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La droga più pericolosa? Smettere di pensare

Lorenza Foschini: il ritorno di una grande giornalista che, superata la sbornia televisiva, ha ritrovato la sua anima e la sua creatività

Lun 28 Giu 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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La televisione è un mezzo di comunicazione importante, ma può generare molta confusione sia in chi la vive da protagonista che in chi la usa da spettatore; l’esaltazione da successo mediatico o la passività da telecomando sono infatti le due facce dello stesso teleschermo che possono rendere più difficile l’equilibrata espressione della propria identità. La famosa tele-giornalista Lorenza Foschini, dopo un difficile periodo di astinenza televisiva, ha cercato la sua anima ed è tornata più forte e bella di prima nelle vesti di apprezzata scrittrice.

In molti ricordano con nostalgia le tue conduzioni del Tg2 e le appassionanti trasmissioni di approfondimento. Ora sei tornata in radio e hai scritto un curioso libro sul tuo autore preferito Marcel Proust. Qual è la vera Lorenza?
«Il mio percorso è stato ondivago, non ho seguìto una linea retta. Fino a quando lavoravo alla radio la mia vita è rimasta tranquilla, ma tutto è cambiato quando sono approdata in tv, perché mi sono lasciata inebriare da quella scatola magica. È stata un’esperienza bellissima e divertente, sempre in giro per il mondo, ma circa otto anni fa sono iniziati i guai. Ho avuto una crisi di identità e non capivo più qual era la vera Lorenza».

Cosa successe che stravolse la tua esistenza?
«Improvvisamente non mi fecero andare più in onda; mi sentii completamente perduta e mi chiesi: “ora cosa faccio?”. Per dieci anni non avevo avuto un attimo per fermarmi e riflettere: è la peggiore delle droghe! Ho sofferto molto, ma ho intrapreso un percorso lungo e faticoso che professionalmente è approdato con l’incredibile storia del mio ultimo libro».

Come è nata l’idea di questo libro “Il cappotto di Proust” che ad agosto sarà pubblicato in tutto il mondo?
«Dopo aver ricominciato a lavorare per Rai Sat, realizzai un’intervista a Piero Tosi, il famoso costumista del regista Luchino Visconti, dal quale appresi di un misterioso collezionista francese che aveva raccolto tutto ciò che riguarda il mio autore preferito, Marcel Proust, compreso il suo leggendario cappotto. Partita immediatamente per Parigi a fare delle ricerche, mi imbattei in una storia incredibile che due anni fa scrissi in un piccolo volume pubblicato anche in francese. Inaspettatamente, il libro ha fatto un giro lunghissimo ed ora la più grande casa editrice americana lo distribuirà in tutto il Pianeta!».

Qual è stato il periodo più felice della tua vita?
«La mia infanzia e adolescenza sono state bellissime, mi sono nutrita dello splendore del mare e della natura: sono cresciuta a Positano, eravamo 5 famiglie in un borgo selvaggio con tanti bambini e stavo tutto il giorno a piedi scalzi, felice della mia libertà. Mia madre non mi trovava mai e mio padre, dopo la scuola, ci portava con una piccola barca a fare dei tuffi al largo, in un fantastico mare blu. Ora sembra incredibile, ma al liceo studiavo con una mia cugina su una barchetta a remi a Posillipo! Fino alla fine degli anni ’60, la felicità della mia gioventù corrispondeva alla felicità di una natura meravigliosa».

Dalla costiera amalfitana come sei approdata alla professione di giornalista?
«Il giornalismo è sempre stato la mia grande passione: a cinque anni già redigevo un giornalino, mentre a dodici spedivo ad un mio zio giornalista interviste e cronache mondane, che realizzavo alle feste di Positano. Ho sempre voluto fare questo mestiere e nessun’altro».

Ti è costato lasciare la tua terra campana e trasferirti a Roma?
«Abito a Trastevere dall’età di venti anni e sono molto legata a questi vicoli romani pieni di arte e storia, anche perché qui, dal mio secondo matrimonio, è nato mio figlio. La prima esperienza matrimoniale, che mi ha donato una figlia, invece l’ho vissuta a Napoli, dove vado spesso d’estate ed alla quale sono ancora molto legata. Però mi rattrista vedere come stanno distruggendo quella terra bellissima».

Credi che ci sia ancora la possibilità di salvare il territorio partenopeo?
«La mia terra d’origine ha molte doti nascoste di cultura ed umanità, ma anche tanti lati bruttissimi che peggiorano sempre di più. Per questo, già dagli anni ’70, dopo un lungo dibattito sulla reale possibilità di cambiare le cose, molte famiglie, compresa la mia, hanno scelto di andare via. C’è una criminalità molto diffusa, come viene ben descritto nel bellissimo libro “Gomorra” di Roberto Saviano. Assistere agli attacchi ai quali Saviano è sottoposto anche da parte di alcuni colleghi, mi fa una gran rabbia: questo ragazzo ha messo in gioco la sua vita, cosa deve fare di più? È una vergogna e come napoletana sono grata alle persone come lui che danno voce alla povera gente».

Che fine ha fatto il rispetto per la persona?
«Purtroppo l’attenzione all’altro comincia a venir meno già dalla scuola elementare, dove sempre più spesso i genitori non insegnano ai propri figli a rispettare la maestra, che per decenni è stata una figura fondamentale. Chi testimonia ai giovani che il rispetto da dare alle persone non dipende da quanto si guadagna, dal successo che si ha o dalle apparizioni in tv?».

Com’è cambiata la ttv in questi anni?
«Non ci capisco più nulla di ciò che succede in tv, tanto ormai basta andare in onda. Prima c’erano grandi professionisti, con testi scritti di qualità che producevano un risultato grazioso che sapeva strappare il sorriso. Oggi per un programma ci sono fino a 20 autori, ma cosa fanno? Io sono sempre stata autrice di me stessa! Inoltre, non ho mai condiviso la scelta della Rai di restare servizio pubblico facendo competizione con le reti private e commerciali: a mio avviso sarebbe stato meglio se avesse mantenuto la propria identità, come successo in Usa o Gran Bretagna, dove le reti pubbliche hanno ascolti non alti, ma grande autorevolezza».

Cosa comporta la rincorsa dello share e degli ascolti a tutti i costi?
«È evidente l’abbassamento della qualità dei programmi televisivi. Il grande filosofo Pascal diceva che l’uomo ha paura di rimanere solo con se stesso e con il proprio vuoto. Proviamo ad applicare questo alla società moderna dominata dai mass media: se sostenessimo la persona a mettersi in contatto con la sua anima, se l’aiutassimo a ragionare con indipendenza, la spaventeremmo. Ecco che allora le offriamo volgarità, trivialità, cattiverie e violenza per indurlo a distrarsi: mettersi in discussione è faticoso ed il pubblico si adatta facilmente ai bassi contenuti della televisione attuale».

Come aiutare le persone a trovare ed esprimere la loro parte migliore?
«È un viaggio faticoso che l’essere umano ha sempre cercato di compiere in tanti modi, soprattutto attraverso le religioni; improvvisamente, in questa nostra epoca sembra sia diventata una cosa inutile. Ma non si riesce a trovare la propria anima e le radici della propria esistenza se non ci si mette da soli davanti a se stessi. Naturalmente non si pretende che la tv dia questo, però si dovrebbe evitare l’attuale appiattimento verso il basso, dando un po’ di libertà di scelta ai telespettatori. Quest’anno festeggiamo l’Unità d’Italia, per la quale il servizio pubblico radiotelevisivo ha svolto un grande ruolo: credo che la Rai abbia il dovere perlomeno di ricominciare a raccontare delle storie che siano gradevoli, di buon gusto e che aiutino il telespettatore ad uscire dalla passività».

Le vicende personali e professionali di questi ultimi anni ti hanno fatto crescere interiormente?
«Le sconfitte e la grande sofferenza che ho vissuto in questo ultimo periodo della mia esistenza mi hanno aiutato ad incontrare la mia parte più vera ed intima. Inoltre, come giornalista ho cominciato a scoprire la felicità di fare quello che mi piaceva senza preoccuparmi di quello che voleva il pubblico: da lì è ricominciata la gioia e sono nati i due libri».

Durante la tua lunga carriera ti sei occupata spesso di temi spirituali: qual è il tuo rapporto con la religione?
«Sui temi religiosi sono molto pudica, ritenendoli strettamente personali. Non mi definisco osservante o credente, ma sono molto rispettosa e curiosa, continuamente in ricerca: la nostra religione cattolica è molto bella ed interessante, fa parte della nostra cultura e ne sto studiando con passione anche le origini».

Come vaticanista Rai, per quattro anni sei stata al fianco di Papa Wojtyla. Cosa ti è rimasto?
«È stata un’esperienza incredibile, dentro la storia, al fianco di un personaggio che ha attraversato e segnato un secolo. Ho avuto la fortuna di essere una delle poche donne che lo seguivano e tra noi si era instaurato un rapporto speciale, anche perché il Pontefice guardava sempre l’edizione serale del Tg2 che conducevo io. L’ho seguito sul suo aereo durante numerosi viaggi: ricordo che una volta in Africa restammo in un capanno insieme ad una piccola famiglia; c’era una vecchia radio gracchiante, il Papa era contentissimo e, anche se in ritardo per la messa, non voleva andare via».

Tra le tue tante inchieste, ha ottenuto molti riconoscimenti il documentario Aquerò, sulle apparizioni della Madonna a Lourdes. Come nacque?
«Volevo fare un approfondimento che spiegasse perché Maria è così importante nel culto cristiano. Decisi di chiedere la collaborazione del grande scrittore Vittorio Messori, notoriamente indisponibile a lavorare per la tv. Quando lo andai a trovare, mi rispose subito che non voleva essere disturbato; però, dopo un momento di riflessione, mi disse: “Forse non è un caso che lei mi proponga questo documentario proprio oggi che si festeggia la Madonna di Fatima. Proviamo!”. Fu così che partii per Lourdes insieme a Messori e al bravissimo regista Vittorio Nevano, dichiaratamente ateo, per approfondire la straordinaria storia della piccola Bernadette, che incontrò per diciotto volte la Madonna nella famosa grotta».

Cosa ha provocato in te avvicinarti alla figura della Madre di Gesù?
«Ci sono state molte risonanze interiori e mi sono capitate tante cose interessanti. Il Santuario di Lourdes è un luogo molto particolare, dove ero già stata come crocerossina all’età di venti anni e nel quale si capisce cos’è il dolore e qual è la sua importanza nell’esistenza di ognuno. Davanti alla Grotta si percepisce quanto Maria sia vicina a chi soffre e, alla presenza dei miei due colleghi, ho avuto anche l’esperienza personale di un evento miracoloso. Onestamente, non comprendo ancora bene la figura della Madre di Gesù, ma forse non è un caso che, come avvenne quattordici anni fa nell’incontro con Messori, stiamo registrando quest’intervista proprio nel giorno dedicato alla Madonna di Fatima».

 


 

Giornalista e scrittrice
Nata a Napoli il 17 maggio del 1949, dopo la laurea in Storia e Letteratura, inizia la carriera di giornalista a Radio Rai. Acquista notorietà con il passaggio alla tv, prima come Vaticanista e conduttrice del Tg2, poi come autrice e presentatrice di programmi di grande successo: nel 1994 lancia la trasmissione “Misteri”, seguita nel 2000 da “Il filo di Arianna”. Dopo alcuni anni di sofferta assenza dal piccolo schermo, oggi è tornata ad occuparsi di radio e si è messa in luce come scrittrice, con “La democrazia in trenta lezioni” (con il politologo Giovanni Sartori, ed. Mondadori) e “Il cappotto di Proust” che da agosto sarà distribuito in tutto il mondo da Harper Collins fbf. Tra le sue tante inchieste, risalta il premiato documentario Aquerò, trasmesso da Rai Tre nel 1996: scritto insieme a Vittorio Messori, approfondisce in modo accurato le apparizioni della Madonna a Lourdes, attraverso il racconto dell’esperienza della piccola veggente Bernadette.

 


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