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Alessio Boni: ognuno di noi è unico

“Mi faccio intervistare perché non vi occupate di gossip”

Mar 10 Ago 2010 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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«Ho accettato la tua intervista perché “Acqua&Sapone” non si occupa di gossip. Sembra che i giornali siano solo scambio di informazioni sull’abbigliamento intimo delle persone. Ed internet è lo stesso. Si butta tutto in piazza e questo è controproducente. C’è un’etica della Persona che è importante e va rispettata. Ed ho visto che è quello che fate con il vostro giornale».
Comincia così la chiacchierata con Alessio Boni: con un complimento fatto da migliaia di chilometri di distanza. L’attore bergamasco, infatti, sino a fine agosto è stato in Lituania, per girare una nuova serie tv per Canale 5, “I cerchi nell’acqua”, con Vanessa Incontrada. Per parlare, ci siamo dati appuntamento su Skype. «C’è un tipo di comunicazione allucinante ultimamente. I giornali si concentrano su cose secondarie e ciò che la gente dovrebbe sapere è omertosamente nascosto da un sistema politico e giornalistico incomprensibile».

Pensi che anche il cinema possa essere un buon strumento per comunicare?
«Assolutamente! Una delle funzioni della cinematografia è informare, raccontando vicende realmente avvenute. Per esempio, il film “I cento passi” di Marco Tullio Giordana mi ha fatto conoscere la storia di Peppino Impastato, un ragazzo che con la sua radio libera, in un paesino della Sicilia, ha tentato di combattere la mafia ed è stato ammazzato. è la storia di un eroe, di cui non avrei saputo niente, se non ci fosse stato quel film».

A luglio hai ricevuto il Pegaso d'oro - Premio Ennio Flaiano, come miglior attore cinematografico 2010: cosa si prova a ricevere un riconoscimento del genere?
«Tutti i premi hanno una loro valenza, anche se non ho mai lavorato pensando al successo, ma cercando sempre di essere una persona di valore. Quando vinci, capisci che forse non hai sbagliato a scegliere questo mestiere. Ma io, come tutti gli attori, lavoro per il pubblico, perché la gente sia toccata dalle emozioni e perché io possa toccare i sentimenti umani».

La tua gioventù e quella dei giovani attori di oggi: che differenze noti?
«Per noi, 20 anni fa, è stato più semplice: avevamo dei modelli straordinari come la Mangano, Mastroianni, De Sica. Per noi non c’era altro modo di procedere: si studiava, ci si metteva dentro quest’arte, per diventare artigiani della parola e per ridare tutto al pubblico tramite le emozioni. Oggi ci sono ancora modelli positivi, ma i giovani hanno tantissime strade da poter percorrere e vengono sballottati da una parte e dell’altra, perdendo di vista la qualità. Il loro unico obiettivo è il successo, la copertina. E allora cercano le scorciatoie, come alcune trasmissioni in tv o i reality. Ricordo che, anni fa, durante un provino a Milano per un film di Giordana, c’era un ragazzo che scalpitava perché doveva correre a fare il provino per il Grande Fratello! Io non addito a priori i reality: l’era è moderna, bisogna fare i conti con questo. Ma, se vuoi diventare un attore, se vuoi portare cultura, elargire la parola, devi studiare, non ti puoi improvvisare. Io più vado avanti e più vorrei eclissarmi, invece. Ma mi piace raccontarmi attraverso le pagine di una rivista come “Acqua&Sapone” in cui si parla della Persona. Eppure oggi si pensa che questo modo di fare giornalismo sia noioso...».

Cosa che con il nostro giornale smentiamo ogni giorno scegliendo di dar spazio solo alla qualità e ottenendo un riscontro positivo nei lettori.

Pensi che il tuo mestiere non sia rispettato adeguatamente in Italia?
«Deve essere difeso di più. Perché per cantare ti devi allenare e perché, invece, bisogna denigrare questa arte facendo salire su un palco o piazzando davanti ad una telecamera attori improvvisati?».

Quanto è importante lo studio?
«Studiare e lavorare sono un tutt’uno: ciò che hai imparato, hai letto, ciò che ti ha emozionato, incuriosito ti servirà nella vita. Se sei ignorante, non potrai andare avanti. Il sapere è palese che aiuta, apre la mente: ci si muove in modo diverso nel quotidiano, si scivola nella vita in modo più consapevole».

Quanto ti ha “condizionato” il fatto di essere cresciuto in un paesino del bergamasco?
«Non si può scegliere dove nascere. La mia è una famiglia molto umile, sono tutti piastrellisti. L’unica prospettiva per me poteva essere fare il piastrellista o l’impiegato in banca. Non sapevo cosa avrei fatto, ma sentivo che mi mancava qualcosa. I miei erano lavoratori onesti che mi hanno dato una educazione e una forza straordinaria. Ma io avevo una sete personale, intima… Non ero circondato di libri, ma sentivo che avevo sete di qualcosa che non c’era. Volevo scoperchiare la mente».

E per far questo hai fatto di tutto…
«Ho lavorato nella Polizia, poi dopo un anno e mezzo ho capito che non stavo bene lì e allora sono andato in America, ho fatto l’animatore turistico, il cameriere e il baby sitter. Volevo sentire, capire la vita. Una sera mi trovavo a Roma, sarei partito il giorno successivo per Milano. Un mio amico decise di portarmi a teatro. Non c’ero mai stato. In scena c’era la “Gatta Cenerentola” e sono stato folgorato!».

Cosa ti ha colpito?
«Il testo è in napoletano del ’600 ed io sono bergamasco. Quindi, non capivo niente. Ma non c’è bisogno di capire per amare: da quel palcoscenico mi arrivava energia propulsiva. Ricordo i cambi di luce, le comari, i bastoni dei pescatori, le sventolate delle lavandaie a ritmo della musica. Da lì ho capito che quella era la mia passione e, più mi appassionavo, più capivo che era giusta la direzione che avevo preso».

Raccontami quegli anni.
«Di giorno frequentavo l’Accademia, poi lavoravo in un ristorante e di notte studiavo. Ma non mi pesava. In un certo senso rimpiango quei momenti: ora è tutto più facile - e sono contento di questo -, ma mi piace tornare con la mente a quelle sensazioni di incertezza sul futuro, di passione pura. Ora posso gioire, ringraziare per come è andata, ringraziare anche per quei natali semplici che ho avuto».

Chi ti ha detto per la prima volta «sei bravo»?
«Una persona molto importante per me: Andreas Rallis, un insegnante dell’Accademia al quale mi rivolsi per cominciare a capire il senso della recitazione. Lui mi ha preso sotto la sua ala: ricordo che mi fece imparare una parte di "Misura per misura" di Shakespeare, che presentai al provino per entrare in Accademia e mi presero! Ci continuiamo a sentire. è davvero importante chi incontri sulla tua strada. A casa non avevo mai sentito parlare di introspezione, poetica, di elargire emozioni. Avevo sete di sapere».

Ho letto che, se non avessi intrapreso la carriera da attore, ti saresti iscritto a Psicologia.
«Se non mi avessero preso, per come sono fatto, non avrei bighellonato: sarei tornato a casa e mi sarei iscritto a Psicologia. è sempre stata una mia passione. Per esempio, ora mi interesserebbe sapere cosa pensi tu... Qualche giorno mi trovavo nei pressi di un lago e ho visto un uomo con un bambino e ho cominciato a pensare che quel bambino per lui era tutto. Mi piace immaginare le vite delle persone!».

Come ti impegni verso gli altri?
«Cinque anni fa mi chiesero se volessi diventare ambasciatore dell’Unicef: non dormii per 3 giorni, pensando di non essere adeguato! Sono stato in Indonesia, in Mozambico, nel Malawi, in mezzo alla gente».

Come ti hanno cambiato questi viaggi?
«Nel mondo noi siamo nel terzo fortunato e non ce ne rendiamo conto: abbiamo tutte le agevolazioni possibili. Quando vai lì ed entri nella capanna, nel disagio, arrivi a vedere che i bambini muoiono come mosche, anche per una ferita superficiale alla gamba, perché non sanno che basterebbe un po’ di sale per disinfettarla, perché gli manca l’abc della medicina, torni diverso, diventa tutto relativo, ridimensioni, la vita ha un altro valore. Dopo quei viaggi è come se dentro di me sia scoppiato un vulcano».

A cosa non rinunceresti mai?
«All’amore per la vita, alla positività verso questa opera d’arte: ognuno di noi è unico. Se solo pensassimo all’atto del concepimento, proveremmo più rispetto. Tu ci sei, io ci sono e questa cosa poteva non accadere. La vita è un microcosmo pensante e va rispettata ancor di più in una epoca in cui sembra che il suo valore sia nullo».

Cosa ti fa paura?
«L’indifferenza. La gente pensa sempre più a se stessa ed anche io lo faccio, tendiamo a chiuderci in noi stessi. La società moderna crea milioni di persone che vivono vicine, ma che sono tutte staccate tra di loro. Non ci si conosce nello stesso palazzo, si ha paura di bussare alla porta del vicino. E mi fa paura l’arroganza e l’insolenza dei potenti che possono distruggere qualsiasi società».

Cosa speri per te stesso?
«Spero di non perdere mai una coscienza civile, perché siamo noi a poter cambiare le cose. In realtà io sono molto ottimista e positivo, ma mi accorgo che manca un’etica sociale. E cioè capire il confine tra bene e male, la direzione che vogliamo prendere, lo scopo nella vita, come porsi verso i deboli».

Dove ti rifugi per ritrovare te stesso?
«Per ritrovarmi ho un piccolo casale in Toscana: lì trascorro il mio tempo in campagna, taglio la mia legna, poto le mie rose, tiro con l’arco, corro, vado in bicicletta, vivo in mezzo alla natura».

Andresti via da questa Italia?
«Mai! Non voglio andarmene: voglio star qui e combattere, comprendere e far capire. Se siamo qui, c’è un motivo: la crisi economica viene perché la Persona è in crisi! E allora bisogna cercare di riportare la dignità. Ho girato moltissimo grazie al mio lavoro e un Paese bello come il nostro non esiste: Goethe lo chiamava il Bel Paese, basta pensare che il 78% del patrimonio artistico mondiale è qui! L’arte, il cibo, la costa, le montagne, la campagna, i Michelangelo, le torri, tutto dovrebbe renderci orgogliosi! Sono cosciente della sua rarità. è una terra benedetta e noi non ci rendiamo conto. Vorrei far andare la gente in alcuni paesi dell’area sub-sahariana o in Afghanistan! Guai a lasciare l’Italia, con tutte le sue difficoltà e i suoi controsensi. Proprio per questo bisogna rimanere!».

 



“VOLEVO FARE LO PSICOLOGO”
Nato in provincia di Bergamo il 4 luglio del 1966, si diploma in Ragioneria e lavora tra l’Italia e l’America. Si diploma presso l’Accademia d’arte drammatica “Silvio D’Amico” di Roma. La svolta arriva con “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana: per questo film vince il Nastro D’Argento. Nel 2005 è nel cast de “La Bestia nel Cuore”, di Cristina Comencini, candidato al Premio Oscar 2006 come miglior film straniero. Vince il Globo d’oro come migliore attore rivelazione per il film “Quando sei nato non puoi più nasconderti” di Giordana. Nel 2006 vince il Globo d’Oro come migliore attore per il film “Arrivederci amore, ciao” di Michele Soavi. Su Rai Uno nel 2007 è il principe Andrei Bolkonskij nella miniserie “Guerra e pace”, e poi il protagonista di “Caravaggio”. Recita nelle miniserie “Puccini”, “Rebecca la prima moglie” e nella seconda stagione di “Tutti pazzi per amore”, dove interpreta il fratello di Neri Marcorè. Ha appena finito di girare in Lituania la serie per Canale 5 “I cerchi nell’acqua” con Vanessa Incontrada.


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