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L’aria del “Paradiso”

Parco Nazionale del Gran Paradiso: un’isola selvaggia di vette bianche, ghiacciai azzurri e vallate verdi, tra il Piemonte e la Valle d’Aosta

Gio 01 Lug 2010 | di Giuseppe Barbieri | Turisti non per caso
Foto di 10

L’incontro col Parco del Gran Paradiso avviene molto prima di raggiungere le cime bianche, i dirupi abitati dagli stambecchi; molto più in basso della solitudine dei valloni che s’insinuano tra montagne rugose.
Sì, l’incontro avviene con dolcezza, ma inaspettatamente presto, appena lasciata la statale di Cogne. Le caratteristiche abitazioni in pietra, sparse qua e là, riportano indietro nel tempo: scene di vita quotidiana antica, di donne forti, di uomini segnati dal passare delle stagioni. è un poco imbarazzante penetrare senza invito, quasi tra le mura domestiche di questa gente, in una dimensione sconosciuta ai più. Ci si sente subito avvolti da un’aria diversa, pulita, genuina, che ti penetra nei polmoni come gioia; e questa è solo montagna, il parco è là, maestoso, dopo il villaggio di Valnontey.
In fondo alla valle, punta Ceresole incomincia a cambiare colore: la notte stellata sta morendo, lasciando posto a uno strano bagliore metallico, che, pian piano, si tinge di un giallo pallido. Poi, improvvisamente, appare il sole, inondando di luce il ghiacciaio della Tribolazione, mentre noi, abbandonata la comoda mulattiera che conduce al Lauson, seguiamo un itinerario più vario e interessante. Stiamo giungendo a Babein, tipico raggruppamento di baite, sulla sinistra orografica della valle. Dalla parte opposta, nel vallone del Grauson, nebbioline, colpite dai primi raggi del sole, assumono sfumature irreali.


IL RISVEGLIO DELLA NATURA
Il mondo animale sembra svegliarsi di colpo al nostro lento e goffo incedere: un fruscio inatteso mi fa arrestare, spero sia un camoscio; invece sono due grosse ghiandaie che si tuffano nel folto della vegetazione. Poco oltre, in mezzo ad una pietraia, una marmotta sta uscendo dalla sua tana. Il mio accompagnatore è una delle guide più esperte dell’Associazione Guide della Natura di Cogne: le è dappresso, vicinissimo; io invece la sento solo fischiare. La mia andatura impacciata la metta immediatamente all’erta. Si alza in piedi di scatto, assumendo il caratteristico atteggiamento di osservazione, con le zampine anteriori ripiegate sul petto. Quindi, con un rapido guizzo, torna a nascondersi nella sua tana. Pazienza, ne incontreremo altre da poter fotografare.
Il sole comincia a lambire gli alberi più in alto. E mentre ci accingiamo ad attraversare un rivolo d’acqua, udiamo un cicaleccio: due cince si spostano da un larice all’altro, alla ricerca di semi. In basso Valnontey è ancora avvolta nell’ombra. Scatto alcune foto del fantastico panorama, finché un rumoroso squittìo cattura la mia attenzione: è uno scoiattolo giocherellone, che, da perfetto equilibrista qual è, spicca incredibili salti da un ramo all’altro, nascondendosi dietro il tronco. Solo il ciuffo di peli sulla punta delle orecchie ne tradisce la presenza.
Al limite superiore della vegetazione d’alto fusto, sotto l’ombra di un pino cembro, effettuiamo una piccola sosta.

FERMI AD OSSERVARE
La guida mi fa osservare un campione di flora alpina molto particolare: è “l’Androsace Vandelli”, una piantina grassa che cresce in piccole fessure delle rocce a 2000-3000 metri. Poco più in là, una farfalla variopinta è intenta a succhiare il polline da un “Sedum Fosteranum”: un’importante funzione che molti insetti svolgono naturalmente, contribuendo in maniera determinante alla fecondazione delle piante alpine. Appaiono due femmine e un piccolo camoscio. è uno spettacolo ammirarli brucare tranquillamente! Peccato che siano troppo lontani per il mio obiettivo: una delle femmine alza la testa e mostra i suoi occhi lucenti, emettendo un forte fischio col naso. Di scatto, si volta e fugge precipitosamente, seguita dagli altri due.

IL GHIACCIAIO DEL MONEY
Il ghiacciaio del Money, proprio di fronte a noi, si accende di una nuova luce. Guardo in quella direzione e scorgo un grazioso ermellino che ci sta osservando, ma, quasi avesse compreso d’essere stato individuato, fugge precipitosamente. Lungo i pendii a nord di monte Herban, incontriamo ampie distese di rododendri e assolati pascoli dove primeggia l’olina, l’erba di cui vanno ghiotti gli stambecchi. Attraversata una pietraia, ecco il sentiero in quota che porta al rifugio Vittorio Sella. Una serie di dirupi esposti al sole mettono in bella mostra una rigogliosa fioritura di anemoni, di genepì, di semprevivi, di centauree, di androsace, di silene e di numerosi altri fiori. Un’ombra si muove lungo il fianco della montagna, e grazie al binocolo che porto in spalla, posso ammirare l’eleganza maestosa dell’aquila reale, mentre si fa abilmente trasportare dalle correnti ascendenti.

NEL RIFUGIO
Siamo ormai nelle ore centrali del giorno, gli animali rallentano la loro attività ed anche noi ci concediamo un breve riposo. Nella conca del Lauson ci attende il rifugio Vittorio Sella, una doppia costruzione in muratura con 150 posti letto e cucina. Uno degli edifici è costituito dall’antica casa di caccia di Vittorio Emanuele II, soprannominato “re dei cacciatori”, che, in realtà, non fu quel gran cacciatore di cui discorrono gli apologeti del suo tempo: un vero cacciatore di stambecchi e camosci deve inseguire le prede per valloni e scoscendimenti; deve saperli sorprendere all’alba; percorrere nevai e ghiaioni: 8 o 10 ore di marcia, per un colpo non sempre fortunato. Il re, un po’ pesante, si limitava a piazzarsi al bordo di qualche circo terminale, mentre i battitori spingevano gli animali verso la sua postazione; qui veniva fuori l’infallibile tiratore! A Vittorio Emanuele II si devono però le strade di caccia del Gran Paradiso: la rete sulla quale ancora oggi si basa la “sorveglianza” sui territori del parco. La fece costruire in pochi anni, fra il 1861 e il 1874, per uno sviluppo di quasi 350 km. Nella casa-rifugio, una delle tante dove vivono, in lunghi turni i guardaparco, i gestori, ci hanno fatto preparare una stupenda zuppa alla “valpelleunentse”, con cavolfiore, fontina a fette e pane nero.

POLENTA, SALSICCE E FORMAGGI
Sul grande tavolo di legno hanno messo un tegame di polenta, un piatto di salsicce, salami e formaggi. Formaggi forti e saporiti, perché l’erba dei pascoli alti sembra rinsecchita, ma è piena di sostanze e il latte delle bestie è carico di sapori. Si instaura un’amichevole conversazione sui problemi del parco, gli animali, i turisti: “Qualcuno vorrebbe che venissero installati impianti di risalita per soddisfare le ansie discesistiche degli sciatori della domenica; altri invece vorrebbero che la Regione Val d’Aosta e la Regione Piemonte cedessero alle lusinghe economiche di alcune società immobiliari, specializzate nella costruzione di seconde case. Per fortuna l’amministrazione del parco sta dimostrando una severa rigidità nei confronti degli stravolgimenti”.

IL SIMBOLO DEL GRAN PARADISO
Fuori, intanto, il vento ulula, pulendo l’aria già luminosa, mentre un cumulo di cirri fuggono lontani. Seguendo la mulattiera che porta al colle del Lauson, giungiamo in fondo al vallone ed incominciamo a scrutare i dintorni. La montagna sembra deserta, senza vita: solo il vento la fa da padrone. Poi, a forza di perlustrare col binocolo, scorgiamo là, in alto, molto in alto, due caratteristici spuntoni: sono le corna del re del parco, lo stambecco. è il simbolo del Gran Paradiso, perché qui l’hanno salvato da quasi sicura estinzione, perché fra tutti gli animali è quello più delicato, più bisognoso di protezione da nemici che non conosce. è un caprone ingenuo, bello d’aspetto e fiero di portamento, ma tenero e vulnerabile. Decidiamo di raggiungere quel punto e di fermarci ad aspettare: quasi sicuramente non è solo, e infatti altri stambecchi escono dai ripari. Mi guardano un po’ stupiti, coi loro occhi color nocciola, mentre “sparo” raffiche di immagini. Le narici si allargano e si chiudono in continuazione, fiutando l’aria e l’odore di uomo. Delicatamente, con molta calma riesco ad avvicinarmi: hanno capito che non sono un nemico. Più tardi, a malincuore, ci avviamo sulla strada del ritorno. Il sole è ormai basso sulle montagne, anche se in alto, sui ghiacciai, brilla ancora. Tra poco i rumori del giorno si spegneranno e ben presto gli animali notturni incominceranno a dare vita alla notte, concludendone una nuova pagina.


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