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L’Italia all’asta

Natura e cultura in svendita. A rischio anche le acque. Sos dal Prof Settis, direttore della “Normale” di Pisa

Mar 08 Giu 2010 | di Francesco Buda | Ambiente

«Sul patrimonio culturale e ambientale d'Italia è in atto un'economia di rapina, stanno smantellando a marce forzate lo Stato a vantaggio del profitto privato». È pari al suo garbo e prestigio internazionale la fermezza con cui il Prof Salvatore Settis boccia le manovre in corso per svendere e spartirsi i tesori degli italiani. Da anni il Direttore della celebre Scuola Normale Superiore di Pisa mette in guardia dai saldi di Stato: coste, siti archeologici, caserme antiche, ville, antiche carceri, chiese, palazzi storici, fari, addirittura laghi e corsi d'acqua... Una spartizione tra pochi, coi politici a fare da notai «per dividersi il grande bottino», ha recentemente denunciato sul quotidiano La Repubblica accusando il potere politico-amministrativo di confezionare leggi ad hoc per sbriciolare e mettere il Bel Paese all'asta.

Laghi, fiumi e coste in saldo?
“Italia S.p.A. L’assalto al patrimonio culturale” dice il titolo di uno dei suoi libri. Sconfortante è il fatto che il richiamo arrivi da un archeologo, qual è Salvatore Settis, anziché dalla schiera dei pubblici amministratori ed economisti.
«Da almeno 2.000 anni – spiega il Prof ad Acqua & Sapone - anche l'acqua rientra da noi nella categoria dei beni comuni. Ora però è in discussione al Parlamento il cosiddetto federalismo demaniale, con due forme diverse: secondo la più tenue alcuni di questi beni potrebbero passare dal demanio statale al demanio delle Regioni, restando pubblici e perciò non vendibili. Secondo l'altra forma più dura e forte, il patrimonio pubblico, una volta trasferito alle Regioni, potrebbe essere venduto, e quindi io potrei comprarmi un pezzo di costa, ad esempio. E questa è un'infamia somma, perché un privato potrebbe comprarsi persino un tratto di corso d'acqua e manipolarla a proprio vantaggio».

Nel 2002 hanno creato la società Patrimonio Spa per mettere all'asta i beni pubblici: come sta andando?
«La Patrimonio Spa ha venduto e continua a vendere moltissime cose, anche se meno del previsto, ma la cosa più astuta e sottile fatta dal Governo è stata quella di diluire il problema. Stanno passando a Regioni e Comuni molte proprietà dello Stato ed hanno invitato i Comuni a venderle. Da un lato lo Stato taglia i contributi agli Enti locali, dall'altro cede agli stessi Enti beni da vendere per rastrellare risorse. I Comuni, infatti, sono costretti a cedere pezzi di patrimonio ai privati, addirittura una legge di due anni fa, la n. 133 del 2008, obbliga ciascun Comune ad indicare un piano di dismissione dei propri beni nel bilancio. Sindaci e consigli comunali, insomma, devono dire cosa intendono vendere».

Anziché smettere di sperperare e far fruttare le risorse, a cominciare dall'arte e dal territorio, tagliano i viveri ai Municipi e gli passano l'incombenza: il lavoro sporco lo fanno fare ad altri, ai “pesci piccoli”?

«Sì. Il caso più straordinario è a Verona: il Comune sta vendendo per 33 milioni di euro l'antico palazzo Forti, donato da una famiglia alla città per farci l'attuale Galleria d'arte moderna. Con gli introiti il Comune prevede di realizzarci un gigantesco parcheggio. Cioè è il Comune il cementificatore!».

La storia alla rovescia: una volta i privati donavano alla collettività, ora sono gli amministratori pubblici che cedono ai privati?
«È una economia di rapina con un meccanismo sottile: se un Municipio aiuta la Regione e lo Stato a dismettere, cambiando la destinazione d'uso dei beni, prende una parte degli introiti. Il cambio di destinazione può farlo solo il Comune e se acconsente può intascare fino al 15% del prezzo incassato... in sostanza prende una sorta di tangente. Queste percentuali sono calcolate in modo tale che prima si sbriga l'ente comunale e più soldi prende. E un Comune in difficoltà economiche, come ormai quasi tutti, non sta lì a pensarci troppo. Se deve vendere una caserma, e molte sono edifici storici, invece di verificare se vi sono affreschi o altro, deve fare in fretta per incassare di più».

Abbiamo gli anticorpi per reagire?
«L'Italia è piena di anticorpi, il problema è che questi temi non sono stati fatti propri da nessuno nella politica né tantomeno nella tv. A volte ne parlano i giornali, vedo una crescente presa di coscienza nei cittadini, molte associazioni e comitati, ma molto spezzettati e senza coordinamento. La maggior parte degli italiani sono contro queste infamie, però manca una forza che coordini e non possono essere i partiti, perché hanno una cointeressenza, sono coinvolti con questi affari. Non vuol dire che ogni politico è corrotto, ma è il sistema che taglia i viveri ed obbliga a fare certe operazioni».

Moltissime persone stanno firmando per i tre referendum, preparati anche dall'insigne giurista Stefano Rodotà, affinché l'acqua non sia privatizzata. Che ne pensa?
«Sono completamente d'accordo con Rodotà e ritengo che l'acqua sia un bene pubblico e deve restare tale».

Vuol lanciare un appello?
«L'appello è questo: innanzitutto il cittadino diventi attore consapevole, deve informarsi e sapere per poter valutare quel che accade intorno, altrimenti verrà colpito l'ambiente, il suolo, le risorse idriche, l'aria che respiriamo; secondo, i cittadini devono coalizzarsi, formare opinione e cercare di combattere al massimo per mantenere gli usi pubblici come bene della collettività. Anche per tutelare la nostra storia e la nostra vita, il nostro futuro, perché privatizzare le risorse idriche significa mettere a rischio il futuro dei nostri figli».

 


LA POLITICA INCAPACE CI COSTA 80 MILIARDI L’ANNO. ORA SACCHEGGIANO
«A fronte di 4 miliardi di costi diretti, la politica ci costa ogni anno qualcosa come 80 miliardi per la sua incapacità di spendere oculatamente il denaro pubblico, per non parlare di quel che ci costa la sua timidezza nel combattere l’evasione fiscale».
Lo scrive Luca Ricolfi sul quotidiano La Stampa, docente di Analisi dei dati all’Università di Torino ed osservatore della gestione politico-amministrativa.

 


AAA STORIA, FEDE E ARTE VENDESI
Treviso vende la chiesa di San Teonisto del XIV secolo
Prato vende il monastero di San Clemente (fondato nel 1515)
La Provincia di Salerno vende Palazzo d'Avossa (secolo XVI – XVII)
Verona vende Palazzo Forti (databile intorno al secolo XIII)
Brescia vende la Caserma Gnutti (nucleo sei-settecentesco)

 


ANFITEATRI E ISOLE IN SVENDITA
Nel 2002 il Governo voleva vendere un intero insediamento preromano, Alba Fucens (nelle foto), in Abruzzo. Il sindaco di Massa d'Albe (Aq), la cittadina dove sorge il sito, scrisse un appello al Presidente Ciampi e a Berlusconi perché Alba Fucens fosse cancellata dall'elenco dei monumenti in vendita. «Altrimenti la comprerò con i miei soldi e la restituirò alla comunità», promise. Fu accontentato. A Gallipoli (Le) nel 2001 Sindaco e cittadini bloccarono la vendita, fatta dal Demanio, di metà dell'isola di Sant'Andrea, considerata icona dell'identità locale. Nella lista del patrimonio in vendita anche vari pezzi dell'incantevole isolotto di Spargi e della vicina Maddalena, l'isola veneziana di Sant'Andrea, con tanto di Forte della Serenissima, e Pianosa.


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