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Andy García: “siate testardi e preparati, sempre”

Attore a causa di un infortunio

Ven 23 Lug 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 11

Al RomaFictionFest ha dato una lezione. D’attore, di cinema e tv, ma anche una lezione di classe e di simpatia. Se l’erede di Al Pacino - così era, almeno, ne Il padrino III - riesce a risultare fascinoso anche con un paio di baffoni davvero bruttini e occhiali da carnevale - “colpa del film Cristiada, in cui sono un generale durante la rivoluzione messicana” -, allora vuol dire che è davvero da Oscar. Reduce dal bel “City Island”, in cui è un padre e un marito sui generis, l’interprete di origine cubana ora affronterà una serie tv da regista e attore. Continua a mettersi alla prova ovunque possa mostrare le sue qualità di istrione eclettico e qualche suo segreto, nella Capitale, ce l’ha rivelato. Con uno sguardo al passato, battute sul presente e speranze per il futuro.

Andy García, lei è un’icona di bravura e bellezza latina. Come è diventato un attore?
«Grazie a un infortunio! è vero che fin da piccolo ogni scusa era buona per chiudermi in una sala cinematografica, ma fino ai 18 anni ero molto più preso dallo sport. Poi fui costretto a fermarmi, mi feci male e rimasi inattivo per un anno. In quei dodici mesi la recitazione prese il sopravvento e cominciò a dominare la mia vita. Ero catturato dal talento di attori e attrici, avevo quasi un’ossessione per Sean Connery. Ecco, uno dei regali più belli della mia vita e della mia carriera è stato il poter lavorare con lui ne “Gli Intoccabili”, lo confesso. Anzi, lì ho scoperto che lo sport mi sarebbe servito molto nella carriera: la scena della carrozzina, in cui lancio la pistola a Kevin Costner, l’ho fatta con una scivolata laterale da baseball».


Tempi d’oro: ora gli attori sono molto più “mercificati”, non è vero?
«C’è un altro approccio all’attore, alla sua immagine. E anche al cinema e molto dipende da come si comportano gli Studios. Ora si punta solo sui successi economici sicuri, sui film che possono uscire in migliaia e migliaia di copie il venerdì sera. Lo so perché sto cercando di produrre e girare “Hemingway e Fuentes”, una pellicola indipendente sul periodo cubano dello scrittore. Lui sarà Anthony Hopkins e io Fuentes. E già per “La città perduta” ci misi 16 anni e per “City Island” 3 e mezzo, non sono ottimista visti i precedenti. E allora vedo che la tv, una certa tv di qualità almeno, fa molto di più. In America HBO e Showtime lavorano bene e con grande coraggio. E infatti lavorerò in tv come regista e attore, ma non posso dire come e quando. Vi dico solo che dietro la macchina da presa amo la storia, la fotografia, la regia, adoro per questo Vittorio De Sica. Molto meglio del 3D!».

L’elogio alla tv fa una certa impressione. Non era lei quello che rifiutò varie parti sul piccolo schermo a inizio carriera?
«Ho fatto comunque molta tv, allora. Ma sapevo che volevo fare il cinema e così ho detto anche molti no al piccolo schermo, allora era giusto così, la qualità della televisione non era quella attuale. Così cercavo di migliorare con il teatro e mi mantenevo facendo il cameriere. Coppola mi scelse per “Il Padrino” allora, per fortuna però il film si fece molto più tardi. Mi sono potuto preparare di più e meglio».

Ha le idee molto chiare. Non avrà vita facile!
«Pazienza, per me il cinema è un viaggio di purezza, è etica ed estetica, cerco di insegnarlo anche alle mie figlie. E per me è sempre stato così anche quando a Cuba facevo il percussionista oppure nel momento in cui ho imparato a suonare il piano per il film “La città perduta”. L’arte va rispettata e, se questo vuol dire rinunciare a grandi budget e agli ordini delle major, va bene. Rimanendo all’Italia, io voglio un viaggio nella settima arte modellato su quello di Rossellini».

L’Italia è una delle parti importanti della sua vita.
«L’Italia la amo: ai tempi de “Il Padrino parte terza” - il primo è il mio film preferito, il secondo uscì mentre facevo il corso di recitazione - vivevo a Quarto Miglio. Bellissimo. Anche se ammetto che allora ho imparato troppe parolacce! Ma amo il vostro paese e il vostro cinema. Ho recitato, peraltro, ne “La città perduta”, con Thomas Milian, da voi molto amato (il famoso Monnezza o Nico Giraldi), conosco e vedo con piacere molti vostri registi contemporanei, tra cui Benigni, Tornatore e Gabriele Muccino. Mi piacerebbe molto lavorare in Italia, ma il mio accento è pessimo, temo dovrebbe doppiarmi il mio amico Beppe Fiorello!».

Altra parte fondamentale, le tue figlie.
«Le mie figlie sono la mia ricchezza: due su tre, peraltro, sono attrici (la prima, Dominik, a 5 anni lavorò con lui ne “Il Padrino”, ora in “City Island” fa la parte della figlia che si paga il college con gli spogliarelli - ndr). Sul set voglio insegnar loro il valore del lavoro, non voglio privilegi. Fuori, siamo tutti comandati dalla terza, la più piccola. Nessuno le resiste».

E poi la sua Cuba...
«Su Cuba, posso solo dire che è la mia patria, la amo anche se sono “in esilio”, e mi fa male vederla bloccata da un uomo che da 50 anni pensa solo a sé e non al bene del paese».

Quello che si percepisce da lei è la passione e l’impegno. Sbaglio?
«Affatto, posso essere più o meno bravo in quello che faccio, ma ci credo sempre profondamente. Il mio è un mestiere difficile, tanti vogliono fare cinema e pochi possono riuscirci, è un fatto numerico: troppi pretendenti per pochi posti. Ecco perché ai giovani dico sempre che devono essere molto testardi, estremamente preparati e poi, come diceva Stanislavskij, devono cercare l’arte che è in loro, non rispecchiarsi in lei, limitandosi ad amare se stessi che fanno arte. è una differenza fondamentale».  
 


 

DA CUBA AD HOLLYWOOD
Originario di Cuba, si trasferisce in Florida all’età di 5 anni, dopo l’avvento di Fidel Castro. Dopo il diploma, si iscrive alla Florida International University. Si appassiona al teatro e inizia a recitare. Si trasferisce a Los Angeles nei tardi anni ’70: qui sbarca il lunario come cabarettista. Prima di debuttare sul grande schermo con “Blue Skies Again”, viene scritturato per produzioni televisive. Nel 1986, si fa notare con il ruolo del trafficante di eroina in “8 milioni di modi per morire”: la sua interpretazione entusiasma Brian De Palma a tal punto che il regista lo scrittura per “Gli intoccabili”. Seguono “Black Rain” e “Affari Sporchi”. Nel 1990, Francis Ford Coppola lo ingaggia ne “Il Padrino Parte III”. Seguono “Amarsi” e poi nel 2001 “Ocean’s Eleven”, “The Unsaid”, “L’ultima porta”, “I colori dell’anima – Modigliani”. Firma e interpreta “The Lost City”, storia di mafia e delinquenza nell’Havana del 1958. Nel 2007 è nel gangster movie “Smokin’ Aces”, nel folle “Ocean’s 13” e nell’originale “The Air I Breathe”. Sposato da 25 anni con Marivi Lorido ha quattro figli: Andres, Daniella, Alessandra e Dominik.

 


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