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Fesso chi legge! e allora chi scrive?

Più della metà degli italiani non sfoglia libri, ma tanti vogliono scriverli

Gio 29 Lug 2010 | di Maurizio Targa | Media
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Dove si bruciano i libri, diceva il poeta e filosofo tedesco Heinrich Heine, si finirà per bruciare anche gli uomini. In Italia il rischio è davvero remoto, sia di incendiare libri che dar fuoco agli uomini, semplicemente perché i libri vengono letti molto poco. Tutt’al più vengono acquistati come soprammobile cartaceo per dare un tono al salotto. Un vecchio ed abusato adagio sostiene poi che, se la metà degli italiani legge, l’altra metà scrive: secondo i più recenti dati dell’AIE (Associazione Italiana Editori) è pure peggio: i lettori italiani sono circa 19 milioni, ovvero appena il 38% dei nostri connazionali, ma a “ruminare” seriamente libri nell’arco di un’annata è uno sparuto gruppo di un italiano e mezzo ogni cento abitanti della penisola.
E, se i lettori forti e fortissimi rappresentano una percentuale minima della popolazione italiana che legge, essi generano tuttavia una quota importante del volume d’affari delle librerie: si stima che il 9% degli acquirenti determini infatti ben il 57% delle vendite. Fatturato comunque tra i meno appetibili d’Europa: tra i Paesi UE l’Italia è al terz’ultimo posto per quantità di libri comprati ed ogni italiano spende 65 euro all’anno in libreria contro i 208 della Norvegia, il Paese in cui gli scaffali di casa sono più pesanti.

ANALFABETI DI RITORNO
E gli altri, ovvero più del 60% degli italiani? Candidamente, dichiarano di non leggere nessun libro l’anno. Non va meglio per quotidiani e riviste: il dato riguardante chi afferma di leggere almeno una volta a settimana un quotidiano a pagamento passa nel biennio 2007-09 dal 67% al 54,8%, invertendo una tendenza leggermente positiva che si era registrata nei periodi immediatamente precedenti. Se poi si guardano gli utenti abituali, ovvero coloro che il giornale lo prendono in mano almeno tre giorni su sette, la caduta è ancor più verticale: dal 51,1% del 2007 al 34,5% del 2009. Una flessione compensata solo in parte dalla free press - la stampa gratuita - che segna un buon margine di crescita passando dal 34,7% dell’utenza al 39,4%, anche se l’incremento registrato tra i lettori più istruiti fa pensare che ci sia stata una migrazione dai giornali a pagamento a quelli gratuiti. Per quanto riguarda i periodici lo scenario non migliora: nel 2009 li legge il 26,1% degli italiani (-14,2% sul 2007) e quella dei mensili il 18,6% (-8,1%).

ASINOCRAZIA
Oltre la metà degli italiani, dunque, è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno generando – come dice il politologo Giovanni Sartori – una asinocrazia che per la politica costituisce una massa travolgente e facile da travolgere. Ma una nota positiva proprio non riusciamo a scorgerla? Dalle statistiche presentate lo scorso maggio a Milano un barlume di luce è possibile intravvederlo nel fatto che, tra i giovani compresi tra i 18 e 20 anni, coloro che dichiarano di leggere almeno un libro al mese sono l’8,2%: più della media nazionale globale. E fra i laureati fra i 45 e i 64 anni le frequentazioni regolari con i libri riguardano il 23,1% degli individui.

NON LEGGO. ALLORA SCRIVO
Scherzando (ma non troppo) si dice poi che in Italia ci siano più scrittori che lettori. È un fatto che case editrici e redazioni siano invase da cascate di fogli (oggi, grazie alle mail, spesso virtuali per fortuna degli alberi) inviate da sedicenti Manzoni o redivivi Alighieri. E se uno su mille ce la fa (in realtà molto, molto meno), di questo fenomeno approfitta una certa industria libraria senza scrupoli, fatta di editori-squalo che pur non avendo alcuna capacità di distribuzione e vendita, speculando sulle ambizioni degli scrittori kamikaze hanno scoperto un nuovo modo di guadagnare, facendosi pagare le spese di pubblicazione da chi scrive e relegando la diffusione del libro a ruolo assolutamente marginale dell’operazione.

LE REGOLE PER SCRIVERE
Cosa devono tenere bene a mente le migliaia di autori in autopromozione? Ne abbiamo parlato con un professionista che si occupa proprio di selezionare volumi per un’importante casa editrice, per ragioni professionali rimasto anonimo. Il primo consiglio può sembrare ovvio, ma non lo è affatto, secondo il nostro interlocutore. «Innanzi tutto prima di scrivere è bene aver letto molto – sostiene sorridendo –: non sapete quanti errori marchiani contengano manoscritti proposti da sedicenti scrittori. Poi, il desiderio di pubblicare non deve essere avventato: si rischia di “bruciare” una prima buona opportunità se l’editore che decide di pubblicarlo non è adatto». Ma verso chi indirizzare le nostre ambizioni di collaborazione? «Quello che suggerisco è di puntare in alto. Rivolgersi in prima battuta agli editori più famosi, senza scoraggiarsi subito se una grande Casa risponde picche alla proposta editoriale. Forse nella sua redazione non c’era il talent scout più indicato, e sono tanti i casi letterari rifiutati da grossi editori che poi si son mangiati le mani quando hanno visto un best-seller pubblicato da un concorrente (vedi “Il Gattopardo”, o Camilleri, autore che ha raggiunto il grande successo in tarda età, dopo una vita di rifiuti…). Insomma, provateci».

ATTENTI AL LUPO
E se ci chiedono soldi? Il contributo spese che richiede un Editore per la pubblicazione – secondo il professionista - dovrebbe essere limitato alla promozione: un costo da tagliare facilmente se l’autore decide di occuparsene personalmente o affidandola ad un ufficio stampa e lasciando la produzione e distribuzione del libro all’Editore.
«In altri casi, non consiglio di pubblicare a pagamento con un editore: il contributo spese che questo proporrebbe “dopo aver letto” il tuo libro è, spesso, un modo per far guadagnare a lui qualche migliaio d’euro senza alcuna speranza di rientro, in quanto molto spesso questi piccoli editori hanno una capacità distributiva pari allo zero. Fatti i conti, con la stessa spesa magari potresti stampartelo da te in più copie e venderlo su internet...». E poi, non investite troppe aspettative nella vostra opera e ritenetevi già abbastanza appagati dall’essere stati in grado di concepire e dar forma a un intero libro. Tuttavia, se si crede che ciò che si è realizzato abbia un valore artistico, non disperate. Il tempo potrebbe darvi ragione.

 



PAESE DI NON LETTORI

I 19 milioni di lettori italiani, pari al 38% della popolazione del nostro Paese, si dividono secondo i dati dell'AIE (Ass. Italiana Editori) nelle seguenti categorie:

Lettori fortissimi (oltre 20 libri/anno) 0,4%

Lettori forti (11-20 libri/anno) 1,1%

Lettori medi (6-11 libri/anno) 6,5%

Lettori deboli (3-5 libri/anno) 15,2%

Lettori borderline (1-2 libri/anno) 14,8%
 



LE DONNE LEGGONO DI PIÙ
Leggono più le femmine dei maschi (47,9% contro 36,4%).
Si vendono (e comprano) libri soprattutto a Milano e Roma: Lombardia (31%) e Lazio (16,7%) fanno da soli praticamente la metà del mercato editoriale italiano (47,7%).
C’è un forte legame tra librerie e Pil, Prodotto Interno Lordo nazionale, come emerge dalle statistiche. Le regioni del Nord, si legge in uno studio delle università di Bologna e Trento, contribuiscono per il 54% al Pil nazionale e hanno una quota di lettori del 53,4%. Al centro, dove si genera il 21% del Pil nazionale, un individuo su cinque ha letto almeno un libro negli ultimi dodici mesi. Mentre al sud, al 25% del prodotto corrisponde un tasso di amanti dei libri pari al 26,2%.
 



MALE ANCHE I PIÙ PICCOLI
Anche i bambini italiani leggono meno rispetto ai coetanei europei. É quanto emerge dai dati Istat, rielaborati dall’ufficio studi dell’Associazione Italiana Editori che evidenzia la scarsa propensione di oltre la metà dei piccoli italiani a leggere libri diversi da quelli di scuola: sono addirittura 3,1 milioni quelli che non hanno letto alcun libro non scolastico negli ultimi dodici mesi. Un’analisi più dettagliata rivela differenze in base alla età: poco meno della metà dei bambini di 6-10 anni ha letto almeno un libro non scolastico nel 2007 (46,8%), contro, ad esempio, il 58% dei coetanei spagnoli; la percentuale sale al 59,5% per quanto riguarda la fascia 11-14 anni, per poi calare progressivamente col crescere dell’età.


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