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Maurizio Nichetti: preferisco recitare in silenzio

L’umiltà, la creatività e la fede di un grande regista rimasto bambino

Mer 01 Set 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Comunicare con semplicità, profondità e rispetto è possibile solo se restiamo in ascolto continuo della nostra anima e se ci impegniamo a sperimentare sane relazioni personali.
In quest’epoca multimediale avvelenata da gossip, reality show e tanta brutta televisione, il noto regista, sceneggiatore e attore Maurizio Nichetti ha sempre espresso la sua vena poetica aiutando i bambini di tutte le età a guardare il mondo con gli occhi della fantasia.

Su Rai Due ed in molti Paesi europei è appena andata in onda la serie animata “Teen Days” da lei diretta ed al recente Fiuggi Family Festival ha presentato in anteprima “Agata e Ulisse”, il suo nuovo film tv. Come mai la sua produzione artistica è sempre più orientata ad un pubblico familiare?
«I miei film, anche se considerati eccentrici ed intellettuali, sono spesso piaciuti pure ai bambini e sempre più spesso mi chiedono di realizzare prodotti rivolti alle famiglie ed ai più giovani. Mi confronto con tutti i generi espressivi, dai cartoni animati fino alle opere liriche, come il “Barbiere di Siviglia” che è piaciuto molto anche agli alunni delle scuole inferiori. Questo significa accettare tante sfide per divertire onestamente gli adulti e i piccoli, cercando di essere corretti da un punto di vista morale e dei contenuti proposti».

È possibile trasmettere contenuti rispettosi della persona facendo divertire il pubblico di tutte le età?
«Nei miei lavori ho sempre affrontato temi anche molto forti, usando però linguaggio ed immagini adatti pure ai più piccoli. In ogni scena cerco sempre di stimolare la collaborazione attiva della fantasia del pubblico: per trasmettere buoni sentimenti non si deve essere necessariamente bacchettoni, moralisti o noiosi. Si possono fare cose di ritmo, divertenti e spettacolari, comunicando anche ai ragazzi contenuti positivi come solidarietà, amicizia, onestà e correttezza nei rapporti, amore verso il prossimo. Tutte cose molto lontane dalle negatività e dall’ansia proposte dai telegiornali, dai reality show e dal gossip imperante».

Cosa pensa della crescente ondata di volgarità ed ambiguità sessuale che i mass media ci propinano?
«Dovremmo tutelare di più i nostri giovani, che hanno bisogno di vivere e sviluppare la propria fantasia e maturità all’interno di un ambiente il più possibile sano e tranquillo. Sono convinto che la maggior parte delle persone vive normalmente, senza perversioni strane o cose particolari. Però dobbiamo tener conto che gli autori di un’opera esprimono e comunicano ciò che hanno dentro e quello che vivono nelle loro relazioni personali: anch’io nei miei film parlo solo di cose che conosco o di situazioni che sperimento quotidianamente».

Com’è la sua esperienza di vita familiare?
«È buona, ma proprio per mantenerla così non ne parlo volentieri. Il fatto stesso che io sia sposato da trentacinque anni ed abbia due figli, dice che tutto sommato mi appaga un’esperienza familiare tranquilla. Non solo mi appaga, ma mi aiuta a costruire la mia esistenza personale e ad andare avanti anche nei momenti difficili: se si hanno una vita ed un equilibrio propri, è difficile cadere in crisi».

Nei film che ha scritto e diretto, lei spesso ha anche recitato, mettendo sempre in risalto una visione poetica dell’esistenza umana.
«È vero, ho sempre cercato di comunicare con semplicità, evidenziando l’aspetto poetico e fantastico. La realtà è già riportata dalla tv, dai telegiornali e dai documentari, mentre credo che il cinema permetta di raccontare l’avventura umana attraverso un filtro più onirico. Adoro i grandi attori del cinema muto ed i mimi; io stesso sono molto più comico quando recito in silenzio, esprimendo meglio il mio inconscio: anche perché spesso, quando parlo, divento molto razionale. M’intristisce vedere un film comico volgare, facile, superficiale, con degli attori che tentano di far ridere solo con i doppi sensi. Invece, certe immagini contano molto più delle parole: ad esempio, in una mia pellicola, per parlare d’amore ed esprimere un mio sentimento interiore, sono diventato un cartone animato (nel film “Volere Volare” del 1991 - ndr)».

Com’è iniziata la sua carriera artistica?
«Da bambino mi divertivo molto ad imitare i clown o i magnifici Stanlio e Ollio, di cui sono sempre stato un grande ammiratore. Un giorno, all’età di nove anni, mi ritrovai inaspettatamente sul palco di una festa di paese: superata l’iniziale paura, mi lanciai a proporre le mie imitazioni. Da quel momento, pur continuando la mia vita normale ed i miei studi fino alla laurea in Architettura, mi sono sempre impegnato a perfezionarmi per esprimere al meglio quella mia passione. Fu fondamentale l’esperienza con Bruno Bozzetto nell’animazione e nella pubblicità, che mi permise di arrivare al mio debutto cinematografico: nel 1979 uscì “Ratataplan”, un film muto realizzato con la mia esperienza di mimo e nei cartoni animati, che riscosse un inaspettato successo internazionale».

La sua creatività è stata sorretta dall’ascolto e dalla cura dell’anima?
«Certamente. Ho coltivato la mia anima cercando di rimanere interiormente il più possibile infantile, nel senso di una genuinità di rapporti con le persone e le cose. Un personaggio infantile è un ottimista, si fida del prossimo, dà sempre fiducia a tutti e non vede la malafede nelle azioni degli altri. Vivendo così mi sono trovato bene».

Nel Vangelo, Gesù dice: «A chi è come i bambini appartiene il regno di Dio». Com’è il suo rapporto con Cristo?
«Non voglio entrare in temi teologici, ma è molto importante rimanere bambini e io cerco di farlo quotidianamente. Il mio rapporto con Gesù c’è stato nell’infanzia e probabilmente me lo porto dentro: fino ai sedici anni sono andato in Chiesa, dove ho frequentato l’oratorio, anche collaborando attivamente con i sacerdoti. Non sono mai stato ateo ed oggi, seppur non molto praticante, vivo una spiritualità molto intima che testimonio attraverso il mio modo di essere e quello che faccio».

Qual è il valore della fede per l’uomo di oggi?
«La fede si ricerca tutta la vita e bisogna impegnarsi per non perderla mai.
Contemporaneamente però è necessario vigilare per non rimanere vittima di una costruzione di dogmi ai quali credere a priori. Io cerco sempre di farmi molte domande e di mantenere la fiducia nel prossimo, che non è sempre buono: la cosa fondamentale è continuare a fare sempre un lavoro su se stessi per rimanere dalla parte giusta. Al di là della religione professata, ognuno deve vivere con una fede: l’importante è essere religiosi dentro e cercare di metterlo in pratica con corrette scelte di vita. Conosco anche molte persone che cercano la propria anima nel rapporto con la natura e la montagna: se uno è sano dentro, la spiritualità la trova».

 


Architetto, mimo, regista e …
M aurizio Nichetti nasce l’8 maggio 1948 a Milano. Durante gli studi universitari, entra a far parte del team di Bruno Bozzetto, dove si distingue per la sua creatività. Consegue la Laurea in Architettura nello stesso anno, il 1975, in cui fonda la scuola di mimo Quelli di Grock. Quattro anni dopo esce il suo primo film, “Ratataplan”, pellicola sostanzialmente muta e girata con pochissimi soldi, che riscuote un sorprendente successo internazionale. I suoi successivi film, tra i quali ricordiamo “Ladri di saponette” (1988), “Volere Volare” (1990) e “Honolulu Baby” (2001), lo vedono quasi sempre impegnato anche come attore e vincono molti premi, soprattutto all’estero. Contemporaneamente si occupa di teatro ed anche di tv, con numerosi programmi tra i quali “Pista!” (1987) e “Mammamia” (2003). Su RaiDue è da poco andata in onda con la sua regia la serie animata di successo internazionale “Teen Days”, mentre in autunno vedremo su Canale 5 il suo nuovo film tv “Agata e Ulisse”, con Elena Sofia Ricci e Antonio Catania. Da vari anni è direttore artistico del Festival dei film di montagna di Trento; inoltre, da poco dirige la Scuola di Cinema di Milano.

 


Regista a fumetti
I fumetti sono tra le maggiori passioni di Nichetti. Già da giovanissimo scrive molte sceneggiature per le storie di Topo Gigio e realizza diversi lungometraggi di animazione. Nel suo quinto e premiatissimo film “Volere Volare” (1991), egli stesso recita da protagonista la storia di un uomo che diventa cartone animato per amore. Qualche anno prima, Nichetti, trasformato in fumetto, si era incontrato addirittura con Topolino, in due storie pubblicate sul famoso settimanale di fumetti!  


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