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Rocco Papaleo: un bilancio per i miei 50 anni

“La Basilicata? è come Dio, devi crederci”

Gio 29 Lug 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Bel tipo Rocco Papaleo, uno che l’arte la fa come artista e artigiano. Una faccia da cinema che si è buttato anche nella musica con il suo talento rigoroso e insieme anarchico. Da Pieraccioni a Placido, da D’Alatri a Virzì, il suo viso e il suo talento si sono prestati ai ruoli più diversi, sempre con una vena comica e malinconica, perché quei lineamenti particolari incorniciano degli occhi intelligenti e intensi. Sembra sempre che non ti ascolti o che guardi da altre parti. Poi ti rendi conto che guarda oltre, che la battuta arriva calma ma puntuale, che sa usare la semplicità per dire cose complesse. In un contesto bello ed emozionante, l’8° Ischia Film Festival dedicato alle location, è stato premiato per il suo “Basilicata coast to coast” (film del 2010, in uscita in dvd), brillante esordio alla regia per critiche e incassi. E con le sue bellissime, piccole figlie a guardarlo adoranti si è raccontato.

Cinema, musica, teatro-canzone. E ora anche regista. Quanti Rocco esistono?
«Uno solo, per fortuna! Guarda, ancora adesso trovarmi sulla sedia del regista, magari in mezzo a un incontro con la stampa, mi sembra incredibile. E, infatti, cerco sempre qualcuno che mi dia un pizzicotto per capire se sto sognando. Penso al sostegno di Giovanna Mezzogiorno (nel film giornalista annoiata e bella che colpisce il cuore ferito di Max Gazzè, altro amico di Papaleo - ndr) che ho incontrato sul set di Placido (Del perduto amor - ndr), più di dieci anni fa e con cui si è instaurato un rapporto bellissimo e speciale. Senza le sue insistenze, le sue mail, il suo “trapanamento”, forse questo film non l’avrei fatto. E poi Alessandro Gassman, un grandissimo: ci conosciamo da 20 anni. L’unico “esterno” era Paolo Briguglia, ma l’ho “lucanizzato”, portandolo giù a suonare con me e facendolo pure cantare a tradimento in uno spettacolo. Un ragazzo e un attore speciale. E di aneddoti su tutti loro e sul nostro lavoro ne ho tanti, belli e divertenti».

Come nasce questo film?
«Da quello che avevo dentro. Intanto la Basilicata, come dico in una battuta del film, è come Dio: esiste, ma bisogna crederci. è una terra bellissima, ma la conoscono in pochi. Ricordo ancora che molto tempo fa per mantenermi, a Roma, sul Tevere, durante la Festa delle Regioni io ero nello stand della Basilicata. Si fermavano tutti e mi chiedevano: “E questa che marca è?”. Parlando seriamente, non sarei chi sono se non venissi da quei posti. E se posso restituire un decimo di quello che questa terra mi ha dato - e lo dico al di là di ogni campanilismo - voglio farlo. Mi servirebbero altre dieci opere come queste per ripagare la mia Lucania! E poi dentro questo film c’è anche il mio amore per la musica, quel teatro-canzone che faccio da anni, ma certo al cinema è molto più difficile».

Lei a un certo punto fa una dedica esplicita a Carlo Levi e Gian Maria Volonté. Perché?
«Levi è un’icona per noi lucani, per quel “Cristo si è fermato a Eboli” che rappresenta il nostro modo di pensare, di affrontare il mondo, è l’intellettuale di riferimento. E, contestualmente, Gian Maria Volonté, che ha interpretato il film tratto da quel libro, lo è per questo e per quello che ha fatto in carriera. Nel film gli dedichiamo un brindisi, un modo per rendere omaggio a lui e a tutti gli attori che intendono il mestiere in una certa maniera, artistica e civile».

Non vuole fare del campanilismo, ma in “Basilicata coast to coast” sembra che con il sorriso lei voglia sollevare anche la questione meridionale.
«La questione del Sud è importantissima: per me, è una passione e un fardello che ho addosso da sempre. Ecco perché spero che la Basilicata diventi qui un non luogo che sappia rappresentare tante realtà simili. Non a caso quella del film è una regione diversa, è la Basilicata della mia testa di ragazzo, del mio cugino più grande che faceva la messa beat, con chitarra elettrica e batteria sull’altare in una sorta di controgospel. Erano gli anni ’70 di “Easy Rider”, era il sud di certe pulsioni, capace di sogni velleitari ma necessari. Questo è un omaggio verso la terra, non solo verso la mia terra. Il campanilismo mi è antipatico, questo federalismo sentimentale, la regionalizzazione ci fa perdere di vista tutto. Ma qui dentro c’è tanto, questo film che ancora non ho capito del tutto per me è come un jazz suonato con gli amici».

A ridosso dei cinquant’anni ha affrontato una nuova sfida. Perché?
«Perché il mezzo secolo è un buon momento per fare dei bilanci. Ho messo su 22 anni di attività artistica e ho molte esperienze umane. E il cinema può essere una giusta sintesi per guardarsi dentro, personalmente e professionalmente. Per capire cosa (altro?- ndr) fare da grande».
 



ORA ANCHE REGISTA
Nato in Basilicata nel 1958, si trasferisce a Roma per intraprendere gli studi universitari. Esordisce in teatro nel 1985; al cinema compare per la prima volta in “Senza pelle” di Alessandro D'Alatri. Recita in “Con gli occhi chiusi” della Archibugi, ne “I laureati” di Pieraccioni, in “Ferie d'agosto” di Virzì, nel “Barbiere di Rio” di Veronesi. Protagonista del film “Del perduto amore” di Placido, con Leonardo Pieraccioni ha recitato ne “Il paradiso all'improvviso”, in “Ti amo in tutte le lingue del mondo”, in “Una moglie bellissima” e in “Io & Marilyn”.  Il suo primo film da regista è “Basilicata coast to coast”.

 


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