acquaesapone Gli occhi grandi dei bimbi
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Verità e bimbi in guerra agli occhi di un grande reporter

Franco Di Mare, giornalista Rai, inviato in zone di guerra, testimonia l’orrore del male assoluto che assale le sue vittime preferite: i bambini

Gio 12 Mar 2009 | di ratto dall’intervento del reporter Franco Di Mare al Laboratorio Mass Media di Italia Solidale Video su: www.italiasolidale.org | Gli occhi grandi dei bimbi

 «Agli inizi a Kabul abbiamo gettato il cuore oltre l’ostacolo, come fanno i poeti: ci siamo innamorati dell’idea che finiti i Talebani, gli Afghani fossero finalmente tornati alla libertà e abbiamo scritto - vedendo qualche donna che coraggiosamente si toglieva il burka - che tutte le donne avevano tolto il burka. Che non è vero. È uno dei tanti errori che tanti giornalisti compiono in aree di crisi, cioè la fretta d’interpretare la realtà che ci capita sotto gli occhi, mentre il nostro dovere sarebbe quello di testimoniare e basta.
Io ho cominciato a fare questo lavoro 20 anni fa: fare l’inviato di guerra non è un lavoro semplicissimo. E non tanto per i pericoli che si corrono sulla propria incolumità, ma non è semplice perché - come dice un adagio vecchio, ma verissimo - in guerra la prima vittima è proprio la verità.
Noi veniamo spesso usati e strumentalizzati, la nostra informazione può servire ad una parte o all’altra. Voi conoscete le cose che accadono in una zona di crisi grazie anche al mio lavoro, e quello che io faccio può contribuire a formare la vostra conoscenza critica su quello che viene fuori.
Come faccio a raccontarvi le cose? È più quello che rimane sul mio taccuino, di quello che io riesco veramente a raccontarvi, quando sto in un’area di crisi. Quando sto lì e provo a raccontarvi cose che mi succedono intorno, in realtà ho due maniere per farlo. La prima è quella che viene chiamata dagli inglesi “news analisys”, cioè una notizia analitica. Vi racconto un po’ di quello che succede nel posto dove sto, e poi vi spiego più o meno perché succede. Questa cosa però, che va benissimo per carità, in realtà la posso fare benissimo anche da Roma.
Il valore aggiunto della mia presenza in una zona di crisi consiste nel fatto che io sono un testimone.
Io vi devo raccontare quello che vedo, non fare un analisi: voi scoprirete molto di più di che cosa è l’Afghanistan se io vi racconto la storia del piccolo Ahmed, che esce tutte le mattine alle 4 da casa e si fa 20 chilometri a piedi, va in una fornace a fare mattoni per conto di uno schiavista, così può portare l’equivalente di 50 centesimi al giorno a casa. Io sono convinto che a voi resti molto di più dell’idea di come si sta muovendo un Paese, di quale direzione prende un Paese, rispetto all’analisi politica che io vi posso fare di questo Paese. Però come faccio a raccontarvi tutto questo senza dimenticare l’orrore, cercando di considerare che questo orrore è umano, non è divino.
Noi spesso ci lamentiamo con Dio, quando vediamo la guerra o quando vediamo l’orrore della guerra. Ma Dio non c’entra.
C’è il libero arbitrio, Dio non c’entra in quel momento lì. Allora questo orrore da dove nasce? Quando io a Sarajevo ho visto uccidere seimila bambini, ma non dalle bombe. Che sarebbe una cosa disgustosa e inaccettabile, ma che in qualche maniera la ragione potrebbe indurmi a considerare possibile. Perché la guerra è la guerra, e quando cade una bomba non sta lì a guardare se è un bambino, un adulto o un soldato.
No. La maggior parte di questi bambini sono stati uccisi dai cecchini: che cosa gli passa per la testa a un cecchino che vede nel mirino un bambino di sei anni uscire di casa, e preme il grilletto e lo ammazza?! Io l’ho chiesto una volta a un cecchino a Sarajevo: “Tu spari ai bambini?”. Mi ha detto di sì. Gli ho chiesto se ha figli. Mi ha detto di sì. Gli ho domandato se non gli viene in mente che potrebbero essere figli suoi, che non sono militari. Lui mi disse che il bambino è un obiettivo militare. Se tu spari al bambino fiacchi la resistenza psicologica della città. Perché il bambino ha una famiglia e una rete di relazioni, se tu uccidi il bambino fiaccherai questa rete di relazioni. Il padre, il fratello, il cognato, l’amico di famiglia si dirà “non sono stato in grado di difendere questo mio figlio-bambino”. E quindi li fiaccherai psicologicamente. I bambini erano quindi un obiettivo militare come le automobili e le case... il bambino è un obiettivo militare. Se questa cosa spiegava la logica mostruosa e aberrante, tuttavia continuava a non spiegare la mostruosità del gesto, quello lì era un padre che vedeva un cucciolo di umano e gli sparava.
Io ho conosciuto uno che i bambini li ha sgozzati. Ma come si fa? Che cos’ha in testa un essere umano che lancia in aria un neonato e fa a gara con uno come lui a chi colpisce più volte il neonato col macete prima che tocchi terra? Incredibile, eppure in Rwanda si facevano cose del genere. Ed erano uomini come me. E allora com’è possibile? Perché l’uomo fa cose tremende? Io ho visto il demonio all’opera, ma davvero. Davvero. E ha la faccia nostra, capito? Ed è quella la cosa mostruosa, tu non vedi una trasfigurazione. Perché sarebbe tutto più facile: vedo uno, lo vedo demoniaco e dico “eccolo lì”,  e giù tutti contro di lui. Invece no. È come me, è come me. Allora per capire la differenza, e per esorcizzarla, per tenerla lontana e per guarirla - perché io ho il dovere anche di intervenire per guarirlo - l’unica cosa è la forza della cultura, perché la cultura è il discrimine.
La fede è lo scudo, e se tu sei forte della tua fede, ma porti il messaggio culturale prima della fede... come fanno i missionari, che non ti chiedono di aderire al progetto di Dio, prima ti aiutano...
È il ponte della cultura, che poi ti porterà a Dio e alla conoscenza. Una volta l’evangelizzazione avveniva attraverso la punta della spada, oggi può avvenire con la cultura. E se passa il progetto culturale passa forse la soluzione al problema demoniaco della presenza del male».


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