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Dentro la favela più pericolosa di san paolo

A São Camilo entri solo se i boss vogliono e con la “scorta”

Lun 28 Giu 2010 | di Francesco Buda | Mondo
Foto di 8

Alti muri tutt'intorno, filo spinato, possibilità di uscire soltanto se scortato da persone fidate. Io dentro, "loro" fuori con le loro buste di roba bianca e mazzi di banconote in vista.
La macchina di Suor Esméria gira a fari spenti anche di notte. «Non possiamo disturbarli» spiega sorridendo. Saluta tutti e tutti la salutano. Solo grazie a lei ho accesso a questa collina tempestata di mattoni nudi, tetti in eternit e antenne, “case” affastellate una sull'altra come metastasi. Ma il cancro, qui a San Camillo, è un altro: droga e violenza. Questa è la favela classificata dal governo come la più pericolosa dello Stato di San Paolo, in Brasile. Però il recluso sono io. Per poter uscire dal recintatissimo capannone adibito a centro sociale e fare due passi dopo la zuppa di fagioli, la manioca fritta e il pane al formaggio, dev'esserci sempre qualcuno del posto ad accompagnarmi. Niente foto e riprese, né confidenza. E poi guardare da un'altra parte davanti a “compravendite”. Quasi impossibile trovare immagini di questo luogo. Provate a cercare su internet. Ad acquistare vengono da poco più giù, dalla piana dove si stende Jundiaí, il ricco capoluogo costellato di grattacieli, ville e imprese in corsa verso il successo economico.


Il mondo alla rovescia: posso uscire solo se scortato da locali
Questo posto sembra il mondo alla rovescia: gli illegali liberi di circolare e tu che stai qui con passaporto, libretto sanitario, vaccinato, controllato da varie dogane e polizie non sei libero di farti un giro all'aria aperta. Anzi, se i capi non vogliono, neanche entri. Se si sapesse che sono giornalista, non entrerei mai. è Suor Esméria a garantire per me, piccola grande donna, ex bimba della favela pure lei coi suoi 6 fratelli. Si è messa dalla parte della vita e aiuta i poveri con i progetti di sviluppo di vita e missione di Italia Solidale. È molto rispettata, gli spacciatori la chiamano “Tia”, zia. Ed è lei a tranquillizzare i due ceffi che subito si avvicinano all'auto appena arriviamo: hanno immediatamente beccato il sottoscritto a fare foto e a riprendere con telecamera. «Che stai facendo! Che vuoi?» ringhiano traguardando dal finestrino i miei arnesi proibiti. Stavo per immortalare la casetta con la scritta tutta colorata “Italia Solidaria”, dove Esméria ha aperto con le famiglie la biblioteca solidale ed un negozietto gestito dai poveri. Due stanze, una per i libri e i giochi dei bambini e l'altra per il bazar solidale, dove le mamme vendono vestiti e cianfrusaglie usati. È il frutto del grandissimo impegno di persone come Antonella, volontaria di Italia Solidale, è lei che mi ha portato qui.

Divieto d'accesso pure alla polizia
Qui non passa nessuno se il servizio d'ordine dei tre boss locali non l'approva. Polizia ed esterni non si avvicinano nemmeno. A parte qualche sfuriata militare come quella dello scorso settembre, che la gente chiama “occupazione”. Un blitz spettacolare durato 5 giorni e che ha fatto notizia nel Paese. Poliziotti, soldati del reggimento di cavalleria, truppe speciali e teste di cuoio hanno scovato magazzini, raffinerie di pasta base, armi pesanti e giubbotti antiproiettili e fatto arresti. Bilancio della retata: mezza tonnellata di droga sequestrata. Ironia della sorte, uno dei boss del posto è soprannominato “Coca Zero”. Ma San Camillo è di nuovo zona franca, off limits, le autorità effettivamente riconosciute sono i narcotrafficanti. Hanno i loro scagnozzi piazzati 24 ore su 24 ad ogni angolo, collegati tra loro via radio, con walkie talkie sempre accesi e in allerta. Tutti ragazzi, maneggiano con grande disinvoltura sacchetti di roba bianca in tubetti, maconha (come qui chiamano la marijuana) e biglietti da 100 reais. Ogni snodo della favela è presidiato da questo efficientissimo mini-esercito, sanno sempre chi entra e chi esce.

Scoppiano i petardi: è il segnale che è arrivato il carico di droga
Passata l'“occupazione” poliziesca con tanto di agenti a cavallo, restano i soliti riti di morte. Pum, parapuùm, trattarattaaaam! Di tanto in tanto, al mattino e al pomeriggio si sentono i botti pirotecnici, e non è certo la festa del patrono, il grande medico San Camillo De Lellis.
«È il segnale che è arrivato il camioncino col carico di droga per il rifornimento» chiariscono candidamente le mamme dei bimbi adottati a distanza dai volontari donatori di Italia Solidale, che qui stanno portando un rispetto mai provato.
Gli spacciatori-sentinelle, letteralmente indisturbati, agli orari prestabiliti si danno il cambio, si passano le radioline e il giro prosegue. “L'organizzazione criminale impone regole di condotta, orari di entrata ed uscita, la legge del silenzio, luoghi proibiti" raccontano le cronache dei giornali locali.
Alla sera cala il buio, la quasi metropoli, a valle, s'accende d'insegne e brilla di lampioni, però quassù in favela dobbiamo girare a fari spenti, per non molestare lo spaccio. Di notte dai quartieri alti, che qui sono in basso, cresce il viavai di auto: i ricchi che abitano nella agiata piana salgono alla favela per comprarsi lo sballo, soprattutto cocaina, ma trovano pure marijuana e haschisc. Per i meno abbienti c'è sempre il crack, il velenoso sottoprodotto della coca. Qui la morte eleva in posizioni di dominio il posto dove vivono i miserabili.

Soldi a Palate, ma non ai poveri
Alla biblioteca dei poveri ci puoi arrivare anche ad occhi chiusi, basta seguire l'odore incessante di mariujana che si fumano gli spacciatori che proprio lì accanto hanno un punto vendita. O magari ti ci porta la musica del mulatto col biondino parcheggiati all'angolo con il loro car-stereo a tutto volume. Pesci piccoli, ma a modo loro qui sono tipetti di “successo”. Esempi bruttissimi per i ragazzini, che vedono questi giovani al centro dell'attenzione, cercati dai ricchi per la loro merce, pieni di soldi e temuti. Una violenza “culturale” gravissima. Producono un giro enorme di quattrini, un'economia falsa e malata che non rende niente ai poveri, tra i quali viene reclutata la manovalanza. «Per aprire la biblioteca – racconta Suor Esméria – sono andata a parlare coi loro capi, e mi hanno autorizzato anche a far venire la polizia e le autorità all'inaugurazione». E sempre “grazie” a Coca Zero e company ha ottenuto che non ci fossero risse e violenze in quell'occasione.

Laggiù Grattacieli come funghi... ma qui l'intonaco è un lusso
Il panorama da sopra San Camillo offre grattacieli come funghi, che mostrano il nuovo volto di uno dei protagonisti del B.R.I.C. (Brasile, Russia, India e Cina), il gruppetto di Paesi emergenti alla riscossa a suon di business e Pil in crescita. Ma a San Camillo, pochi metri di salita dalle ville e dai centri direzionali, sono altri gli affari e i bimbi continuano a fare la fame. La gente della favela continua a vivere in casupole attaccate ed incastrate, tra dedali di vicoli e salite e discese, dove l'intonaco è un lusso. Moltissime hanno la parabola e la tv. Sarà anche per questo che i piccoletti per strada impazziscono quando vedono macchina fotografica e telecamera. E mimano pure gesti e movimenti dei cantanti rap. Ma guai a fare riprese e foto, rischi di brutto. è Suor Esméria a farmi segno se, quando e dove posso prendere immagini.

Sopra a tutto la Vita
Qui, a 60 km a nord della Capitale brasiliana, in questo Paese lanciatissimo nell'industrializzazione, dopo il massacro agricolo con le monocolture intensive di canna da zucchero e del caucciù, San Camillo è un posto “altrove”, un microcosmo in collina che dall'alto controlla e rimpinza il vuoto di vita e d'amore dei ricchi che abitano ai suoi piedi. Più vicino al cielo, ma un vero inferno. Se non ci vai non ci credi. In realtà così l'assistenzialismo non ha risolto, qualche progetto sociale è stato avviato, ma si tratta della distribuzione di cose e servizi, non di un riscatto umano in prima persona per uscire da violenze, degrado, passività e dipendenza. La miseria è vissuta come un destino ineludibile e nessuno, istituzioni comprese, sembra disposto a credere che davvero le persone possano farcela con le proprie forze. «C'è gente che passa la giornata tra uffici pubblici ed organizzazioni umanitarie a caccia di aiuti e se ne inventano di tutti i colori» racconta Suor Giuliana, missionaria che opera in un'altra favela, a San Paolo, 60 km da qui. Ha lasciato l’Abruzzo 31 anni fa per venire tra i poveri. Adesso anche lei sta iniziando a conoscere Italia Solidale, con cui ci è stato possibile questo reportage e che mi mostra che una via sana c’è anche qui. Sopra tutta quella droga e quella morte, non mi sono sentito abbattuto e prigioniero, in quel capannone irretito dal filo spinato. Ero rinchiuso in quell'oasi blindata, ma forse i veri reclusi sono quei giovani che comandano quei pezzi di strada, prigionieri di traffici di morte, nessuno gli ha mai mostrato che sono persone veramente, ognuno speciale, bellissimo, pieno di energie. Proprio quello che invece fa Italia Solidale, che salva migliaia di bambini anche in Africa e India adottati a distanza con 20.000 italiani, recuperando le mamme e i papà che un po' alla volta diventano indipendenti. Anche qui mi sono sentito libero, perché davanti a tanto male c'è la vita, e non solo è indispensabile ma è anche possibile. E non è detto che in quei grattacieli ai piedi della favela, siano più felici.



Sotto assedio
Immagini girate dalla polizia durante la “Operazione Saturazione” esegutia dai reparti speciali. 480 agenti e soldati hanno sequestrato mezza tonnellata di droga, soldi e armi. «Uno dei tre capi - ci hanno raccontato sul posto - era informato e non l’hanno trovato nel tugurio dove vive per non destare sospetti».


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