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Donne più ricche

In Inghilterra le milionarie hanno superato i milionari. E L’Italia? Ci crede poco

Gio 29 Lug 2010 | di Valeria Bianchi | Soldi
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È diventato un classico del giornalismo tv di (facile) inchiesta. Aspetti il politico fuori dal Parlamento e gli chiedi a sorpresa: «Lo sa quanto cost­­a un litro di latte?». E quasi sempre la risposta sarà ben lontana dalla realtà, dall’ottimista «cinquanta centesimi» all’iperbolica «cinque euro». In genere lo scopo è dimostrare che i politici sono lontani dalla realtà quotidiana. Ma quelle inchieste mi hanno sempre colpito perché nella maggior parte dei casi gli intervistati che sbagliano sono uomini. Significa qualcosa? I ricercatori sul campo dicono di sì: gli uomini sono meno attenti nella gestione delle finanze. è storicamente vero che è il sesso “forte” ad essersi occupato degli affari nella società occidentale, dimostrando la capacità di accumulare sterminate montagne di soldi. Ma la progressiva emancipazione della donna si sta incrociando con gli effetti della crisi economica. Il risultato è un sorprendente ribaltamento dei ruoli tradizionali: più di uno studio conferma che in questa fase le donne si stanno rivelando più oculate degli uomini, quando si tratta di conservare la ricchezza raggiunta.

In Inghilterra le donne facoltose hanno superato gli uomini per la prima volta nella storia. è stata una crescita costante, dice uno studio della società di consulenza Mdrc: nel 2008 le donne che guadagnavano più di 500.000 sterline (circa 600.000 euro) erano il 49,8% del totale dei ricchi. Ora hanno superato la metà. Secondo gli studiosi che hanno condotto la ricerca, sarebbe dovuto al fatto che il gentil sesso non soltanto vive mediamente più a lungo, ma tende anche a non buttarsi in investimenti azzardati come invece fanno gli uomini, che avrebbero quindi per questo motivo sofferto di più gli effetti della crisi, che ha colpito proprio i patrimoni maggiormente basati su capitale di rischio e investimenti nelle Borse di Paesi emergenti.

La ricerca si è basata su un campione di 3.800 ricchi cittadini, 800 dei quali contano su un patrimonio di oltre 5 milioni di sterline (quasi 6 milioni di euro). Nel campione rientrerebbero quindi senza alcuno sforzo Slavica Ecclestone, moglie del patron della Formula Uno Bernie Ecclestone, che secondo l’ultima classifica del Sunday Times vanterebbe una fortuna di oltre 2,45 miliardi di sterline, oppure la mamma di Harry Potter JK Rowling, che tra libri e film ha accumulato un patrimonio di oltre 500 milioni, quasi il doppio della regina Elisabetta, che conta invece su un fondo personale di 270 milioni di sterline. O ancora Catherine Zeta-Jones, che con i suoi film ha guadagnato più di 170 milioni di sterline, la vedova di George Harrison, Olivia, con un’eredità di 140 milioni, la fondatrice del Body Shop Anita Roddick con un capitale di 95 milioni e, infine, Victoria Beckham, la più ricca delle ex Spice Girls, con una fortuna di 75 milioni di sterline.

Dallo studio di Mdrc è emerso anche che verso la fine della crisi i ricchi del Regno sono diventati più numerosi e individualmente il loro patrimonio è cresciuto. Nel 2009, infatti, il numero di persone con più di 500.000 sterline è aumentato dell’11%, arrivando a un totale di 513.000 individui, mentre il loro patrimonio è cresciuto invece del 13%. A vedersela ancora meglio sono stati i super-ricchi con fortune da più di 5 milioni di sterline, il cui patrimonio avrebbe subìto un incremento del 16,5%. Ricchi sempre più ricchi, insomma. Ma con un fattore nuovo: il capitalismo femminile che avanza. La situazione inglese, del resto, è in parte sovrapponibile a quella italiana, anche se da noi il ruolo della donna è sicuramente ancora meno emancipato. A partire dal fatto che molte delle italiane più ricche, ad esempio Marina Berlusconi ed Emma Marcegaglia, hanno ereditato la loro ricchezza da genitori, come nei casi citati, o da mariti. Un recente studio di Confindustria fotografa un analogo sviluppo della ricchezza femminile anche nei Paesi emergenti in cui ci sarebbero 123 milioni di nuovi ricchi (un terzo dei quali in Cina).

In generale i consumatori dei nuovi mercati sono e saranno in media più giovani di quelli dei Paesi maturi e in percentuale sempre maggiore donne, dice Confindustria: «la crescita del reddito da lavoro femminile è paragonabile a un grande mercato emergente, con conseguenze tanto profonde quanto quelle dello sviluppo di India e Cina». Ecco perché lo studio, intitolato “Esportare la dolce vita”, invita le aziende a puntare sulle donne come mercato emergente.

Anche nei Paesi ancora lontani dallo sviluppo, del resto, viene riconosciuta la maggiore oculatezza delle donne nella gestione del portafogli. Lo notava anche il premio nobel Muhammad Yunus, padre del microcredito nei Paesi poveri: i piccoli prestiti della sua Grameen Bank vengono restituiti con maggiore regolarità dalle donne. E lo conferma anche un libro pubblicato da poco dall’editore Altreconomia, “Le donne reggono il mondo”: “Le donne reggono il mondo. Lavorano più degli uomini, si fanno carico del welfare domestico quotidiano, gestiscono l’economia e il denaro con più lungimiranza, in situazioni di crisi, in casa o nella propria azienda. Eppure in tutto il mondo guadagnano meno e sono meno rappresentate nelle istituzioni, nei Parlamenti e nei consigli d’amministrazione delle imprese”. Ecco perché in Norvegia lo Stato ha deciso che il maggior ruolo delle donne nell’economia deve essere tutelato e promosso, con un contestato sistema di “quote rosa”: almeno il 40% dei componenti dei posti nei consigli d’amministrazione è riservato alle donne. In Italia si è tentato di spacciare per provvedimento di pari opportunità l’equiparazione dell’età pensionabile delle donne a 65 anni come gli uomini (per ora per i soli dipendenti pubblici). «Ci obbliga l’Europa», è stata la giustificazione. Trascurando di dire che, per rispettare l’obbligo comunitario, avremmo anche potuto livellare l’età pensionabile a 62 o 63 anni per entrambi i sessi. Le quote rosa forse sono un errore. Ma anche l’italiana “via furba” alle pari opportunità non è da prendere ad esempio.


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