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Gianni Morandi: andava a cento all’ora. Finchè...

Un Morandi “privato”, sconosciuto al grande pubblico, caduto nella spirale del gioco d’azzardo, del whisky e dell’isolamento

Mar 31 Ago 2010 | di Stefano Cortelletti | Interviste Esclusive
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C'era un ragazzo che negli anni Sessanta ebbe un successo travolgente, con canzoni entrate a far parte del patrimonio musicale italiano come “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte”, “Andavo a cento all'ora”, “In ginocchio da te”.

Gianni Morandi, il ragazzo d'oro della canzone nazional-popolare, a sedici anni era un vero e proprio divo, fino a quando non conobbe la sofferenza, la solitudine. Un Morandi “privato”, sconosciuto al grande pubblico, caduto nella spirale del gioco d'azzardo, del whisky e dell'isolamento. La morte del padre, il divorzio da Laura Efrikian, i fischi del pubblico ad un artista che non aveva saputo interpretare il vento di rinnovamento del ’68. Fino a quando non ha trovato il coraggio di rialzarsi in piedi, per riesplodere e diventare l'icona per eccellenza della musica italiana. Gianni Morandi addirittura era stato indicato come probabile presentatore del Sanremo 2011.

«Non so neanche io come abbiano tirato fuori il mio nome per Sanremo. Io stavo lavorando ad un altro programma, Canzonissima, un progetto televisivo che durava 4 mesi, a partire da settembre. Avevo convinto 30 artisti a venire a gareggiare, presentando i loro vecchi successi e qualche inedito, una vera e propria gara che sarebbe durata fino a dicembre, a differenza di Sanremo dove ti devi giocare il tutto per tutto in sole quattro serate. Sarebbe stato bello per la musica italiana, peccato che l'abbiano tagliato per problemi di budget».

Da due anni Sanremo viene vinto da giovani che hanno avuto successo tramite un talent show, programmi che possono portare al successo immediato e all'altrettanto immediato oblio.
«Per molti i talent show sono una fabbrica di illusioni. Ma era così anche negli anni Sessanta, anche Sanremo presentava degli sconosciuti che avevano un successo spaventoso e poco duraturo. Penso anche a Castrocaro...».

Il successo improvviso è pericoloso?
«È difficile gestirlo, ti può far girare la testa. I ragazzi di oggi hanno più cervello: ho conosciuto Alessandra Amoroso, che aveva vinto “Amici” due anni fa e che ho voluto con me nel programma del sabato sera di Rai Uno “Grazie a tutti”: lei è una ragazza che è rimasta coi piedi per terra. Non è da tutti. Mi ricordo Bobby Solo, che da un giorno all'altro esplose in maniera incredibile, ma ebbe tanti problemi perché iniziò a fare il matto, sapeva di essere diventato un mito. Poi si è tranquillizzato».

Tu come avevi reagito alla popolarità arrivata tutta insieme?
«Non me lo ricordo neanche, avevo solo 16 anni».

E a 25 anni hai conosciuto il declino...
«Mi tacciavano di essere troppo legato agli anni Sessanta, di non aver cavalcato la rivoluzione del ’68. è stato un periodo davvero buio: ho preso tre quattro scoppole terribili. Il pubblico mi fischiava, nessuno mi cercava più. A questo aggiungiamoci anche la separazione da mia moglie, la morte di mio padre, che per la prima volta aveva deciso di seguirmi in una tournée in Sud America. Morì in una stanza d'albergo a Caracas, a 49 anni d'infarto».

Ti eri dato al gioco d'azzardo...
«Amicizie sbagliate. Ho perso delle vere fortune, milioni sfumati sul tavolo da gioco. Una mattina, mentre rientravo a casa un po' malconcio, vidi mia figlia Marianna che usciva dal portone per andare a scuola. Mi nascosi come un ladro. In quell'occasione mi vergognai, decisi che era ora di riprendere la mia vita».

Quale è stato il tuo primo passo?
«In quei momenti in cui le cose mi andavano male, mi consigliarono di mettermi a studiare. Entrai nel Conservatorio di Santa Cecilia, un modo anche per riempire le mie giornate, che erano diventate vuote, non mi chiamava più nessuno. Lo studio mi ha formato il carattere. Quando hai delle crisi, scopri che la vita te la devi conquistare tutti i giorni. E poi ci vuole una gran fortuna: quando ripassa il treno, devi essere lì a riprenderlo».

Difficile anche trovare un conforto spirituale, venendo da una famiglia atea.
«Mio padre era un convinto non credente, al contrario di mia nonna che era cattolica praticante. La sofferenza, lo studio e le luci spente mi hanno aiutato. La parte migliore della mia carriera è arrivata dopo, più inaspettata e più consapevole, fatta con la mia testa. All'inizio ero molto guidato, poi negli anni Ottanta ho gestito con razionalità la mia carriera...».

Da quel momento è iniziata una nuova vita, fatta anche di televisione e teatro.
«Si, ma la gente mi vede di più come cantante. Ho fatto anche altre esperienze, ma rimango cantante».

Ti dà fastidio l'etichetta di nazional popolare?
«Al contrario, mi piace molto. Faccio parte della vera cultura popolare, interpreto quella musica che fa sognare ed emozionare, quando una canzone riesce a far venire in mente frammenti della tua vita, lo considero un valore aggiunto».

E l'etichetta di eterno ragazzo?
«Non sta in piedi...».

Tuo padre era un fervente comunista staliniano. Oggi quanto credi nella politica?
«Ora sono le persone che contano. Ce ne sono buone e di meno buone, sia a destra che a sinistra. Purtroppo i politici qualche volta ci deludono, pensano di più alla poltrona che all'interesse generale. Io sono cresciuto con idee ortodosse staliniane. Mio padre non ha fatto in tempo a veder cadere il muro di Berlino, chissà che cosa avrebbe pensato. Forse non avrebbe retto a questi cambiamenti. Credeva nella promessa che arrivava dall'Est di un mondo dove tutti sarebbero stati uguali. Era un'utopia irrealizzabile».

Che padre sei?
«Sono stato molto rigido coi miei due figli grandi, molto esigente e con una disciplina anche esagerata. A 14 anni proposero a Marianna, la mia prima figlia, di girare un film. Dissi di no, non ci si improvvisa attore, bisogna studiare. E poi era troppo presto. Con l'ultimo, Pietro, che oggi ha 13 anni (avuto dalla seconda moglie Anna Dan, ndr) sono più morbido. Sarà forse anche l'età...».

 


HA FATTO SOGNARE TRE GENERAZIONI
Gian Luigi Morandi da Monghidoro (Bologna) compirà 66 anni il prossimo 11 dicembre. Dopo una gavetta in balere e Feste dell'Unità, debutta nel 1962 con Andavo a cento all'ora. Da quel momento, la strada è in discesa. Sforna successi come Fatti mandare dalla mamma, In ginocchio da te, C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones, Scende la pioggia. Nel 1966 sposa l'attrice Laura Efrikian, dalla quale si separerà nel 1979. Parte per il servizio militare, quando torna è ancora un cantante di successo, ma gli anni Settanta saranno fatali per la sua carriera. Ritorna in auge con Canzoni Stonate (1981), Grazie perché (1983), Uno su mille (1985), dedicata a chi non si scoraggia. Nel 1987 con Ruggeri e Tozzi vince Sanremo (Si può dare di più), dove tornerà nel 1995 insieme a Barbara Cola (In amore, secondo posto) e nel 2000 (Innamorato, scritta da Eros Ramazzotti). Diventa presentatore di successo del sabato sera di Rai Uno. Ha tre figli: Marianna (1969, attrice), Marco (1974, cantante) e Pietro (1997), avuto dalla seconda moglie Anna Dan (sposata nel 2004). è vegetariano.


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