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Settembre: non torno al lavoro, continuo a viaggiare

Tutti i giorni le stesse facce e gli stessi ambienti: basta, cambio vita, giro il mondo

Mer 01 Set 2010 | di Roberta Giaconi | Mondo
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“Il mondo è un libro e coloro che non viaggiano ne leggono soltanto una pagina”, diceva Sant’Agostino.
Eppure quella del viaggio è un’arte che pochi riescono a vivere in pieno, specialmente in Italia. Troppo lavoro, pochi soldi, poi arrivano una famiglia e dei bambini, il tempo scorre e restano soltanto quelle vacanze di poche settimane l’anno. Per la maggior parte della gente, ma non per tutti. Maria Casali ha 34 anni, una laurea in Scienze Politiche e un master in Relazioni Internazionali nel cassetto.
È nata in provincia di Cremona, ma per il momento vive a Città del Capo, in Sudafrica, dopo aver intrapreso tre anni fa una vita da migrante che l’ha portata in giro per il mondo. Il viaggio oggi è la sua vera professione.

Prima di tutto raccontami di te. È possibile vivere viaggiando?
«Certo che è possibile, basta volerlo. La gente crede che sia una cosa per ricchi, ma non è vero. Per chi parla inglese o la lingua del paese dove vuole andare, è spesso più facile trovare lavoro all’estero che in Italia. Ma quasi tutti si fanno frenare dalle proprie paure. Nei miei viaggi ho incontrato moltissime persone che si spostano di paese in paese, che partono da soli, in coppia o con tutta la famiglia. Assicuro che si può fare».

Dove sei stata in questi anni?
«Il mio primo vero viaggio è stato in Australia. Mi ero appena laureata e avevo deciso di partire. Sul posto trovai subito un lavoro in banca che non mi piaceva, che mi permetteva però di mettere da parte dei soldi per esplorare il paese.
Ma è negli ultimi tre anni che ho iniziato a viaggiare seriamente: da Mosca sono andata in treno fino a Pechino, fermandomi in Mongolia. Ero preoccupata dall’idea di trascorrere la notte su un treno in Siberia insieme a degli sconosciuti, invece è andato tutto benissimo.
Su ogni vagone c’era una signora che si occupava delle pulizie, della sicurezza e che portava il tè tutti i giorni. In Cina sono rimasta un paio di mesi. Non ho mai visto un paese così diverso da noi, segnato per me dall’incomunicabilità totale, dalla curiosità nei miei confronti, da quello stupore quasi infantile. A Pechino ho preso la bicicletta e mi sono mimetizzata in mezzo ai fiumi di gente per le strade. In un parco un gruppo di anziani cinesi mi ha sfidata a ping pong. Dopo sono stata in Laos, Cambogia e Vietnam, prima di fermarmi in Nuova Zelanda. Sono rimasta laggiù un anno, poi ho proseguito verso l’India e il Sud America, sono volata in Namibia e alla fine mi sono trasferita in Sudafrica».

Come ti mantieni durante i viaggi?
«Quando mi fermo per periodi lunghi, trovo lavoro e metto da parte qualche soldo per gli spostamenti successivi. In Nuova Zelanda ho trovato due lavori in una settimana, uno all’Università e l’altro in un’agenzia di viaggi. All’Università facevo l’assistente per un corso sul Rinascimento italiano e all’inizio ero abbastanza preoccupata. “E se mi fanno domande a cui non so rispondere?”, chiedevo al professore. Lui mi tranquillizzava. “Nessuno ti chiederà niente, i nostri studenti sono come bicchieri vuoti da riempire”. Parlo inglese, francese e spagnolo, oltre all’italiano. Gli anglosassoni vanno pazzi per l’entusiasmo dei latini e io ne approfitto. A ogni colloquio dico sempre che quello proposto è proprio il lavoro della mia vita.
Non mi ci sono mai volute più di due settimane per trovare un’occupazione. In Sudafrica in una settimana ho avuto cinque colloqui».

L’esperienza più bella?
«Una delle più intense è stata in India. Era notte e mi trovavo su un treno in direzione di Varanasi. Vicino a me erano sedute quattro coppie di anziani indiani che portavano in città le ceneri del figlio di due di loro. Abbiamo passato la notte a parlare di cultura indiana, con l’urna cineraria appoggiata vicino a noi. Da allora continuano a scrivermi tutti i mesi».

Come ti è venuta l’idea di partire?
«Viaggiare mi è sempre piaciuto, ma prima volevo raggiungere degli obiettivi, avere un buon lavoro. È molto più bello dire addio da persona realizzata, senza fuggire. Io ho deciso di partire tre anni fa. Avevo un lavoro a tempo indeterminato e mi ero appena comprata una casa. Mi occupavo di Relazioni Internazionali all’Università Bocconi di Milano.
Viaggiavo moltissimo per lavoro, ma durante le trasferte non ero soddisfatta. “Che noia restare quattro giorni in una città, partecipare a tre riunioni e non vedere niente di quello che mi sta intorno”, mi dicevo. Tutti i giorni le stesse facce e gli stessi ambienti. Avevo bisogno di un cambiamento. Un’amica mi prestò un libro. Si chiamava “Vagabonding” di Rolf Potts. Parlava dell’esperienza dell’autore che aveva viaggiato per oltre sei anni convinto di una cosa soltanto: non è necessario essere ricchi per partire.
Così è nata in me l’idea di una vita itinerante, anche se mi ci sono voluti due anni per prendere la decisione. In Italia avevo un buon lavoro e un mutuo sulla casa, avevo paura di rimpiangere la mia scelta. Ho iniziato a risparmiare per avere una base per partire. E alla fine mi sono decisa».

Hai avuto degli ispiratori?
«Mi piacciono moltissimo Bruce Chatwin e Omero. E poi c’è Simone Perotti con la sua teoria dello “scalare marcia”, del “rallentare per vivere meglio”. Faceva il direttore della comunicazione di Rcs con un ottimo stipendio, ma si è licenziato per fare lo skipper e lo scrittore».

È difficile vivere una vita così diversa da quella degli altri?
«Soltanto dal punto di vista psicologico, non da quello pratico. Devi rinunciare alle comodità, sei spesso da solo e con moltissimo tempo da riempire. Non sai cosa sarà di te domani. Anche per questo l’anno scorso a un certo punto mi sono trovata in crisi. Avevo la tentazione di tornare a fare una vita comoda, di smettere di viaggiare. Ero stanca. Proprio Simone Perotti mi ha fatto riflettere su quello che avrei provato se fossi tornata indietro, mi ha ricordato come ci si sente ad essere ingabbiati tra le mura di un ufficio in un contesto italiano un po’ paralizzante, tra casa e lavoro. Anche adesso vado tutti i giorni in ufficio, ma mi sento libera di ripartire domani. A Milano non sarebbe così».

Come viaggi?
«Con uno zaino che pesa massimo 8 kg. Ricompro quello che mi serve sul posto, dove i vestiti costano meno e sono adatti al clima locale. Non ho molti beni materiali: non ho uno stereo o un lettore cd. I miei libri e le mie foto sono rimasti a Milano, nella casa che ho messo in affitto per pagare il mutuo. A volte mi mancano le cose belle».

Elementi indispensabili in valigia?
«Una torcia (fondamentale in autobus se vuoi leggere o andare in bagno quando le luci sono spente), sacco a pelo visto che alcuni posti sono decisamente sporchi, scarpe comode, un duplicato di tutti i documenti e dei numeri di emergenza. Ho anche una mini farmacia da viaggio, ma non l’ho mai usata».

Cosa pensa la gente della tua scelta?
«Quelli che mi conoscono bene dicono che è lo stile di vita più adatto a me. Con i conoscenti è diverso. La prima frase per quasi tutti è “Beata tu che puoi!”, come se loro fossero senza gambe».

Qual è nella tua esperienza il paese migliore per lavorare?
«L’Australia, sicuramente».

E il peggiore?
«Personalmente non mi è piaciuta la Nuova Zelanda. Livello culturale zero e pochissime attività per coloro che non amano gli sport all’aria aperta».

Per viaggiare?
«L’Asia, che sembra così diversa dall’Europa da darti l’idea di essere quasi sulla Luna».

Per vivere?
«Per il momento il Sudafrica. È un paese interessante con una natura bellissima».

Hai sperimentato diverse culture anche dal punto di vista affettivo. Quali sono le differenze?
«In Nuova Zelanda, per esempio, quando ti invitano a cena o a un barbecue, il padrone di casa ti fa la lista delle cose che devi portare. Ti dice subito: “Se vuoi venire, portati la carne”. Vale anche con gli uomini: tanti si aspettano che ciascuno paghi il suo, anche se ti invitano a bere una birra. In India sono uscita con un attore di teatro locale. Una sera mi ha portata a casa sua, ma laggiù spesso anche da adulti si vive con i genitori. La mattina dopo la madre lo ha chiamato sul cellulare dalla stanza accanto: “Papà si sta per svegliare, portala a casa!”. E lui l’ha fatto. Però gli indiani sono molto gentili e possono essere estremamente romantici. I sudamericani invece sono più simili a noi: galantuomini, un po’ machi, romantici e, a parole, molto generosi. Partono subito con grandi promesse e dichiarazioni di amore».

Cos’è per te il viaggio?
«Scoprire quello che è nuovo e diverso. Non vado mai a cercare il paese dove starei meglio, come pensano in molti. Non sto cercando qualcosa di preciso, voglio soltanto vedere cosa c’è nel mondo. Mi sembra stupido nascere e morire nel raggio di 300.000 km quadrati come l’Italia, visto tutto lo spazio che abbiamo a disposizione».

Cosa hai imparato per strada?
«Che adesso sono libera, più di quanto lo fossi prima, e che so fare tante cose, anche dal punto di vista lavorativo. Sono più ottimista, ho più fiducia nelle mie capacità e so che non morirò mai di fame, perché un lavoro lo troverò sempre».

Progetti per il futuro?
«Non pianifico mai per il lungo termine. Per il momento in Sudafrica mi trovo così bene che ho deciso di restare più del previsto, almeno fino all’estate australe che è meravigliosa. Il prossimo viaggio potrebbe essere nella parte settentrionale del Sud America oppure mi piacerebbe percorrere in macchina la distanza tra Città del Capo e Venezia».


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