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Sudafrica: benvenuti nel paese con più contraddizioni...

Il Sudafrica della disoccupazione e delle disuguaglianze razziali ha speso 5 miliardi di dollari per i mondiali

Lun 07 Giu 2010 | di Roberta Giaconi | Mondo
Foto di 11

 In Sudafrica è scattato il conto alla rovescia. Manca poco ormai all’inizio dei mondiali di calcio. Il paese è un cantiere, aspetta l’arrivo dei turisti come una grande, preziosa occasione di farsi conoscere dal mondo.
È autunno qui, presto arriverà l’inverno. A Città del Capo il vento soffia forte, la pioggia lascia spazio soltanto raramente a qualche bella giornata di sole. Le mura della città sono piene dei cartelli che annunciano l’evento, in gran parte degli uffici è stata attaccata la mascotte dei Bafana Bafana, la squadra di calcio sudafricana.
Questi mondiali sono stati tra i più costosi mai messi in campo dalla Fifa. La federazione calcistica ha speso oltre 1 miliardo di dollari per i primi campionati del mondo africani, il Sudafrica ne ha sborsati di tasca propria circa 5 miliardi.
Troppo”, protestano in molti, in un paese in cui il 25% della popolazione è disoccupata, dove la disuguaglianza sociale è ancora altissima, dove i malati di AIDS sono circa 6 milioni e dove si registrano ogni anno 2.500 decessi legati alla gravidanza o al parto. Non esiste nessun paese al mondo che abbia più contraddizioni del Sudafrica.

Da quando, nel 1994, le elezioni sono state aperte a tutti, decretando la fine del regime di segregazione razziale, il paese ha cercato di mettere mano alle ingiustizie del periodo precedente, ma, dopo 16 anni, la situazione è ancora esplosiva. A Città del Capo bianchi e neri non frequentano le stesse scuole, gli stessi ristoranti, è difficile vedere gruppi misti di amici. Nel fine settimana sono i ragazzi bianchi a giocare a rugby o a correre sul lungomare, mentre i neri lavorano al porto o vendono piccole opere di artigianato. I bambini neri restano nelle township, non hanno i soldi per spostarsi, per godersi la bellezza del paese. A parte una ristretta classe dirigente nera che si è arricchita e ha permesso ai figli di frequentare scuole private e buone università, per la maggior parte della popolazione non è cambiato niente. La loro vita continua infatti a scorrere in baracche di latta nelle township con scarse speranze di migliorare in futuro il proprio status sociale. «Il problema è nelle scuole pubbliche. A volte i ragazzi arrivano al liceo sapendo a malapena leggere e scrivere» spiega Lukmolo, la nostra guida nera, accompagnando un piccolo gruppo a visitare la township di Khayelitsha. «Se le cose stanno così, come possiamo pensare di riequilibrare le ingiustizie del passato?».

Due anime
L’estrema nazione del continente africano si presenta subito agli occhi come una terra con due anime divise. La natura è africana, con le foche che volteggiano nel porticciolo di Hout Bay, vicino a Città del Capo, con la colonia di pinguini sotto Simon’s Town, con gli elefanti, i leoni e le giraffe del Parco Nazionale Kruger. Gli sbuffi delle balene si possono avvistare su quasi tutta la costa, lungo la strada i cartelli avvertono di chiudere i finestrini in presenza dei babbuini, per non rischiare di trovarseli in macchina. Eppure le strade, le infrastrutture, le casette vittoriane con la piscina sono perfettamente occidentali, con un gusto misto di influssi inglesi e olandesi. Il paese è ricco, grazie in particolare alle risorse naturali nascoste sottoterra, grazie all’oro e ai diamanti estratti nelle miniere, ma sono ancora in pochi ad avere accesso al benessere economico. Al supermercato, dietro ai carrelli pieni delle signore alte e bionde con i bambini per mano, una donna nera aspetta il suo turno tenendo in mano soltanto una banana. Ha i vestiti usurati, quando esco la trovo al parcheggio a chiedere una monetina alle macchine in arrivo.
Il governo ha cercato di aggiustare i torti del passato proclamando leggi a favore di “una discriminazione positiva”. Oggi, sul posto di lavoro, le donne nere hanno la precedenza nell’essere assunte, seguite dagli uomini neri, mentre i bianchi sono all’ultimo gradino e per loro è sempre più difficile trovare un’occupazione. Almeno in teoria, visto che nella pratica sono i bianchi e gli stranieri ad avere spesso maggiori competenze tecniche e ad essere quindi favoriti dalle aziende. «Sembra sempre che stia per succedere qualcosa, che tutto stia per cambiare», mi racconta la volontaria di un’organizzazione non governativa. «Speriamo soltanto che cambi in meglio. Nel frattempo aspettiamo i mondiali».

Il crimine raccontato da chi lo vive quotidianamente
«Non puoi andare in centro, è troppo pericoloso, non c'è nessuno lì». Sono appena arrivata a Johannesburg, in un giorno autunnale ancora riscaldato dal sole. Katrin si accarezza la pancia. È incinta di cinque mesi, racconta, e appena il bambino sarà nato farà le valigie e raggiungerà i genitori in Nuova Zelanda. «Non voglio che mio figlio cresca qui, sta diventando troppo pericoloso, non voglio rischiare».
Katrin è una dei tanti bianchi che dall’inizio degli anni Novanta ha deciso di lasciare il Sudafrica. Il paese è diventato troppo diverso, troppo pericoloso, nell’aria si respira un senso di opportunità condito con una buona dose di tensione.
I giornali raccontano di rapimenti, omicidi, rapine violente, stupri. «Se ti fermano e ti minacciano non fare resistenza, dai loro tutto», mi consigliano i locali.
A Johannesburg il centro storico non è alla portata dei bianchi o dei turisti. È possibile guardare la città soltanto dall’alto, parcheggiando l’auto al centro commerciale, il Carlton Centre, e prendendo l’ascensore che porta nella sala panoramica. Una visione che lascia un senso di amaro: l’antica città dell’oro brulica di vita, allegra e rumorosa, ma soltanto la popolazione nera può circolare senza correre troppi rischi.
«Un tempo era il contrario, la città era in mano ai bianchi. I neri potevano restare soltanto fino al pomeriggio in centro, sui luoghi di lavoro, poi erano obbligati a tornare nelle township», mi racconta un signore italiano da tempo residente in Sudafrica.
A Città del Capo la situazione è migliore: fino a quando cala l’oscurità tutti possono aggirarsi con le dovute precauzioni per il City Bowl, la zona centrale, o correre sul lungomare a Sea Point. Ma la notte nessuno cammina, anche per fare pochi metri si prende la macchina.
Eppure il paese è un esempio del fatto che a tutto ci si abitua, persino al crimine e alla mancanza di libertà. Le case sono grandi, bellissime e ben protette dal filo spinato o dalla corrente elettrica. “Risposta armata”, si legge sui cancelli. La lotta al crimine è diventata una questione personale e la gente si difende. Le società di sicurezza prosperano, molti palazzi offrono protezione 24 ore su 24. L’esterno viene considerato il nemico, l’intruso, il pericolo. Vietato camminare per strada di notte, vietato mostrare oggetti preziosi, vietato circolare con le mappe in mano o guardarsi intorno curiosi.

«La verità è che qui hanno la violenza nel sangue perché la respirano da quando sono bambini - mi spiega la volontaria di un’organizzazione non governativa - . Hanno imparato che con la violenza ottengono tutto e invece di limitarsi a derubarti ti puntano contro il coltello o la pistola. Sono pronti a ucciderti per un cellulare».

La violenza di ieri e di oggi
Il clima di violenza, raccontano i sudafricani, è iniziato già prima della fine del regime di segregazione razziale. Era la metà degli anni Settanta quando a Soweto, una township nell’area di Johannesburg, scoppiò una rivolta destinata a diventare la prima grande sfida al governo dell’apartheid. Il paese fu invaso da un’ondata di violenza, la gente iniziò ad avere paura.
«Una cosa mi colpì molto. Scoprii che le mogli dei miei amici, quando si alzavano la mattina nelle loro belle case, per prima cosa prendevano la pistola e la mettevano nella tasca della camicia da notte. Poi andavano ad aprire ai domestici», ricorda un signore italiano, precisando di aver abbandonato Johannesburg negli anni Ottanta non sopportando di dover andare a dormire ogni giorno con la pistola sotto il cuscino. Anche con l’arrivo della nuova democrazia nel 1994, sotto il governo del presidente Nelson Mandela, la situazione non è cambiata.
Oggi i criminali non hanno alcuna paura della legge sudafricana o del sistema giudiziario e i poliziotti, nonostante gli incessanti pattugliamenti, sono troppo pochi per fermarli.
Si dice che in Sudafrica ci siano 50 morti violente e 1.000 stupri ogni giorno, eppure i sudafricani si sentono offesi dall’attenzione posta dai media internazionali sui tassi di criminalità del paese.

Paura esagerata?
Una recente ricerca condotta da due professori dell’Università di Stellenbosch sui turisti stranieri in Sudafrica ha sottolineato come la maggior parte dei visitatori lasci la nazione indenne e con un’opinione positiva sulle zone visitate. Per chi viaggia in gruppo o nelle aree più turistiche i rischi sono minimi, persino la percezione del crimine è attenuata. «È esagerata tutta questa paura», ripetono in molti, specialmente negli ambienti governativi, accusando i giornali di essere responsabili della mancata vendita di circa il 10% dei biglietti per le partite dei mondiali di calcio. «Spaventate i turisti senza motivo e danneggiate il paese». La criminalità resta però uno degli argomenti chiave delle conversazioni domestiche. «Io sono stato aggredito due volte con la pistola e una con il coltello», mi dice un bianco sudafricano. «Hanno tentato di aprirmi la borsa due volte in una settimana. Credo fosse lo stesso ragazzo e ho avuto paura che mi stesse seguendo», racconta una ragazza italiana da oltre un anno residente a Città del Capo. «Mi è capitato quando ero al distributore. Mi hanno puntato la pistola contro e mi hanno preso il portafoglio», mi spiega un anziano signore mostrandomi il cancello interno della sua casa di Johannesburg. Divide la zona giorno dalle camere da letto: è stato pensato per dare un’ulteriore protezione agli abitanti della casa durante la notte, nel caso che il filo spinato sul cancello non fosse sufficiente a tenere lontano i malintenzionati. In fondo però è tutta questione di abitudini, specialmente per coloro che sono troppo giovani per ricordare come fosse prima, nell’artificiale iniziale tranquillità del regime di segregazione razziale. «Già, voi europei siete abituati a camminare», alza le spalle una ragazza nera sudafricana. Lavora come avvocato a Città del Capo ed è orgogliosa di aver sempre vissuto qui. «Ma per noi è questa la normalità. E in ogni caso, non c’è una città più bella in cui vivere».

 


DISCRIMINAZIONE POSITIVA
Il governo del Sudafrica ha imposto delle politiche di “discriminazione positiva” sui posti di lavoro. Per assumere un bianco oggi una società deve dimostrare che nessun nero è in grado di svolgere lo stesso lavoro. È un contrappasso rispetto alle regole in vigore al tempo dell’apartheid: vengono privilegiate le donne nere, prima le più discriminate, seguite dagli uomini neri. Donne e uomini bianchi sono rispettivamente al penultimo e ultimo posto della classifica.


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