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Adrien Brody: ora suono il mitra

Il premio oscar del “pianista” è diventato “predators”

Mar 31 Ago 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Lo diciamo subito: Adrien Brody è un grande attore. E diciamo subito pure che troppo simpatico non è. Ma il suo lavoro lo sa fare maledettamente bene: lo sa Roman Polanski - i due hanno vinto un Oscar ciascuno per il sopravvalutato “Il pianista” -, lo sa pure Wes Anderson che in una commedia malinconica gli ha dato un ruolo ispido e un po' cinico tra Jason Schwartzman e Owen Wilson ne “Il treno per Darjeeling”. Sa recitare così bene che è impossibile non ridere quando nell'albergo romano che lo ospita e in cui parla con la stampa, l'Eden, scatta l'allarme anti-incendio. Lui si alza in piedi e simula una mossa da eroe, con tanto di battuta da duro. Non c'è miglior promozione per “Predators” di Nimord Antal (già autore del geniale “Control”) e prodotto da Robert Rodriguez, in cui è inusualmente un protagonista che spara a tutto quello che si muove e che rimane impresso per perle di saggezza belliche da far invidia ai film d'azione anni '80 (e il “Predator” di McTiernan, ispirazione di questa pellicola, infatti, è del 1987). E presto lo vedremo in “Splice”, in cui è un genetista... sui generis.

Tutto ci saremmo aspettato fuorché di vederla con un'arma di grosso calibro a sparare a dei mostri!
«Tutti i ruoli rappresentano una sfida, sia se si tratti di un dramma, di una commedia o di un film d'azione. La mia responsabilità sta tutta nel rappresentare la verità, nel capire il mio personaggio, nel creare dei legami che permettano anche al pubblico di sentirsi vicino a lui. Anche in un ruolo così è fondamentale la dimensione umana, i valori e i disvalori dell'uomo che incarni. Non voglio seguire la Hollywood superficiale, ecco perché qui cerco di andare a fondo, non preoccuparmi tanto dei muscoli del mio Louis quanto di quello che lo macera dentro. E, alla fine, infatti, sono un cattivo per cui finisci per fare il tifo».

È stato più difficile perder peso per “Il pianista” o acquistare massa muscolare per “Predators”?
«Perdere peso, emotivamente, fisicamente e psicologicamente è stato molto più difficile per la natura della storia che raccontavamo nel film di Polanski. Era molto più duro e doloroso assorbire quel pianista per me, che questo mercenario per cui ho messo su 15 chili. Ripeto, però, che anche nella preparazione di “Predators”, al fisico ho preferito la testa. Mi sono immerso nell'addestramento tipico di un soldato, quindi ho preferito una preparazione paramilitare, incentrata su tecnica e strategia, sugli esercizi di freddezza, le capacità di essere leader. Mi interessava la forza interiore, intellettuale. Quelle sono le doti che ti formano come un buon combattente, nella vita e sul campo di battaglia».

Roman Polanski è stato la chiave di volta per il successo. Tornerebbe a lavorare con lui?
«Devo dire che non c'è più stato nulla di paragonabile per me a quello che è stato “Il pianista”. Come livello e qualità non è che in giro ci siano molti ruoli così per un attore. Ma sono stato fortunato, ho trovato spesso bei personaggi in carriera. Altri colleghi non hanno avuto le mie stesse occasioni in tutta una vita. Lavorerei di nuovo per lui anche subito, anche perché questa è un'epoca in cui c'è una certa penuria di capolavori».

E l'Oscar cosa le ha dato ed eventualmente che cosa le ha tolto?
«Al di là della soddisfazione personale e professionale, mi ha dato la possibilità di correre dei rischi che prima non potevo permettermi, così da poter cambiare continuamente, sforzarmi di essere eclettico e non etichettabile, invece di rimanere legato alle stesse espressioni, alla stessa tipologia di recitazione. E non è poco, perché come attore devi sempre dimostrare di essere capace di tutto, è bello essere un camaleonte che va oltre quello che la gente si aspetta da te, come in questo ultimo film. Nessuno avrebbe puntato su di me in un ruolo così, forse neanche io, che pur sono un appassionato del genere. Cosa mi ha tolto l'Oscar? Per quanto mi sforzi, non mi viene in mente nulla che possa avermi sottratto».

Cosa l'ha appassionata più di questo film?
«La metafora che rovescia quella dell'originale e che mi sembra molto calzante in un mondo come questo. Siamo gruppo di persone, predatori, che divengono vittime, sembra una sorta di espiazione dei loro peccati, un'immedesimazione non voluta nel ruolo delle loro prede che è un'accusa alla cultura della caccia, alla sete di omicidio connaturata all'uomo. E qui proprio l'uomo ne trova una superiore. Sembra qualcosa di trascendente, mitologico».

Un film d'azione pieno di invenzioni, ma con pochissimi effetti speciali.
«Se un dramma è così profondo da catturare la tua attenzione per tutto il film, allora non hai bisogno di trucchetti e gli effetti speciali, in fondo, sono una scorciatoia verso gli spettatori. Forse sarà retrò, il film, ma semplicemente si rifiuta di seguire il sentiero dei Blockbuster di oggi. è bello tornare allo stile degli anni '70, che amo molto, consentire al pubblico di esistere, di vivere col personaggio. Volevo far percepire il senso di solitudine e di vuoto del superstite. Nel mondo attuale, sapendo benissimo cos'è la guerra, cosa sono queste realtà, volevo creare un personaggio molto dark, che dovesse commettere crimini contro l'anima per poter sopravvivere. E questo era un lavoro più profondo, a cui non servono effetti speciali. Comunque, incendi ed esplosioni erano vere e l'ho vissuti in prima persona. Ed era vero anche il mio machete, che è stato modellato dallo stesso artigiano che costruì quello che usava Schwarzenegger 23 anni fa nel primo “Predator”.

Comunque, anche se forse è impopolare e anacronistico, per un attore rimane molto interessante e bello, da fare e da vedere, un'opera senza effetti speciali.

 


DA OSCAR
Cresciuto nel quartiere Queens, a New York, si iscrive giovane alla scuola d'Arte drammatica incoraggiato dalla madre. A Los Angeles ottiene alcuni piccoli ruoli sino a quando Spike Lee lo sceglie per la parte del sospetto serial killer nel film del 1999 “S.O.S. Summer of Sam”. Diretto da registi di fama come Barry Levinson e Ken Loach, viene consacrato nel 2002, con “Il Pianista” che gli vale, a soli 29 anni, l’Oscar come miglior attore protagonista e il Premio César della critica. Seguono “Singing Detective”, “The Village”, “The Jacket” e “King Kong”. Da metà luglio al cinema con “The Predators”.


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