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Pierce Brosnan: la gavetta di un sex symbol

Prima della notorietà, preparava il tè, faceva fotocopie e innaffiava piante

Lun 28 Giu 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Bello e buffo Pierce Brosnan. Sex symbol da sempre, dopo essere stato James Bond è divenuto l'icona del fascino arguto. E, così, incontrarlo a Berlino con una camicia sul rosa e un paio di jeans fa un pò effetto. Altro che completo nero e licenza di uccidere, qui l'agente segreto rinuncia allo charme per combattere il raffreddore. Anche perché non gli serve seguire la moda per sfoggiare carisma: i suoi modi, l'umorismo, l'acume bastano.

Bond gli è rimasto attaccato addosso (o è il contrario?), ma lei è anche molto altro: un grande attore, un uomo intelligente, una persona felice.
«Perché gli affetti e la stima di chi ti vuol bene vengono prima di un Oscar. Detto questo, comunque lo vincerei volentieri!».

Da “L'uomo nell'ombra” a “Remember me”, da Blair all'11 settembre: due film impegnativi quest’anno!
«è riduttiva come definizione, per entrambi i film, ma è vero che curiosamente mi son trovato ad affrontare argomenti fino a poco tempo fa tabù. Il Potere, quello vero, è una tragedia collettiva che ha segnato le nostre vite. Due film profondamente diversi, due drammi privati da contestualizzare in realtà ed eventi molto più grandi».

Il primo le ha regalato anche l'incontro con Roman Polanski, un maestro.
«Ricordo ancora quando mi hanno detto che il signor Polanski voleva vedermi. Ero molto intrigato, andai a Parigi, pranzammo insieme e mi parlò subito del personaggio che voleva che interpretassi, cioè di Tony Blair. Per poi dirmi, sul set, di dimenticarlo. E aveva ragione, a fare Blair benissimo ci aveva già pensato Michael Sheen (in “The Queen” di Stephen Frears - ndr). Abbiamo parlato molto di lui e poi della famiglia, della vita. Si è interessato a ciò che ritengo più importante, la sfera privata, e l'ho apprezzato molto».

“L'uomo nell'ombra” è anche una riflessione sui ricordi, individuali e collettivi. Che rapporto ha con la memoria?
«Buono, anche se bisogna far tesoro del passato senza esserne schiavi, senza vivere di rimpianti. Ho preso degli appunti, scritto dei paragrafi sulla mia vita, per dare ai miei figli un ricordo di me, e delle cose che ho fatto nella mia vita. Non è un autobiografia per gli altri, come quella che scrive nel film il ghost writer per l'ex premier Adam Langcon, ma è un documento per la mia famiglia: vorrei riuscire a comunicare loro la mia passione per la vita, per l’ambiente, per le cose che faccio, per questa terra. E poi la mia è una storia interessante: ora sono un attore che lavora e che ce l'ha fatta, nonostante un inizio orribile, perché ci ho messo tutta questa passione. All’inizio, quando ero giovane, lavoravo in uno studio di produzione, facevo per lo più tazze di thè e fotocopie, annaffiavo le piante».

Incredibile! Sprecavano così il suo talento?
«Allora era ben nascosto, ero molto timido e riservato. Ma sognavo che un giorno avrei fatto qualcosa di più nel cinema, perché mi piaceva molto, anche se non pensavo di fare l’attore. Un giorno un amico mi disse che organizzavano un workshop di recitazione, io non sapevo neanche cosa fosse. In sostanza dovevo chiudere gli occhi e vagare, toccare i visi delle altre persone. Ho pensato che era quello che volevo fare. Ho iniziato in un piccolo teatro, un mix incredibile di piccoli artisti, di poeti, musicisti, attori, era il tempo delle Black Panthers e ho scoperto Sartre, Cechov, è stata la mia scuola, la mia formazione. Quel portfolio di dipinti e disegni divenne il mio passaporto. Così decisi di fare l’attore, avevo una presenza sulla scena, ma ero completamente disarticolato. Ah, e poi quando nelle nostre esercitazioni carezzai, ricambiato, una bella bionda... capii che era il lavoro per me!».

Niente male: il ragazzo di bottega che diventa 007.
«Solo dopo tanta gavetta ebbi il ruolo di James Bond. All’inizio esitai, perché era un ruolo troppo codificato e rischiavo di non riuscire più a staccarmi da quell’etichetta. Per fortuna, non è stato così. Ora, per esempio, mi piace molto produrre: penso a “Matador”, uno dei miei film preferiti, lì ero un sicario con un cuore. Anche se ben nascosto. E poi c'era con me Greg Kinnear, attore straordinario. C’è un film che voglio fare da molto tempo, che si chiamerebbe “The Dresser”: sarebbe bello allestire il set a Babelsberg (studi berlinesi, dove tra l'altro sono stati girati “Ninja Assassins” e “Operazione Valchiria”), perché è un posto splendido, stimolante, rinvigorente. In Germania c’è molto rispetto per il lavoro degli artisti ed è appagante. Los Angeles, Hollywood, invece sono posti strani».

Per questo non ha sfondato in America?
«No, quello è colpa della mia boccaccia irlandese! è vero, lì non mi sono trovato e non ho fatto il salto di qualità. Ma il pubblico statunitense mi vuole bene fin dalla serie tv cult “Remington Steele”».

È impossibile non chiederle cosa pensa dell'affaire Polanski.
«Quando Roman è stato arrestato, la maggior parte del film era stata già girata e, nonostante lo choc per la notizia, speravamo che, proprio tenuto conto di questo, gli avrebbero permesso di lavorarci su per terminarlo e così è stato. L’ho chiamato la sera della première per salutarlo e fargli i miei auguri. Ha uno spirito molto forte e, per fortuna, ha anche molto humour, l’ho sentito bene. è molto divertente, caustico, acuto, cerca sempre di cogliere e di presentarci la sua lettura dei fatti, il suo modo di vedere le cose e per me lavorare con lui sul set è stato un onore, anche se molto faticoso. Lui è sempre elettrico, sono tutti sull’attenti sul set, tutti concentrati per dare il meglio. Per quanto riguarda la sua situazione giudiziaria, è complessa e non me la sento di giudicare. Bisogna anche valutare che non è chiara e che lui ha avuto una vita piena di sofferenze (dai genitori nei lager alla morte dell'amata moglie, incinta all'ottavo mese, Sharon Tate, per mano dei seguaci di Charles Manson - ndr)».

 


L’IRLANDESE
Nato in Irlanda, studia per diventare attore, a Londra. Nei primi anni ‘80 diventa una star della tv negli Usa grazie a due serie tv. Nel 1994, accetta il ruolo di Bond. Nello stesso periodo è nel film “Mars Attacks!” e in “Grey Owl”. Visto il successo di “GoldenEye”, Brosnan veste i panni di Bond anche nel 1997 con “Il domani non muore mai”, nel 1999 con “Il mondo non basta” e nel 2002 in “La morte può attendere”. Sposato con Cassandra Harris, è rimasto vedovo nel 1991. Nel 2001, ha sposato la giornalista americana Keely Shaye Smith. È padre di tre figli. A scuola era soprannominato l’irlandese.


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