acquaesapone Sudafrica
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Cronache dal sudafrica

Dall’altro capo del mondo

Gio 29 Lug 2010 | di Roberta Giaconi | Sudafrica
Foto di 4

DIAMANTI E SANGUE
Era il 1997 quando il primo presidente nero del paese, Nelson Mandela, organizzò una grande cena in Sudafrica a cui parteciparono la topmodel Naomi Campbell e l’ex presidente della Liberia Charles Taylor.
Raccontano che in quell’occasione la bellezza folgorò Taylor a tal punto da fargli perdere la prudenza. Regalò alla modella un diamante grezzo (qualcuno parla di sei diamanti) che ora si staglia come l’unica prova contro di lui sul fatto che avesse a disposizione le pietre preziose. La storia è così complicata da essere quasi degna di un romanzo di avventure. Taylor è sotto processo al tribunale dell’Aia per i presunti crimini di guerra in Sierra Leone, dove avrebbe sostenuto i ribelli durante i lunghissimi anni di guerra civile. L’accusa sostiene che prendesse dai ribelli i diamanti del paese per venderli in Sudafrica in cambio di armi. Lui ha sempre negato. «Mai avuto un diamante», insiste.
Ecco perché la modella, suo malgrado, è diventata protagonista indiscussa della vicenda. Il tribunale dell’Aia l’ha chiamata a testimoniare e proprio lei, che si è sempre rifiutata di parlare, potrà rivelarsi il punto debole dell’ex presidente.

QUESTIONE DI CAPELLI
«Lo sai che alle donne nere non crescono i capelli?», bisbiglia una ragazza bianca osservando la vetrina di un parrucchiere vicino alla stazione dei treni di Città del Capo.
Dentro, seduta davanti allo specchio, c’è Gladys. La parrucchiera le sta facendo scegliere tra i vari tipi di extension, parrucche o ciocche di capelli da attaccare ai ciuffetti crespi. “Puri capelli africani”, pubblicizza. Le lunghe chiome sono una delle schiavitù delle donne africane. Si staccano dopo circa due mesi e ci vogliono ore e ore dal parrucchiere per avere una nuova acconciatura. La parte divertente però è la possibilità di cambiare sempre aspetto. «A volte mi faccio fare i capelli corti e lisci, altre volte lunghi e mossi, oppure con le treccine - spiega Gladys -. Dipende da come mi sento». La figlia di tre anni, venuta con lei, è su un’altra sedia, con il broncio e lo sguardo di chi sta quasi per piangere. La parrucchiera le sta attaccando ad ogni ciuffo una lunga treccina e lei aspetta rassegnata.
«A chi non è abituato può fare male, ma noi che lo facciamo sempre non sentiamo più il dolore», rassicura Gladys.

IL CRIMINE VISTO DAI CRIMINALI
Durante i Mondiali il crimine è stato mantenuto sotto controllo. I tribunali speciali organizzati dalla Fifa e incaricati di punire i reati legati ai turisti non hanno avuto tutto il lavoro che si temeva. «Invece di pensare alla sicurezza dei turisti dovrebbero pensare alla nostra», sbuffa un assistente sociale nero di una township, il tipico sobborgo sudafricano, vicino a Città del Capo. Qui vive Thabo, che oggi ha 18 anni e vuole fare l’attore, ma che negli ultimi due anni ha sperimentato la vita da rapinatore. «Qui quasi tutti i ragazzi provano almeno una volta a rubare. All’inizio hai paura, poi ti abitui», spiega. Racconta che di solito i gruppi di giovanissimi lavorano insieme. Si allontanano dalla township e prendono di mira le vittime che non possono riconoscerli. «Così, se anche finisce a coltellate e qualcuno si fa male, non sanno chi siamo». Non rubano molti soldi, di solito spiccioli, cellulari e qualche gioiello che poi rivendono. «Le vittime preferite sono le donne e le ragazze. Sai per certo che si spaventeranno e che non hanno armi nascoste nelle tasche. E poi una donna ha sempre qualcosa da darti».
Si drogano e quindi possono diventare molto violenti. Hanno moltissimo tempo da perdere e talvolta inseguono a lungo la vittima prima di attaccarla. «Così sappiamo esattamente cosa ha e cosa non ha. Non può bluffare». Thabo scuote la testa. «Ho smesso quella vita quando hanno accoltellato un mio amico, ma la vita nelle township è così. Inoltre da quando compi una certa età devi stare attento ai gangster che controllano il territorio. Se decidono che devi essere uno di loro, sei quasi già morto. Ti fanno dormire durante il giorno e ti passano a prendere la notte per le scorribande. Io non vorrei vivere così. Vorrei fare l’attore, ma so già che i sogni difficilmente si realizzano».

MA ALLA FINE I PROBLEMI SI RISOLVONO SEMPRE
In una parte più ricca della città altri ragazzini hanno invece il tempo di pensare al futuro. Dopo oltre un mese di interruzione per i Mondiali, è l’ora della lezione di italiano a Città del Capo. Sinako, Sarah e Julia si siedono nei banchi davanti alla cattedra. Dietro di loro, alle pareti, il disegno di Che Guevara è appeso accanto a quello di Marylin Monroe e alle carte geografiche del mondo e del Sud Africa.
Hanno sedici anni le tre ragazze e sono vestite nello stesso modo, con la giacca marrone della Wynberg Girls’High School e la gonna corta a quadretti.
Julia è bianca, Sarah è colorata, Sinako è nera. L’anno in cui sono nate, nel 1994, Nelson Mandela è diventato presidente del paese, mettendo ufficialmente fine al periodo di segregazione razziale.
«Il problema del Sudafrica sono gli adulti che si lamentano sempre, senza fare niente per cambiare le cose. Leggono le notizie del giorno e borbottano: per la politica, per il costo delle case, per la spesa nei Mondiali», si sfoga Julia.
«E poi non fanno niente per cambiare la situazione. I nostri genitori hanno vissuto durante l’apartheid e per loro è difficile non avere pregiudizi nei confronti degli altri - aggiunge Sarah -. Ma per noi è diverso, non ci interessa il passato».
Sinako alza la mano. «E dei miglioramenti ci sono di sicuro. Un tempo non avrei potuto frequentare una scuola come questa, mi avrebbero picchiata. Oggi invece il governo incoraggia anche l’istruzione dei neri».
Per loro i problemi del paese sono soltanto una questione di tempo.
«Le persone qui tendono ad essere pessimiste senza ragione», scrolla le spalle Julia.
«Ogni paese ha i suoi problemi, ma poi con il tempo si risolvono».
Basta soltanto aspettare che cresca la generazione post apartheid.


Condividi su:
Galleria Immagini