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Non è un paese per donne

In Italia si continua a dover scegliere tra figli e lavoro

Gio 01 Lug 2010 | di Paola Simonetti | Attualità

Scelte che significano rinuncia, perdita di un pezzetto di sé. O figli o lavoro. Le donne, in Italia, sono ancora costrette a scartare qualcosa, in assenza del quale si sentono spesso spezzate e sofferenti e va in fumo anche una fetta di sviluppo nazionale, con ricadute economiche non trascurabili. La conciliazione per ora, nel nostro Paese, è un traguardo intravisto a distanza siderale, per compensare il quale si fanno sacrifici incalcolabili.
Il volto di un’altra metà del cielo in affanno lo ha tracciato una recente indagine Isfol, condotta su un campione di popolazione femminile tra i 25 e i 45 anni: tra le donne che nel 2009 hanno lasciato il proprio impiego, il 45,9% l’ha fatto per dedicarsi alla cura dei figli, a fronte di un 12,6 “vittima” di un licenziamento o della chiusura della propria azienda e un altro 17,3% che ha terminato la propria attività per scadenza di contratto. I dati dicono che oltre la metà delle donne inattive sarebbe disposta a lavorare part time, una parte di queste ultime (38%) sarebbe anche pronta ad accettare un impiego per un reddito netto compreso tra i 500 e i 1.000 euro.

Lo sbarramento sulla strada della mediazione è rappresentato però dalla poca flessibilità del mercato: in molte abbandonano la prospettiva di carriera per rigidità degli orari, carenza e onerosità dei servizi per l'infanzia, scarsa disponibilità dell’altro coniuge. Le tanto invocate “pari opportunità” si infrangono così su un dato di fatto: essere madri in Italia è un impedimento alla realizzazione personale. Non solo quando questo comporta una rinuncia, ma anche quando, da mamme, si continua a lavorare. Lo raccontano le stesse interessate, interpellate in un sondaggio realizzato da InfoJobs.it, grande realtà in Italia e in Europa nel settore del recruitment on line, per capire come viene vissuto dalle utenti il doppio ruolo di madre e professionista.

Possibilità di carriera
Il primo aspetto preso in esame dal sondaggio riguarda la possibilità di carriera: alla domanda “In termini di crescita professionale, ruolo aziendale e retribuzione la mamma che lavora come è trattata rispetto a chi è di pari livello ma senza figli?” il 71% delle intervistate ritiene che le madri siano trattate peggio, il 26% in modo identico e solo un esiguo 3% “meglio”. Dati che raccontano di politiche di conciliazione inadeguate o comunque inapplicate e scarsi investimenti sulla famiglia: «L’Italia sconta un sistema di Welfare che non è tarato sulle esigenze della famiglia, ma più che altro sulla donna – spiega Francesca Bergamante, ricercatrice dell’Isfol -. In Italia, a differenza di altri paesi europei, non ci sono servizi che riescono a “liberare” il mondo femminile da quelle attività che dovrebbero invece essere coperte dallo Stato. Quel che si fa nel nostro Paese è dare contributi in denaro, peraltro temporanei, che non risolvono il problema e che non rappresentano autentica “conciliazione”, al di là della quale si attuano solo alternative, palliativi che possono trasformarsi solo in gabbie di diversa forma, come ad esempio il telelavoro».
La vera conciliazione «dovrebbe bandire discriminazioni, dunque non avere come oggetto uno solo dei due sessi, ma essere incentrata sulla coppia e dunque sul raccordo famiglia-lavoro in modo neutro». Su questo fronte proprio la legge di settore, la 53/2000, che prevedeva anche forme di sperimentazione all’interno delle aziende per fare progetti di conciliazione nell’ambito di flessibilità, nidi aziendali e congedi per i padri, non avrebbe saputo risolvere il problema, secondo la Bergamante, mostrando il fianco proprio sul nodo “paterno”.

La risorsa dei papà
Un’indagine Inps, nel 2006, segnalava come nel settore privato i dipendenti che avevano chiesto qualche mese di permesso per fare i papà erano stati 10.797, solo qualche centinaia in più rispetto al 2005, anno in cui i congedi al maschile si fermarono a quota 10.122. I papà che avevano sfruttato i congedi arrivavano, nella migliore delle ipotesi, a essere quattro su cento. E la percezione è che le cose non siano affatto cambiate: «C’è un’oggettiva difficoltà per i padri ad avere il congedo parentale – prosegue la Bergamante -: se lo chiedono lo ottengono, ma l’azienda di fatto storce il naso. è una cosa poco diffusa e non vista di buon occhio». Ad incidere un fattore culturale, difficile da scalfire, che permea le dinamiche familiari, sociali e aziendali. Uno scenario che grava sulla vita femminile in modo determinante nel quotidiano.
Il sondaggio di Infojobs sui quesiti “Cosa fanno in concreto le aziende per le mamme che lavorano? Viene posta maggiore attenzione nei loro confronti per facilitarne il doppio ruolo familiare e professionale?” rivela che l’87% delle utenti ritiene che una madre lavoratrice non venga trattata con maggiore considerazione rispetto a chi non ha figli. Non solo. Per quanto riguarda correttezza e professionalità, l’81% delle intervistate crede che la mamma che lavora non approfitti a sufficienza delle garanzie di legge e dell’eventuale benevolenza di capi e colleghi, a scapito della qualità del suo lavoro. Dati che non sembrano sorprendere gli analisti, impensieriti piuttosto da uno scenario a tinte fosche più generale che vede sempre e comunque, maternità a parte, una iniqua collocazione sul lavoro delle donne.
«Oltre al nodo cruciale della conciliazione – aggiunge la Bergamante -, c’è quello dell’inattività femminile, molto più alta al Sud che al Nord, dove però si registrano sacche di “inattività di ritorno”, indicata da quel 12,6 e 17,3% di donne che perdono il lavoro per scadenza di contratto o licenziamento. Sono questi gli aspetti su cui lavorare e investire, perché vuol dire che c’è un problema di domanda e offerta: scoramento, fascia di età più alta e dunque difficoltà di reinserimento nel mondo del lavoro. Su queste donne, le politiche del lavoro potrebbero avere un peso positivo».

 


Asili nido al costo di scuole esclusive
Sono uno dei capitoli più caldi, in Italia, sul fronte dei servizi all’infanzia. Liste d’attesa bibliche e costi esorbitanti fanno degli asili nido comunali del nostro Paese, un’agevolazione fantasma per le famiglie con bambini piccoli. Ad essere tagliati fuori dall’accoglienza, secondo una recete indagine di Cittadinanzattiva, sono il 25% dei richiedenti.
La situazione più grave in Campania che registra il 42% di bimbi in lista di attesa, seguita da Lazio (36%) e Umbria (35%).
I rincari hanno raggiunto livelli da scuola privata esclusiva. La spesa media per i nidi, stando alle cifre del documento, si aggira intorno ai 297 euro al mese, pari a circa 3.000 euro ogni 12 mesi per un nucleo familiare che usufruisca del servizio per 10 mesi l’anno. A destare allarme, secondo l’organizzazione, la velocità di incremento medio delle tariffe: +1,4% rispetto al 2007-08, in linea con l’anno prima (+1,8%). Ad aggravare lo scenario un divario ingiustificabile fra regione e regione: a Lecco, città più cara d’Italia, si paga una retta di 572 euro al mese, a Cosenza 110 euro. Il Mezzogiorno, con la Calabria in testa (120 euro), la zona più economica, ma dove paradossalmente i rincari sono stati più pesanti. La regione più salata invece è la Lombardia con ben 402 euro al mese. Paradosso nel paradosso, il dato che vede i posti disponibili inversamente proporzionali ai costi degli asili nido: secondo i dati del 2007 in possesso del ministero degli Interni il numero degli asili nido comunali è cresciuto solo del 2,4% rispetto al 2006, quando la crescita era stata del 3,3%.

 


Consigliera di parità, strumento contro le discriminazioni
Sapere a cosa si ha diritto e con quali strumenti farlo valere. Un servizio diffuso in tutto in territorio italiano, fornisce sostegno, informazione e divulgazione a beneficio di lavoratrici e lavoratori su conciliazione tra lavoro e famiglia, pari opportunità, sicurezza nei luoghi di lavoro. E’ la Rete della Consigliere di Parità che lavora per promuovere e controllare l'attuazione dei principi di uguaglianza e non discriminazione tra uomini e donne che lavorano. Sulle funzioni di questo strumento, poco conosciuto, il ministero di settore, nel maggio scorso, ha realizzato una campagna informativa per rendere chiari ai cittadini, alle lavoratrici in particolare, competenze e ruolo delle Consigliere di Parità, in ogni Regione e Provincia. Info: www.lavoro.gov.it/consiglieranazionale
e-mail: consiglieranazionaleparita@lavoro.gov.it


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