acquaesapone Zona Stabile
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Il “comitato” ha un gran cuore: Michele Guard́

È la “mente” di molti dei programmi tv più famosi, ma non scade mai nella tv spazzatura

Lun 07 Giu 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 8

 Ogni persona è creata unica e irripetibile, con dei talenti meravigliosi che aspettano solo di essere portati alla luce ed espressi. Ma occorrono molta forza e perseveranza per rendere concrete le proprie potenzialità, realizzando sogni e progetti che, fin dall’infanzia, sgorgano con creatività dalla nostra anima. Michele Guardì, vulcanico regista e autore di tanti storici programmi televisivi, finalmente è riuscito a coniugare la sua innata passione per tv, teatro e letteratura, tentando di trasmettere la Speranza che solo la Fede e la Carità possono donare.

Da circa cinquant’anni lei vive da protagonista nel mondo dello spettacolo. Qual è la motivazione che l’ha guidata?
«Più che un artista, mi ritengo un amante del teatro, dello spettacolo e della comunicazione. Sono un uomo comune, che fa un bellissimo lavoro; quindi sto in mezzo alle persone comuni, che per me sono i personaggi più importanti. Amo la semplicità dell’essere umano e cerco sempre di stare in contatto con la gente».


Come ha scoperto la sua vocazione di comunicatore?
«Fin da piccolo amavo stare in mezzo ai miei compagni, inventando e raccontando storie. Nel tempo ho scoperto che questa vocazione mi era stata tramandata da mio nonno Michelangelo: nei primi del ’900 lui era solito radunare vicini e parenti nel cortile della nostra casa siciliana, narrando delle storie fantastiche. Ricordo ancora quella della Bianca Rosina, una donna molto amata dalla gente che, per raggiungerla, percorreva tanta strada da consumare sette paia di scarpe di ferro!».

Quindi il salto sul palcoscenico fu naturale…
«Infatti, a nove anni già recitavo a teatro e più tardi andai ad Agrigento a fare cabaret, mentre successivamente mi cimentai con ottimi risultati anche nella radio. Nel frattempo, però, non trascurai lo studio e divenni un avvocato con il desiderio anche di aiutare le tante persone deboli della mia amata Sicilia. Tutto cambiò nel 1977, quando il già famoso Pippo Baudo, dopo aver visto un mio spettacolo, mi offrì di scrivere i testi di una trasmissione televisiva della Rai: mi trasferii a Milano e iniziai un’altra vita».

Lei ha fatto la storia della televisione pubblica, inventando molti, indimenticati programmi, alcuni dei quali ancora in onda. Come mai il pubblico rimane così affezionato nel tempo ai suoi spettacoli televisivi?
«Probabilmente perché ho sempre cercato di raccontare con rispetto la realtà quotidiana della gente semplice, rinunciando volentieri a momenti di sbracata sciocchezza festaiola: è falso che i telespettatori vogliano divertirsi e distrarsi anche con cose pesanti e volgari. Naturalmente, se sullo schermo appare qualcuno che si abbassa i pantaloni, in molti si fermano a guardare, ma non è quello che il pubblico vuole».

Il 18 giugno allo stadio Meazza di Milano, lei metterà in scena, con un faraonico allestimento, i “Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Cosa l’ha spinta a cimentarsi in questa difficile ed affascinante impresa?
«È stata una pazzia, una bellissima pazzia che corona un sogno di tanti anni! Quel romanzo è un mio vecchio amore, che lessi quando ero undicenne; mi piaceva il modo di raccontare e sceneggiare di Manzoni: grazie a lui imparai a parlare e scrivere l’italiano. Autonomamente, senza essere costretto dalla scuola, di quel capolavoro feci subito un riassunto che ancora conservo. Le cose che si fanno in modo spontaneo si amano profondamente e nel mio cuore ho sempre conservato questo progetto. Un giorno, insieme al mio grande amico musicista Pippo Flora, decidemmo di provare a scriverlo: impiegammo ben dodici estati nella sua casa di Agrigento prima di finirlo. Poi ho tenuto nel cassetto questo lavoro, finché l’anno scorso Giovanni Terzi, assessore del Comune di Milano, mi mise a disposizione lo Stadio Meazza: fu un incontro casuale che mi diede lo stimolo decisivo!».

Che cosa significa per lei la realizzazione di questo “sogno manzoniano”?
«Comporre quest’opera è stato un po’ come mettere in piedi il racconto della mia vita. Ad esempio, l’arrivo di Renzo a Milano rappresenta anche la mia esperienza personale di quando approdai nel capoluogo lombardo con il sogno di lavorare in televisione. In generale, sento il bisogno di restituire, con le capacità e i mezzi che ho a disposizione, i grandi doni che ho ricevuto durante la mia esistenza, soprattutto i valori che nella mia giovinezza mi sono stati donati dai sacerdoti salesiani. Ritengo che, per rimediare all’attuale sfascio del nostro Paese e del mondo intero, sia necessario il recupero della nostra identità umana e cristiana, tornando a collegarci con Dio».

Qual è il messaggio che vuole mettere in risalto attraverso la sua versione dei “Promessi Sposi”?
«Tutto è incentrato sui tre cardini della religione cristiana, la Fede, la Speranza e la Carità, che nelle vicende umane partono dall’azione della Divina Provvidenza; inoltre questa è la prima opera musicale che si chiude con il Padre Nostro. Più precisamente, una suggestione che parte da questa preghiera, intitolata “Padre che sei lassù”, sarà cantata nel finale da Renzo e Lucia, finalmente riuniti, insieme al Cardinale Borromeo, agli altri protagonisti ed agli appestati: una scena grandiosa con sessanta attori che saranno bagnati da una pioggia reale. Quest’immagine finale rappresenta il significato profondo di quest’opera: tutti dobbiamo lavarci dalle nostre falsità e alla luce della Fede possiamo ritrovare una nuova vita».

San Paolo scrisse che delle tre virtù teologali Fede, Speranza e Carità, quest’ultima è la più importante, senza la quale tutto perde di significato. Cosa vuol dire questo nella vita concreta di ogni giorno?
«C’è molta sofferenza intorno a noi e il nostro prossimo va aiutato con rispetto e col sorriso, dimostrando che, aldilà del nostro egoismo chiuso ed ottuso, c’è l’apertura e la solidarietà che fa sentire al proprio fianco un fratello sincero. Il card. Tettamanzi, che all’anteprima della nostra opera nel Duomo di Milano ha detto che non c’è futuro senza solidarietà, da qualche mese ha aperto il fondo “Famiglia e Lavoro” per aiutare chi non può vivere con dignità in questo momento di crisi. Hanno già sostenuto più di tremila famiglie con assegni mensili ed io mi sono impegnato per supportarli con tutti i mezzi, anche personali».

E poi migliaia di bambini sono stati salvati grazie alle sue trasmissioni.
«Fare televisione e spettacolo di varietà è gratificante e può anche aiutare la gente a vivere meglio, ma con gli strumenti di comunicazione quotidiana di cui dispongo, posso richiamare l’attenzione del pubblico a solidarizzare con il prossimo. Credo che sia un mio preciso dovere, che si trasforma in gioia quando tocco con mano i risultati positivi, com'è successo per le migliaia di bambini che negli ultimi anni abbiamo contribuito a salvare dalla morte per fame attraverso le adozioni a distanza».

Come vive la sua fede nella quotidianità?
«Ritengo importante essere attenti ai segni e alle illuminazioni che Dio ci dona ogni giorno: non si tratta di coincidenze, ma danno il senso profondo dell’esistenza e del lavoro, soprattutto se agganciati a gesti concreti di solidarietà nei confronti di chi ci è vicino. Ad esempio, l’altro giorno avevo dei seri problemi lavorativi, ma aiutare un mio amico in difficoltà mi ha donato una grande gioia interiore e la luce per risolvere tutte le problematiche. Inoltre, della mia formazione salesiana conservo la consapevolezza del grande valore della preghiera, che coltivo nella messa quotidiana e nella meditazione serale. Sono consapevole di essere un grande peccatore, ma a volte mi chiedo: come sta la gente che non ha il dono della Fede, come vive un dispiacere o una gioia? Essere cristiani vuol dire anche avere dei valori profondissimi che ci uniscono con ogni persona e in tutte le circostanze. Altrimenti cosa ci lega al prossimo, gli interessi, il denaro e il successo?

 


AUTORE, REGISTA E “COMITATO”
Michele Guardì, nato a Casteltermini (Ag) il 5 giugno 1943 è laureato in Giurisprudenza, ma già a nove anni esprime la sua vocazione artistica a teatro. Trasferitosi a Milano, negli anni ’80 diventa famoso per molte trasmissioni come Al Paradise, Scommettiamo che, Uno Mattina e Domenica In. Amante dell’arte, noto per il suo carattere esigente e per la sua infaticabile creatività, ha dato popolarità a molti personaggi, tra i quali Fabrizio Frizzi, Massimo Giletti e l’attuale ministro Mara Carfagna. Da diversi anni scrive e dirige varie trasmissioni della fascia mattutina di Rai Due, come I Fatti Vostri, Mattina in famiglia e Mezzogiorno in famiglia, durante le quali partecipa attivamente anche con interventi audio in diretta, usando spesso il famoso appellativo di Comitato. Inoltre, firma la trasmissione serale Il Lotto alle Otto e le annuali edizioni della maratona televisiva Telethon.

 


I “PROMESSI SPOSI” ALLO STADIO
Un grande evento per la realizzazione di un grande sogno di cultura e spiritualità: il 18 giugno Michele Guardì, dopo tanti anni di preparazione, porta in scena al Meazza di Milano la sua opera moderna tratta da “I Promessi Sposi” di Alessandro Manzoni. Su tre palcoscenici rotanti di oltre 40 metri, ventimila spettatori potranno assistere ad uno spettacolo di altissimo livello, con un’orchestra sinfonica di settanta elementi, quaranta coristi ed un cast di sessanta artisti: tra questi, Lola Ponce sarà la monaca di Monza e Giò di Tonno interpreterà Don Rodrigo. La produzione, già presentata con scopi benefici in un’emozionante anteprima nel Duomo di Milano, è costata più di cinque milioni di euro, in parte finanziati dallo stesso Guardì, per il quale è stata proposta la cittadinanza onoraria di Milano. L’opera, rientrante tra le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia, sarà trasmessa a settembre da Rai Uno (www.ipromessisposi.net).

 



20 ANNI DI FATTI NOSTRI
Tra i tanti successi di Michele Guardì risalta ”I Fatti Vostri”, un programma scritto insieme a Giovanna Flora e Rory Zamponi (nella foto): seppur con alcuni cambiamenti, va in onda dal 1990 nella mattina di Rai Due. Come nasce un simile successo? «Da ragazzo avevo un’agendina nella quale raccoglievo sogni e desideri. A sedici anni avevo scritto: bisogna fare in tv un programma nel quale la gente comune racconti se stessa. Diversi anni dopo, quando proposi questa idea a Sodano, (l’allora direttore di Rai Due - ndr), lui mi disse: “Hai inventato un programma che durerà quindici anni”. Fortunatamente si sbagliò, perché dopo due decenni siamo ancora in onda! Fui onorato della sua fiducia, anche perché mi propose di fare per la prima volta anche il regista di un programma scritto da me. Nacque così quest’avventura che mi ha regalato il rapporto quotidiano con la gente».


Condividi su:
Galleria Immagini