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Nipoti negati

Ogni anno in Italia 16mila nonni vengono estromessi dalla vita dei nipoti a seguito della separazione o del divorzio dei genitori

Mar 08 Giu 2010 | di Paola Simonetti | Attualità

 Alcuni dei più crudeli crimini nei confronti dei minori non finiscono sulle pagine della cronaca nera. Sono “crimini bianchi”. Si consumano spesso sul terreno dei conflitti familiari, dove nella furia della rivendicazione di diritti e bisogni, gli adulti spesso finiscono per dimenticare o imbavagliare i desideri e le necessità vitali dei bambini. Uno dei teatri più cruenti è spesso quello del fallimento di un matrimonio, dove la coppia di turno non si risparmia colpi letali a suon di carte legali e ricatti. E i piccoli sono costretti, loro malgrado, a restare a guardare. A testimoniarlo con la fredda evidenza delle cifre sono gli avvocati italiani che ricordano come l’Eurispes abbia calcolato che ben oltre la metà dei divorzi (60,1 per cento) prende in causa anche i figli nati dall’unione dei due coniugi: nel 2006 il 70,6% delle separazioni e il 60,1% dei divorzi hanno riguardato coppie coniugate con figli avuti durante la loro unione. I figli coinvolti nella crisi coniugale dei propri genitori sono stati 98.098 nelle separazioni e 46.586 nei divorzi. Un enorme popolo silente, che vede polverizzarsi un nucleo protettivo che credeva invincibile. I feroci colpi, che spesso si infliggono le coppie che scoppiano, con al centro i bambini, coinvolgono anche i membri che compongono le famiglie dei rispettivi coniugi. L’ultimo fenomeno, è quello denunciato dall’Associazione Avvocati Matrimonialisti: l’estromissione dei nonni dalla vita dei nipoti nel caso di separazioni molto conflittuali. In 16mila ogni anno, secondo i calcoli dell’Ami, si vedono interdire la frequentazione dei bambini dei loro figli; esistenze segnate da profonde sofferenze, che possono protrarsi anche per anni. Un diritto negato questo, secondo l’Ami, a fronte di molti doveri da assolvere: «Sono circa 4 milioni i minori da zero a 13 anni (circa il 64% della popolazione minorile) che vengono affidati ai nonni per gran parte della giornata o nei fine settimana. Inoltre, il 5% dei nonni italiani provvede direttamente al mantenimento dei nipoti quando i genitori non possono farlo. Un fenomeno, quello dei "nonni-sitter" - ha spiegato il presidente dell’Ami, Gian Ettore Gassani -, che non trova eguali in Europa. Eppure, malgrado la centralità di queste figure nelle famiglie italiane, la legge non garantisce loro piena legittimità. Se infatti aumentano i casi di nonni trascinati in giudizio affinché vengano costretti a ‘mantenere’ i nipoti quando la famiglia non può permetterselo – aggiunge Gassani -, non va di pari passo il riconoscimento dei loro diritti nel caso di una loro ingiustificata estromissione dalla cerchia familiare». La legge sull’affido condiviso (54/2006), secondo la valutazione dell’Ami, resta infatti nebulosa proprio su questo punto: «Il provvedimento stabilisce che il minore ha il diritto, anche in caso di separazione e divorzio, a mantenere rapporti costanti e significativi con gli ascendenti entro il 4° grado, dunque anche i nonni – spiega Gassani -. Ma chi lo esercita questo diritto? Non viene specificato che i nonni possano chiedere autonomamente per vie legali di vedere il minore. Per come è la norma ora, possono soltanto fare richiesta al giudice, di valutare se continuare a vedere il nipote sia nell’interesse del bambino. Un anello debole di tutto il meccanismo, perché nessun giudice si prende mai la briga di verificare: è già di per sé determinante il diniego dei genitori a riguardo». La legge, dunque, secondo le richieste dell’Associazione Matrimonialisti, andrebbe integrata, anche con la possibilità di far intervenire mediatori familiari e assistenti sociali nei casi di dure fratture familiari, «affinchè si adoperino al mantenimento del rapporto nonno-nipote». Ma la grande complessità del tema solleva più di un interrogativo che, una volta tanto, non riguarda la sfera dei soli adulti: è questo il vero interesse del minore? Se sì, in quali precise circostanze? E soprattutto quali e di che entità sono le ripercussioni sul bambino, derivate dal drastico allontanamento dei nonni? E questi, insieme alla famiglia d’origine, in che modo dovrebbero comportarsi per scongiurare penose conseguenze? Le risposte, secondo l’unanime valutazione degli specialisti di settore, sono tante per quante sono le storie vissute dai protagonisti; le variabili che ne tracciano i contorni, numerose e delicate: «Per rispondere con precisione, occorrerebbe raccogliere dati a larghissimo raggio su ogni variabile – afferma il dottor Arturo Mona, psicologo e psicoterapeuta, professionista di Roma impegnato sulla sfera patologica dei rapporti fra familiari -, ovvero se il nonno è stato presente e con quali modalità, se è stato assente o solo distante nello spazio, se ha avuto conflitti con i genitori o meno. Dare risposte univoche sarebbe impossibile, oltre che scorretto. è indubbio che il principale ruolo educativo lo rivestono i genitori – prosegue lo psicoterapeuta -, tuttavia studi internazionali sulla dimensione educativa dei nonni insegnano che, lì dove sia esistito un rapporto sereno e costruttivo con il nipote prima della separazione, il perentorio allontanamento, per ripicca, di questa figura può generare un vero e proprio lutto nel bambino. è una perdita molto dolorosa, se non spiegata a dovere, perché avvertita dal suo punto di vista come privazione di molti elementi positivi e gratificanti per la sua vita. è bene precisare che questo solo gesto non è in grado di minare a lungo termine la psiche del minore – prosegue Mona -, a patto però che questa interdizione non faccia capo ad una più generalizzata metodica adottata dal genitore per controllare la vita del figlio: vietare la vicinanza di amichetto considerato sospetto, fargli cambiare scuola per una maestra troppo severa o dire no al fidanzatino di turno. Un comportamento scellerato, e poco rispettoso, che potrebbe tradursi davvero in qualcosa capace di lasciare il segno per sempre». Di altra natura si rivela invece, per il dottor Mona, la decisione del genitore di tagliare i rapporti con i nonni perché incapace di gestire gli eventuali conflitti generati dalla loro vicinanza: «In questo caso la scelta si rivela saggia, ma solo se al bambino, anche in questo caso, viene garantita la comprensione delle ragioni di fondo, con un’adeguata e veritiera spiegazione del contesto, senza fantasiose invenzioni e tantomeno denigrazioni del nonno in questione». E proprio il conclamarsi di dure lotte fra coppia genitoriale e rispettive famiglie d’origine, è, secondo la casistica del dottor Mona, «quanto di più frequente quando nasce un bambino. Questo si riscontra molto dal punto di vista clinico, soprattutto per quelle famiglie dove c’è in modo importante la presenza dei nonni. L’eccessiva intromissione di questi, ad esempio nella gestione educativa del minore, è innegabilmente alla radice di non pochi divorzi». Dello stesso avviso si dice la professoressa Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo all’università La Sapienza di Roma, che nel contenimento di ogni ingerenza, e dunque di qualsiasi tentazione di egocentrismo, vede l’equilibrato confronto generazionale e una “sana” crescita del minore, al riparo da conflitti insanabili: «Il discorso vale per genitori e nonni, nei confronti dei bambini e fra di loro: occorrerebbe limitare l’eccessiva comunicazione dei propri punti di vista, “io lo farei così”, “quel modo è sbagliato”. Fare due passi indietro è sempre meglio che farne uno in avanti quando si parla di rapporti familiari con al centro i bambini – prosegue la Ferraris -. In quest’ottica, se sia benefica o meno la vicinanza dei nonni per un minore, lo stabilisce la qualità del loro stargli accanto. Gli anziani sanno diventare anche dei grandi ostinati rompiscatole e, non di rado, mettere a rischio l’autostima dei piccoli se incapaci di rispettare, nei limiti del possibile, la loro libera creatività e autonomia. Ma questo è altrettanto vero per i genitori». Sfatare lo stereotipo del nonno sempre buono, saggio, affettuoso, giusto, è dunque il primo modo per analizzare in modo oggettivo il “guadagno-perdita” per un bambino allontanato da questo membro della famiglia nei casi di turbolenti contesti familiari: non deve essere la figura del nonno a prescindere al centro della rivendicazione di un diritto sui nipoti, ma in primis la qualità della sua presenza accanto a loro. Solo se quest’ultima si rivela di alto livello, allora può rappresentare una delle più ricche risorse e opportunità di equilibrata crescita per il minore. E questo si rivela tanto più vero quanto più si consideri il cambiamento della vita degli anziani rispetto al passato: «I nonni odierni hanno assistito al cambiamento del rapporto tra le generazioni all’interno della famiglia e da padri si sono posti verso i figli con maggior espansività affettiva ed ora interpretano il loro ruolo di nonni, generalmente, in modo nuovo, più aperto (quelli più giovani non hanno assistito alle dittature del passato e hanno un bagaglio di valori più “democratici”), più attivo e coinvolgente, senza un modello preciso a cui fare riferimento – rivela uno studio del professore Mario Gecchele, docente di Storia dell’educazione all’Università di Verona -. Spesse volte ancora lavorano quando nasce il primo nipote. L’età media della vita ha permesso inoltre – aggiunge Gecchele - di assistere alla compresenza di tre o quattro generazioni, cosa nuova nella storia umana, e ad un numero elevato di bisnonni. Il nonno d’oggi, lo si diventa in media fra i 55 e 65 anni, ha davanti a sé una prospettiva di vita di 20-30 anni e quindi una possibilità piuttosto fondata di vedere crescere il nipote, almeno il primo, fino alla tarda giovinezza; cosa inimmaginabile fino a qualche decennio fa». Ingredienti questi, che possono dare vita ad una straordinaria alchimìa fra nonno e nipote, in un rapporto stimolante, complice, portatore di valori il cui bagaglio sarà insostituibile

per il bambino che ha la fortuna di viverlo: «I nonni sono in grado di trasferire il legame con il passato familiare, la conoscenza riti familiari “tramandati” – ha spiegato il dottor Arturo Mona -, dando profondità e spessore al rapporto con i genitori. Non solo. Il diverso ritmo di vita di questi membri della famiglia offre la possibilità al bambino di vivere il tempo con rassicurante calma e i giusti passi dell’infanzia, spesso condotta su un cammino troppo freneticamente precoce». L’essere testimoni poi di un sereno invecchiamento dei nonni porta il bambino, secondo le indagini effettuate sul campo, a vedere in modo meno traumatico la vecchiaia dei genitori e anche la prospettiva lontana di una loro possibile scomparsa. E del tesoro della vicinanza di un nonno i piccoli sembrano essere molto consapevoli, stando alle risposte date in un sondaggio realizzato nel corso degli ultimi anni nelle scuole elementari e medie su un campione di 300 – 400 bambini: «Negli anni le cose non sembrano aver subìto cambiamenti in alcune percezioni dei minori rispetto ai nonni – prosegue Gecchele -. Generalmente i nonni sono fonte di gioco, immaginazione, gratificazione, piacevolezza della compagnia, soprattutto scambio affettivo, apprendimento.

 

 

NONNI D’ITALIA, SUPPORTO ECONOMICO DELLE FAMIGLIE
Uno degli impegni più rilevanti assolti dalle persone mature e anziane è quello destinano ai nipoti. Lo ha rivelato la ricerca commissionata all’Ires dallo Spi-Cgil. I dati tracciano il profilo di un’Italia dove sono presenti circa 6.911.000 nonni; di questi, 963.000 non si prendono mai cura dei nipoti, mentre 5.948.000 lo fanno in misura e modalità diverse. Se si considera il risparmio assicurato alle famiglie dal lavoro dei nonni nella cura dei nipoti, esso si può quantificare in una cifra compresa tra i 495.600.000 euro e i 1.321.600.000 euro annui. La ricerca ha preso le mosse dall’assunto che “il miglioramento delle condizioni di salute della popolazione anziana ha indirettamente contribuito ad incrementare il loro contributo al benessere economico e sociale, sia partecipando più a lungo alla vita lavorativa sia accettando di dare il loro contributo nelle attività volontarie di tipo solidaristico, sociale e culturale in maniera più strutturata di quanto già non avvenga secondo gli orientamenti soggettivi e le legislazioni vigenti”.

 

 

I NIPOTI DICONO DEI NONNI...
“Quando ero piccola la nonna mi raccontava bellissime storie, e io le ricordo ancora e le racconto ai nipoti”. “Mi elogiano quando faccio qualcosa di giusto, o studio con profitto, mentre (..) cercano di mettermi sulla retta via, quando faccio qualcosa di male. Io li trovo ancora saggi, comprensivi ed in buona salute e mi pace andare a trovarli, perché mi sento apprezzato e considerato”. “Penso ai miei nonni nei momenti di sconforto. Quando li vado a trovare, mi coprono di mille attenzioni ed io devo confessare di essere felice di trovarmi al centro delle loro attenzioni”. “Quando non ha niente da fare e io sono triste, il nonno mi chiama e mi dice: ‘Vuoi giocare a carte con me?’ Fa sempre in modo che io sia contento”. “Quando tutto mi va storto, - scrive una ragazzina di 12 anni - io so che posso andare a vedere mia nonna. Non mi chiede niente, ma il fatto di essere con lei mi ricarica il morale”.

 

 

STANZE DELLA MEDIAZIONE AL TRIBUNALE DEI MINORI DI ROMA
La cultura della mediazione entra nel Tribunale dei minori di Roma. L’annuncio è stato dato dalla stessa presidente dell’istituzione giudiziaria, Melita Cavallo: «Per la tutela del bambino e per salvaguardare i suoi rapporti con entrambi i genitori ho deciso di introdurre le “stanze per la mediazione”, in cui i giudici onorari ascolteranno le coppie in prima udienza e cercheranno di indirizzarle, appunto, ai servizi di mediazione, sottolineando l'importanza che entrambe le presenze restino presso il bambino». Un primo passo cruciale nella gestione dei conflitti in sede di separazione, a cui la Cavallo ha fatto seguire una richiesta ancora più innovativa: «Mettere a disposizione, in ogni provincia della Regione, un luogo ben attrezzato e con professionisti 'neutrali', in cui possano svolgersi gli incontri protetti che in alcuni casi prescriviamo. Attualmente infatti, nel Lazio – ha aggiunto la Cavallo -, questi incontri si svolgono sempre presso il servizio di competenza, in presenza delle stesse persone che, in molti casi, hanno espresso una valutazione negativa sul genitore. La stragrande maggioranza di questi incontri non va a buon fine. Se vogliamo tutelare la relazione del bambino con il genitore, dobbiamo fare questo passo decisivo».  


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