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Chi sniffa non è meglio del narcotrafficante

Cosa costa veramente la cocaina? Un male che danneggia interi popoli

Mar 31 Ago 2010 | di Francesco Buda | Attualità
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Drogarsi fa male, specialmente agli altri. Bellocce e veline più o meno zombie, vip, privé a tutta coca beccati dalla polizia, ogni tanto tornano alla ribalta, ciclicamente, tra scandali e titoloni di giornale. Ma piace pure a molta gente comune, compresi parecchi ragazzetti alla scoperta di emozioni brucia-cervello. Resta però l'oblio sull'infame catena della polverina da tirare col naso, che fa malissimo a moltitudini di poveri, all'ambiente e all'economia. Quando si “tira”, ci si mette dalla stessa parte dei narcotrafficanti: violenza, corruzione, rapimenti, ingiustizie, impoverimento e morte di innocenti, inquinamento dei territori e della politica, stravolgimento dell’economia e dell’agricoltura. Un bilancio smisuratamente più grave dei 500 morti per overdose di coca in Europa ogni anno ed un prezzo che supera i circa 500 miliardi di dollari che – secondo l'Onu – incassano le mafie con il coca-business. Oltre ad intossicare milioni di persone, arricchire criminali, a rompere relazioni familiari e sociali e a creare disastri qui da noi, questa robaccia danneggia tantissimo anche chi non la sniffa. Una striscia di piacere fasullo provoca fiumi di lacrime e sangue, specialmente di civili, donne e bambini nei Paesi di produzione e passaggio di coca. Molti si fanno una “striscetta” qualche volta, «tanto che male c'è, cosa vuoi che faccia», per ammazzare la noia. E invece anche quella “occasionale” linea bianca, ammazza molto altro. È l'altra faccia della nefasta tenaglia, sconosciuta ai più, che stritola milioni di innocenti che non scelgono affatto lo sballo e la droga, vittime dei vizietti di gente che nell'altro capo del mondo non può invece scegliere se sballarsi, costretta a sopravvivere in mezzo a piantagioni di morte. Chi sniffa sceglie lo sballo, queste persone non scelgono, subiscono e basta.

A scuola tra le sparatorie
«I bambini vanno a scuola sotto il fuoco incrociato di ribelli e soldati regolari, oramai ci siamo abituati. Una volta mia figlia si è ritrovata con la matita che portava tra i capelli spuntata da un proiettile». Sorride Blanca mentre mi racconta come vive il suo popolo indigeno, i Nasa, in mezzo alle montagne della Colombia, nord del Cauca, nella morsa dello sporco conflitto tra guerriglieri, paramilitari, narcotrafficanti, polizia ed esercito nazionale. Ci sono stato all’inizio dell’estate. Moltissimi contadini con le loro famiglie sono costretti ad abbandonare caffè, banane, patate, manioca, per coltivare coca, glielo impongono i gruppi armati lontani da veri intenti rivoluzionari di liberazione del popolo e che si finanziano con il narcotraffico. Sono quasi 10 milioni gli ettari di terra che i poveri campesinos hanno dovuto lasciare per fare largo alla droga. È shockante vedere come – oltre alle multinazionali legali – in questi posti c'è una colonizzazione per la droga a colpi di stragi, che sottomette intere popolazioni, ostaggio di questo mercato di morte. Protagonisti non sono solo i narcotrafficanti, ma pure i milioni di persone che comprano il frutto avvelenato e insanguinato delle loro colture. Il prezzo del narcotraffico e del vizietto di sniffare lo pagano soprattutto le popolazioni rurali latinoamericane, specialmente di Colombia, Perù, Bolivia, principali produttori al mondo di coca. A questi iniziano ad aggiungersi i Paesi africani di transito della droga verso l'Europa, come la Guinea Bissau (dove i narcos avrebbero addirittura finanziato il colpo di Stato l'anno scorso), la Mauritania, il Mali, il Niger e la Nigeria.

L’esercito degli sfollati
Chi non si piega al narcotraffico, chi non accetta di coltivare coca, viene cacciato, perde la propria terra e spesso finisce ammazzato. Stessa sorte se si rifiutano di entrare nelle bande armate, che reclutano in massa i giovani delle campagne. E così si fugge. Li chiamano “desplazados”, sfollati.
Sono almeno quattro milioni quelli che vagano in Colombia, secondo la Consultoria para los Derechos Humanos y el Desplazamiento (Codhes), organizzazione colombiana che si occupa di diritti umani, e rappresentano il numero di rifugiati più alto al mondo dopo il Sudan. Per sfuggire all'uccisione, scappano verso altre zone del Paese, lasciando tutto quel poco che hanno. Oltre la metà sono donne, un milione sono bambini. La Commissione Onu per i rifugiati (Acnur) calcola che almeno 380mila di queste vittime della coca sono emigrate in altre nazioni. E non immaginano nemmeno i party dei vip a suon di “neve” qui da noi o la tristezza delle “strisce” occasionali di chi non è ricco ma che deve riempire chissà quale vuoto. Per sfuggire al massacro, solo nei primi sei mesi del 2008, oltre 286mila poveri colombiani hanno lasciato la loro capanna o casetta e la loro terra, afferma la Codhes. Solo nel 2009 questa gente ha subìto dalle “bande emergenti” di paramilitari 29 massacri con 147 vittime, oltre 500 omicidi, 1.650 abusi di vario genere e “desplazamientos” di massa, le cacciate di contadini dai loro campi. I narcos, i paramilitari e i guerriglieri sono ormai molto infiltrati tra la gente nei paesini e nelle città, hanno i loro servizi segreti per spiare e schiacciare chi si oppone ai loro affari e stilano delle liste di proscrizione per fare pulizia. A giugno ero lì, in Colombia. «Di tanto in tanto – mi racconta Luz Neira, della comunità afrocolombiana della valle del Cauca – lanciano in strada volantini anonimi coi nomi di persone nel mirino, degli “indesiderati”, avvertendoli che se non filano dritto li fanno fuori». E così queste comunità, discendenti degli schiavi deportati dall'Africa, sono sotto il giogo di nuovi schiavizzatori. Due schiavitù in un colpo solo: dei cocainomani e di questa gente. «Ci sono famiglie - aggiunge Luz - che per il battesimo, la comunione, cresima o matrimonio, al prete portano in offerta pezzi di coca, come fosse moneta o bene di scambio. Altro non hanno».

La narco-guerra: 27 morti al giorno
In Colombia, principale produttore al mondo di coca, nel 1989 il tremendo conflitto armato tra mafiosi della coca e la guerriglia provocò circa 18.000 morti. La tragedia si è estesa anche al principale ponte di passaggio della droga verso gli Stati Uniti, in Messico. Là, dal 2006 ad oggi, sono almeno 25mila i morti della narco-guerra, tra cui molti civili che non c'entrano nulla con il loschi traffici. Omicidi, rappresaglie, torture, corruzione, attentati ad un ritmo di 27 morti al giorno in media. «Anche il Guatemala vive una tragedia recente poco conosciuta, come paese di transito della cocaina, con 5.300 morti nel 2009, tra cui 700 donne e 600 bambini per il narcotraffico. Le guerre tra trafficanti si fanno anche uccidendo la manodopera, per indebolire il nemico, cioè i contadini», racconta Vincenzo Spagnolo, giornalista d'inchiesta che ha appena pubblicato “Cocaina S.p.a.”, monumentale libro frutto di dieci anni di ricerche, ricco di dati e testimonianze che rivelano l'infernale e gigantesca multinazionale della polvere bianca. E come ogni guerra, ci sono persino le mine antiuomo, a presidio dei campi di coca, che fanno saltare in aria ogni anno centinaia di civili, militari e poliziotti. «Qui moltissimi giovani non hanno scelta: o entrano nell'esercito o nelle truppe di guerriglieri e paramilitari. Ormai fanno tutti affari con la cocaina, e chiedono “el empuesto” (la tassa – ndr) ai boss e pure ai contadini per ogni chilo di pasta base prodotta. Le truppe illegali arruolano anche donne, e guai a restare incinta, le fanno abortire», mi testimonia Andreas, 27 anni, di cui 7 nella inteligencia, il servizio segreto militare, per stanare ribelli e paramilitari in mezzo a monti e foreste. Poi una pallottola gli ha perforato un rene, e addio lavoro. La macchina corre sulla Panamericana, tutta salite e discese, l'ex soldato mi indica i boschi dove operava, mentre incontriamo spessissimo rallentamenti presidiati da suoi ex colleghi. È il penultimo weekend di giugno, il 20 c'è il ballottaggio per eleggere il nuovo presidente e il Governo ha inviato 16.500 divise tra poliziotti e militari per la sicurezza del voto, sono ad ogni angolo di negozi e aziende e sulle strade principali.

La piramide infame: pochi faraoni con sotto migliaia di schiavi
«Dietro ogni grammo di coca sniffata c'è un mare di violenza e ingiustizia che distrugge le economie, e non solo in Sud America, visto che ormai la cocaina sta dilagando anche nell'Africa Occidentale - spiega Vincenzo Spagnolo, snocciolando dati paurosi sulle nefandezze legate alla “neve”-. Dei circa 500 miliardi di dollari che, secondo l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la Droga e il Crimine, frutta la cocaina ogni anno, vale a dire una somma superiore al prodotto interno lordo di Paesi benestanti come Svezia, Belgio o Grecia, alla maggior parte delle persone coinvolte nel narcotraffico non arrivano nemmeno le briciole. È una piramide: in cima ci sono pochissimi che guadagnano moltissimo, manager e proprietari di veri e propri imperi, monarchi assoluti, forse gli ultimi faraoni rimasti. Mentre sotto, alla base della piramide, ci sono i campesinos - dice il reporter - che guadagnano lo 0,6% dell'immenso giro d'affari». Un raspachín, un raccoglitore o raschiatore di foglie per estrarne il principio attivo, guadagna l'equivalente di 15-20 dollari a settimana, e spesso sono ragazzini a fare questo lavoro per 10-12 ore al giorno.

Sniffare intossica sé e l’ambiente
Scegliere di intossicarsi sniffando vuol dire pure avvelenare gli abitanti e la meravigliosa natura dei Paesi dove si produce la polverina eccitante. «Romulo Pizarro, l’inflessibile presidente della Comisiòn nacional para el desarrollo y vida sin droga, l'agenzia antidroga peruviana, afferma che negli ultimi 40 anni – ricorda l'autore di Cocaina S.p.a. - la coltivazione di coca ha desertificato 2 milioni e mezzo di ettari di foresta». Cioè oltre due volte la Lombardia. Oltre che sui propri neuroni, uno che “pippa” fa insomma sabotaggio anche contro la biodiversità.
Ogni anno, infatti, la produzione di coca ammazza 250mila ettari di foresta amazzonica. Significa fare fuori ogni 18 mesi un'area grande come la Valle d'Aosta. Un ettaro coltivato a coca vuol dire deforestare quattro ettari di bosco dove vivono circa il 10% delle specie conosciute. Provocando, inoltre, pericolosi fenomeni di erosione del suolo e inquinamento di terre, falde e fiumi, dove vengono abbandonati tutti i residui tossici della produzione del cloridrato di cocaina. Un chilo di pasta base lascia ben 6 quintali di rifiuti altamente inquinanti e contamina 200 litri d'acqua. A questo si aggiungono le massicce quantità di pesticidi, anche proibiti in Occidente, e concimi chimici per pompare le piante fino a 7 raccolti l’anno.

Chi sniffa, avvelena gli altri
«Quando consumi cocaina, consumi anche il mondo in cui vivi. Se non t'importa dei danni per la tua salute, per la tua famiglia e per le relazioni sociali a cui tieni di più, pensa almeno al mondo che contribuisci a distruggere» ha ammonito l'ambasciatore colombiano in Italia, Sabas Pretelt de La Vega in un convegno a Roma nel febbraio 2008. Come dargli torto? Per ogni grammo di cocaina consumato, vengono disboscati quattro metri quadrati di natura tropicale. È questo il messaggio che sta lanciando il Governo colombiano, che pure è molto discusso. Altro aguzzini sono le fumigaciónes, spruzzate di glifosato, erbicida noto ai più come agente orange, il veleno disboscante usato nella guerra in Vietnam per la caccia ai vietkong. Sono piogge tossiche sparse massicciamente dagli aerei in Colombia per uccidere le piantagioni di coca, con l'accortezza, però, di usare la versione “Ultra” del prodotto, assai più concentrata e velenosa.
 



ULTIMATUM DEI BOSS ALL’FBI
Se non vi muovete anche contro i clan rivali, faremo esplodere altre autobombe, ne abbiamo molte». Nella narcoguerra in Messico, i capi del cartello della coca “La Linea” con i colleghi delle “Gulf Zetas” hanno avvertito le forze dell’ordine e l’Fbi americana, impegnate sui loro territori contro la droga. Hanno dato l’ultimatum con una “narcopinta”, scritta su un muro di una scuola a Ciudad Juarez, capitale messicana del narcotraffico. è il modo di lanciare i loro avvertimenti e richieste. Secondo i narcos della Linea, i poliziotti sono ingiusti favorendo i rivali del cartello di “Sinaloa”, il più potente del Paese, colpendoli con meno arresti e blitz. Gli uomini di “Linea”, sono in gran parte ex ufficiali di polizia passati al traffico di droga e sono convinti che c’è un accordo tra i loro ex colleghi e Joaquin Chapo Guzman, capo di “Sinaloa”.

 


BABY COCAINOMANI
Tirare non è più solo roba da ricchi, ma attrae gente di tutti i tipi, di tutti i ceti, di tutte le età. Il consumatore di cocaina più giovane finito al Sert - Servizio per le Tossicodipendenze - di Roma l'anno scorso aveva solo 9 anni, nel 2008 era un bambino di 11 anni. Nella Capitale, a Milano e in altre grandi città ormai vanno molto le mini-dosi tra i ragazzini, un quinto o un “quartino” di grammo, con prezzi tra i 10 e i 15 euro.  


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