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Nuotando con gli squali

A contatto con la specie protetta e ormai in estinzione: perché non averne paura

Ven 23 Lug 2010 | di Roberta Giaconi | Sudafrica
Foto di 7

«Ci sono troppe leggende sugli squali bianchi. La più diffusa dice che mangino gli uomini, mentre non è assolutamente vero. Non credo ci siano prove che abbiano mai mangiato una sola persona». Sono a Gansbaai, a circa due ore di macchina da Città del Capo. Una piccola cittadina sudafricana, con i pescherecci lungo la costa, le balene e l’odore del mare che penetra anche nell’interno. Questo è uno dei luoghi al mondo in cui si trovano più squali bianchi, i predatori a capo della catena alimentare dell’oceano. Davanti a me ho Michael Rutzen, un sudafricano di 39 anni che da più di dieci anni nuota con questi animali senza alcuna protezione. È un uomo pratico, di poche parole, con i capelli cortissimi e una sciarpa annodata al collo. All’inizio faceva il pescatore e non sapeva niente degli squali. Poi, vedendoli, ha iniziato ad ammirarli e un giorno ha deciso di tuffarsi con loro in acqua. Era il 1998, non ha più smesso. «Quello che voglio dimostrare è che non sono degli assassini spietati come la gente pensa, anzi. Sono curiosi, intelligenti e tutto quello che le persone sanno di loro di solito è sbagliato». Mike è il proprietario della Shark Diving Unlimited, una delle tante società lungo la costa che accompagnano i turisti a vedere gli squali. Chi vuole può anche immergersi all’interno di una gabbia per osservarli più da vicino. L’inverno è il periodo migliore. Può capitare che arrivino anche dodici squali bianchi intorno alla barca. «Sono animali bellissimi e affascinanti con una struttura sociale complessa - racconta Mike -. Quando sei con loro, devi osservarli e capire dalla situazione come comportarti». È come un gioco di scacchi. A ogni mossa dell’animale deve corrispondere una tua mossa in un mondo in cui sono le loro regole a prendere il sopravvento. Se ti guardano, devi rispondere allo sguardo; se si avvicinano, devi capire perché lo stanno facendo. L’importante è mantenersi tranquilli, non fare movimenti bruschi. «Devi stare attento a non scegliere la mossa sbagliata, come per esempio nuotare sotto di loro. Quando uno squalo bianco vuole ferire un altro esemplare della sua specie, gli nuota sotto e lo attacca dal basso. Ecco perché se lo fai lo squalo può pensare che tu gli voglia far del male. E reagisce». Quello che ancora non si capisce è perché a volte gli squali attacchino gli uomini. «Sono animali che non si muovono mai senza pensare prima. Se aggrediscono, hanno sempre un motivo», insiste Mike. E non è certo quello di trovare del cibo, nonostante anni di film dell’orrore possano far credere il contrario. «Hanno una dieta molto selettiva che non ci comprende. Noi non siamo animali marini, non ci vedono come una preda da cacciare». Ci sono diverse ipotesi: a volte possono scambiarci per foche, ingannati dalla muta nera, oppure i nostri costumi colorati possono confonderli. «Sono animali molto curiosi, sono attirati da quello che non conoscono e vedono i colori esattamente come li vediamo noi - spiega Mike -. Nessuno penserebbe di vestirsi di un rosso sgargiante per un viaggio in una savana piena di leoni. Forse sarebbe intelligente comportarsi nello stesso modo prima di avventurarsi in un oceano pieno di vita». In ogni caso, per chi si trovasse un giorno a contatto ravvicinato con uno squalo senza averlo previsto, il consiglio è uno solo: «Non fare assolutamente niente e specialmente non tentare di scappare via nuotando. Di solito è il cibo a scappare da loro. È la stessa cosa che potrebbe succedere con un gattino. Se gli fai vedere qualcosa che si muove velocemente, penserà che sia un topo e vorrà immobilizzarlo». Il trucco invece sta nel restare calmi e nel guardare l’animale, senza sfidarlo. «In quel caso semplicemente se ne andrebbe via. Non avrebbe nessun interesse a mordere o a uccidere, non sprecherebbe energia per niente». Accanto a Michael c’è Sara Andreotti, una biologa marina di 27 anni. Da Trieste è venuta a Gansbaai per studiare gli squali e per cercare di dimostrare scientificamente quello che Mike ha sperimentato in anni di osservazione e di vicinanza con gli animali. «Gli squali sono tra i grandi animali meno conosciuti al mondo - commenta Sara -. Non attirano la stessa simpatia delle foche o dei delfini e questo ha fatto sì che le ricerche su di loro siano ancora molto indietro». Si sa pochissimo di questi animali. Nessuno li ha mai visti accoppiarsi o avere dei piccoli. Non si sa come si muovano, come si comportino, quali siano le dinamiche sociali tra di loro. «Sappiamo che in 90 giorni possono arrivare dal Sudafrica all’Australia. Sappiamo che alcuni di loro si spostano e altri no e che si dirigono tutti in zone diverse. Un giorno vorremmo essere capaci di capirne il motivo», racconta la biologa italiana. Nel frattempo però il loro numero diminuisce. Negli anni Novanta nei mari sudafricani, grazie anche all’isolamento provocato dal regime dell’apartheid, c’erano circa 1.800 squali bianchi. Poi è arrivata la caccia illegale alle pinne e ai denti per quelle zuppe tanto pregiate in Asia e per i monili da turisti. E lo stato ha dato il permesso a un’organizzazione, la “Natal Sharks Board”, di collocare vicino alle coste delle reti che uccidono migliaia di squali ogni anno. “Bisogna proteggere i turisti”, è la motivazione ufficiale. E così moltissime specie di squali si sono già estinte, gli squali bianchi sono nella lista rossa delle specie in pericolo dell’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN). «Se continuiamo così, le prossime generazioni non avranno la possibilità di vedere gli squali bianchi, perché saranno estinti», scuote la testa Mike. 
Anche per questo Mike e Sara lavorano attivamente in un’organizzazione non governativa nata da pochi mesi, lo Shark Conservation Trust, impegnata nel mettere a punto un programma per la conservazione degli animali che permetta di assicurare la prosperità della specie nei prossimi anni. «Quello che la gente non capisce è che gli squali bianchi hanno un ruolo fondamentale nell’ecosistema - spiega Mike -. Sono i custodi dell’equilibrio dell’oceano. Quando ci sono, vuol dire che il mare è pulito, che la catena alimentare funziona e non ha subìto sconvolgimenti». La vita sulla Terra esiste grazie ai complessi meccanismi che regolano i rapporti tra le specie. E la vita ha bisogno anche dello squalo bianco. «Senza considerare - precisa Sara - che gli squali esistono da milioni di anni. Erano qui molto tempo prima di noi. È anche una questione di principio non farli estinguere».
 



LA LEGGENDA RACCONTA
Una delle leggende più famose sostiene che gli squali sono attirati dal sangue umano, ma non è vera. Sono attratti soltanto dall’odore del cibo che conoscono. Nel 1994 è stato fatto un esperimento: in acqua è stato immerso sangue di maiali, mucche e pecore. Gli squali non hanno reagito minimamente, non riconoscendolo come cibo.
 



SPECIE PROTETTA
Il Sudafrica è stato il primo Paese a dichiarare gli squali bianchi specie protetta nel 1991. Tuttavia lo Stato permette di mettere reti lungo la costa che proteggono i bagnanti uccidendo però gli animali.
 



SONO SOLO 280
Secondo gli studi di Sara Andreotti, la biologa marina che sta fotografando le pinne degli squali bianchi avvistati in Sudafrica per monitorarne presenza e spostamenti, il loro numero nelle acque del Paese non dovrebbe superare le 280 unità. Negli anni Novanta si stimava che fossero oltre 1.800.
 



COME SALVARLI DALL’ESTINZIONE
Per salvare i grandi squali bianchi dall’estinzione, ci sono due modi principali: far capire alle persone che gli squali non sono così pericolosi come si pensa e sostenere un turismo mirato, per far di loro un’attrazione da difendere e non un pericolo da uccidere.

Per ulteriori informazioni:
http://www.sharkdivingunlimited.com


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