso, dove il fiume si allarga in una sorta di lago chiamato El Golfete ci troviamo circondati dalle ninfee. Dai vapori spunta una bambina su una canoa; si accosta alla nostra lancia e tira fuori una tartaruga sperando di attirare simpatia e qualche obolo. Mentre ci allontaniamo vedo che continua e guardarci. Un’altra sorpresa è l’Isla de Pajaros, popolata da migliaia di uccelli d’acqua. Lentamente la barca ci porta verso il mondo abitato fino al Castillo di San Felipe, quando siamo ormai sul Lago de Izabal, il maggiore del paese. Sbarchiamo a Rio Dulce e devo decidere come arrivare a Flores, che è l’accesso più comodo al parco archeologico di Tikal, dove sono le maestose rovine Maya.

In cammino verso Tikal
Una coppia italiana sa già dove prendere il bus. Mi unisco a loro e compriamo il biglietto in una farmacia; la signora che vende i biglietti ogni tanto rivolta pure le empanadas che friggono davanti alla bottega. Siamo su una via di transito che pullula di botteghe e banchi della frutta. Finalmente arriva il nostro mezzo. Quando arriviamo è già buio. Rapidamente apro la guida per scegliere il nome di un hotel da dare al tassista e lui mi ci porta in un baleno. Flores mi sembra una cittadina piacevole ma in qualche modo inquietante: quasi tutti i ristoranti sono vuoti e soldati armati pattugliano le strade e la riva del lago de Peten Itza. La partenza per Tikal è alle undici di mattina. Attendo nella sala d’aspetto, dove gruppetti di bambini vendono fette di frutta imbustate. Tre bambine si avvicinano mentre sto scrivendo: con le loro manine appiccicose scorrono le mie cartoline e m’interrogano su luoghi del loro paese di cui non hanno mai sentito. Il furgoncino per Tikal sosta in un caotico mercato e si riempie all’inverosimile. Talora devia tra strade sterrate in un paesaggio campestre.

L’incontro con il mondo Maya
Finalmente arriviamo all’entrata del parco e percorriamo qualche chilometro costeggiando una fitta vegetazione. Tikal si distingue dagli altri siti Maya perché è immerso nella giungla; i templi sono stati ripuliti e restaurati, ma si cammina dentro la foresta per passare da un edificio all’altro. La mia visita comincia dopo le tre, perché a quest’ora si acquista un biglietto d’ingresso (circa 15 euro) che vale anche per l’indomani. I guardiani mi propongono un’escursione all’alba del giorno dopo, evidentemente fuori dalle regole, visto che il parco apre alle sei. Piena di attese, comincio a incamminarmi sulla via polverosa e incontro alcuni tacchini del Petén, dalle penne scure con i riflessi verdi e ruggine, che sono di casa nel parco. Poi, mi sorprende il Ceiba, o albero della vita, con il fusto che sale drittissimo verso il cielo e termina in una ghirlanda di rami coperti di peluria rossastra e fiori. La sua bellezza mozzafiato fa capire il rispetto attribuitogli dai Maya. Addentrandomi ancora, intravedo la sommità di una piramide che appare tra le fronde. Significa che sono vicina alla Gran Plaza dove sorgono i due templi principali, Templo I e II. Sono piramidi a gradoni alte più di 44 metri. Il Templo I non si può più ascendere dopo le fatali cadute sperimentate da vari turisti; si può invece salire al Tempio II dal quale si gode una vista spettacolare sulla piazza. È bello rimanere nel parco fino alla chiusura e apprezzare insieme a un pappagallo verde il tramonto su queste pietre, in piedi da decine di secoli. Le ombre si addensano sulla giungla che si stende a perdita d’occhio. Quando esco dal parco, è difficile riconoscere il cammino: per fortuna dietro di me qualcuno ha le torce.

Un parco conteso alla natura
La notte ai bordi del parco ha qualcosa d’inquietante: mi sveglio al lacerante urlo di quello che forse è una scimmia, ma con i sensi distorti dal sonno mi sembra un prodigio mostruoso appostato nell’oscurità. È una sensazione agghiacciante. Alle sei sono già di ritorno, cominciando dalla piazza principale dove gli uccelli e gli altri animali tessono un contrappunto di grida e versi. I vapori del mattino avvolgono ancora le rovine e la vegetazione. Percorro il sito in lungo e in largo passando per il Tempio delle Iscrizioni e salendo sul Tempio V, il più alto di Tikal. Mentre visito le rovine, un ometto anziano con i capelli neri mi avvicina per parlarmi delle misteriose forze vitali che lui dominerebbe come gli antichi Maya. Mi porta al sito di un albero immenso le cui radici possono avvolgere più di una persona. Secondo lui, quest’albero avrebbe tremila anni: anche se non ci credo, alla fine lo ringrazio con una mancia. La visita continua tra nuovi templi da arrampicare e altre sorprese, come quando una scimmia ragno si lancia da un ramo all’altro proprio davanti ai nostri occhi.

L’entroterra
Ormai non resta che una tappa in questo breve viaggio: l’indomani siamo in partenza per Cobán, nel centro del paese, e da qui raggiungeremo le verdeggianti colline di Lanquín. Qui visitiamo le spettacolari grotte delle quali ancora non si è trovata l’uscita. Al tramonto, frotte di pipistrelli si lanciano verso il buio della foresta. Un’altra bellezza, pare la più attraente del Guatemala, si trova poco distante a Semuc Champey. Qui la natura ha scavato una serie di pozze naturali nelle quali si puó fare il bagno. Prima di bagnarci ci arrampichiamo per ammirarne la vista dall’alto. È piacevole immergersi in queste piscine color smeraldo e provare il brivido freddo che viene dall’acqua cristallina. Ci rimaniamo per un paio d’ore e poi di nuovo ripartiamo. Lungo il sentiero polveroso, la nostra vettura incrocia un paio di camionette che trasportano le persone in piedi sul rimorchio, un’immagine tipica del Centro America.

Nella capitale nonostante tutto
L’ultima sera la passiamo a Guatemala City. Sulla guida si legge che di recente la criminalità di strada è aumentata e bisogna adottare la stessa cautela che si avrebbe – la guida dice proprio così – a Manhattan o a Roma. La città è divisa in tredici zone. Per sicurezza e semplicità soggiorniamo in quella per i turisti. Davanti ai ristoranti i mariachi suonano le loro melodie in cambio di una mancia. Dopo cena entriamo in un club frequentato da giovani con i soldi. La musica è la pop che piace ovunque: da questo capisco che l’avventura guatemalteca è proprio arrivata alla fine.


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