acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Jim Caviezel: Il grande fratello è tra noi

Il volto (cinematografico) di Gesù

Ven 23 Lug 2010 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 6

Non capita spesso di ascoltare qualcuno che ha interpretato Gesù Cristo. E fa un certo effetto, in qualche modo un’aura rimane dopo un ruolo del genere, non c’è niente da fare. E questo uomo bellissimo, Jim Caviezel, ospite del 4° Roma Fiction Fest, lo ha trasmesso a tutti coloro che hanno assistito al suo incontro. Dopo “La passione di Cristo” di Mel Gibson, uno dei film più visti e discussi della storia del cinema, dopo aver conquistato un posto nel “battaglione” del grande Terrence Malick ne “La sottile linea rossa”, ora lo vedremo in tv, su FX, per “The prisoner”, remake della mitica serie tv inglese di più di 40 anni fa. Un uomo con le idee chiare, un bravo attore (anche se non sempre ha fatto le scelte giuste) e che va, quasi sempre, dritto al punto.

Dopo Gesù, “Il prigioniero”. A lei vincere facile non piace?
«Fare l’attore vuol dire non fermarsi di fronte a un ruolo troppo difficile. Siamo abbastanza narcisisti e incoscienti da affrontare qualsiasi sfida. Per “Il prigioniero” ho deciso di non rivedere la serie precedente, proprio per non farmi condizionare dalla grande interpretazione del mio predecessore Patrick Mc Goohan. Come lui mi ritroverò rinchiuso in un luogo misterioso, ovviamente. Si chiama “Il villaggio”, lui è Il prigioniero n° 6, cerca di scoprire cosa gli sta succedendo e anche di fuggire. Sempre alle prese con il guardiano del posto, qui il mitico Ian McKellen».

Perché recuperare un’opera di un’altra epoca?
«Perché ci sono temi eterni. Impossibile non pensare al “1984” di George Orwell e, ancora di più, non notare le similitudini tra la situazione politica del tempo in cui esordì l’originale e la nostra. Allora nessuno pensava che ci sarebbe stato qualcosa di peggio della guerra fredda: ora il terrorismo internazionale ci ha rivelato che, invece, c’era qualcosa di peggio. Oserei dire che, se la prima serie era troppo avanti nei tempi, ora, invece, il mondo è purtroppo adatto a un racconto del genere. Allora le telecamere iperpresenti erano una paranoia, ora una realtà. Adesso il potere delle multinazionali e il controllo totale del Potere su di te - fin dal numero della previdenza sociale - è chiaro. Il Grande Fratello è tra noi, Londra e le grandi metropoli sono invase dalle telecamere, mi chiedo davvero dove andremo a finire».

Un mondo che sembra non piacerle. Come riesce ad affrontarlo?
«Grazie alla famiglia e alla fede. Se sono così calmo, se riesco ad affrontare le difficoltà della vita, devo ringraziare soprattutto mia moglie. E poi sono uno dei due miliardi di cristiani nel mondo (in verità è un fervente cattolico: Marida Caterini sul sito di Panorama rivela che lo screensaver del suo cellulare è un'immagine di Cristo e che va a Messa ogni giorno - ndr), ne sono fiero, e cerco di vivere al meglio questa parte di me. A proposito di prigionieri, credo che il nostro mondo ne sia pieno. Penso a chi arriva al successo facendo cose sbagliate, a chi sceglie strade troppo facili. Ci penso spesso: vogliamo e reclamiamo libertà, l’importanza delle scelte, ma a mio parere l’obbedienza non è mai qualcosa di obsoleto, avere una fede che ti guida in quello che fai non è una limitazione della libertà, ma una conquista».

Questo l’aiutò ad affrontare un film difficile come “La passione di Cristo”?
«Assolutamente sì, anche perché sono uno di quegli attori che cercano l’immedesimazione, voglio sentire addosso il personaggio senza filtri. In quel caso ho potuto lavorare sulla sofferenza e ho potuto sopportarla anche grazie alla fede. Lì ho capito che devi capire il dolore e poi decidere se rifiutarlo o accettarlo, sopportandone le conseguenze. Mentre portavo la croce, il suo peso sulla spalla mi ha ferito profondamente fino a provocarmi un’infezione: è stata un’esperienza difficile, ma non l’ho evitata. E mi ha insegnato molto».

La ricordiamo in “Belli e dannati”. La leggenda vuole che, per farsi scritturare, si finse italiano.
«Sì, lo confesso, è vero. In fondo ho origini svizzere (il padre è svizzero, la madre irlandese - ndr) e la Svizzera è quasi il nord dell’Italia, no? Comunque nell’anticamera c’erano attori italiani perfettamente bilingue che furono scartati. Io che amo imitare le persone, lo facevo anche col mio coach di basket e allora ho provato a rubar loro l’accento e ho imbrogliato tutti! D’altronde per un periodo della mia vita volevo persino diventare cittadino italiano: la mia ambizione (dopo quella di giocare a basket e prima di sfondare come attore) era essere guardia svizzera in Vaticano!».

Parlava di aver vissuto molte difficoltà. Anche nella sua carriera?
«Certo, anche se fare questo lavoro è un privilegio. Poter lavorare con tanti registi e attori bravi, com’è successo a me, è impagabile. Anche se, ci tengo a dirlo, in un collega apprezzo sempre più l’etica al talento, spesso messo davanti a tutto e tutti. Comunque, di ostacoli ne ho trovati moltissimi, anche perché a Washington solo io volevo fare l’attore. Se mi azzardavo a confidare il mio sogno, venivo spesso investito da prese in giro e risate. Ecco, la mia risposta a tutti loro è questa, la mia carriera».

E adesso passerà definitivamente al piccolo schermo?
«Ho diversi progetti, su piccolo e grande schermo. Cercherò semplicemente di fare sempre le scelte giuste. La televisione fa anche tanta robaccia, ma poi ci sono perle come “The prisoner” e “Mad Men” che non puoi rifiutare. Semplicemente bisogna tenere alto il livello, senza farsi condizionare da pregiudizi. Non solo sul lavoro». 
 


 

MANCATO GIOCATORE DI BASKET
Nato da un medico e da una casalinga, cresce con tre sorelle ed un fratello, in una famiglia molto religiosa. Appassionato di basket, abbandona il sogno di giocare  dopo un infortunio. È allora che Jim si rivolge alla recitazione. Nel 1990 ha una piccola parte in “Belli e dannati”. Lo ritroviamo in “The Rock”, in “Soldato Jane”, “La sottile linea rossa”. Nel 2004 interpreta Gesù ne “La passione di Cristo”. Lo rivediamo in “Déjà Vu” e ne “L’ultimo vichingo”. 

 


Condividi su:
Galleria Immagini