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Sofia Coppola: la leonessa

Io figlia di un padre ingombrante

Lun 27 Set 2010 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 14

Sofia Coppola, una predestinata. “Il giardino delle vergini suicide”, il suo esordio, è un cult. Con “Lost in translation” è arrivato l'Oscar alla migliore sceneggiatura originale. Con “Marie Antoinette” un discontinuo ma ambiziosissimo sguardo sulla storia, un po' antico e un po' anni '80. E ora con “Somewhere” (nelle sale a dicembre), sguardo sullo star system moderno che racconta anche un po' del suo rapporto col padre Francis Ford, arriva il Leone d'Oro a Venezia. E la goffa ragazzotta dalla bellezza un po' rozza de “Il padrino III” (il papà, tra l'altro, fa uccidere il suo personaggio a fine film), quella Mary Corleone criticatissima, ora è una donna elegante e affascinante che è stata sposata con Spike Jonze, ha avuto una storia con Quentin Tarantino, presidente della giuria veneziana che l'ha premiata, e ora è innamoratissima di Thomas Mars, fondatore del gruppo musicale Phoenix, che le hanno scritto buona parte dell'ultima colonna sonora. Ed è una madre di due bimbe, pronta, nel suo viaggio a ritroso in una gioventù un po' strana, a guardarsi bambina, figlia di un padre ingombrante. 

Molti parlano della fine di un ciclo per lei, della tetralogia della giovinezza inquieta. è d'accordo?
«Non credo, non ho mai riflettuto sul fatto che ci potesse essere un ciclo e, se c'è stato, forse è già finito e questo potrebbe essere l'inizio di una nuova serie di lavori. So che mi interessano molto i momenti di transizione nelle vite delle persone. E qui avevo voglia di fare un'indagine sul mondo attuale dello show business, a partire dal guardare la Los Angeles quotidiana, la mia città. Comunque è vero che tutti i miei film hanno qualcosa in comune, è vero. E, in ognuno di essi, il passato o il paese lontano si richiama a riferimenti più moderni». 

Qui, in “Somewhere”, sembra esserci molto degli anni '70.
«Volevo recuperare alcune atmosfere precise, penso a pellicole come “Shampoo” o “American Gigolo”».

E non si è lasciata scappare l'occasione di mostrare un'Italia aberrante.
«Sono pochi minuti e vengono dalla mia memoria. Sono stata ai “Telegatti” qualche anno fa con mio padre e volevo restituire la mia esperienza (tragica e grottesca, a giudicare dal film - ndr). Ma non è diverso dal nostro show business, penso a un posto come Las Vegas. Ecco perché volevo catapultare Elle Fanning dentro questo mondo. Volevo restituire la confusione dei due protagonisti di fronte a quelle scene, non ridicolizzare il vostro paese, amo la cultura italiana e non avevo alcun desiderio di stigmatizzare la società italiana».

C'è molto di lei e suo padre in questo film?
«Certo, anche se Stephen Dorff è ben diverso da mio padre. è normale però che ci siano ricordi miei, reali nella pellicola. La scena del casinò, per esempio, è avvenuta realmente. Mio padre, da piccola, mi ci portò e mi insegnò a giocare. E così anche quella del gelato... in camera».

Era forse questo il momento di fare i conti con Coppola sr, un uomo e un artista così ingombrante?
«Volevo mostrare il risveglio di una coscienza addormentata, che può avvenire soprattutto e grazie a una figlia. L'arrivo di un figlio, io lo so, cambia tutto, le prospettive e le priorità si capovolgono. E volevo far sentire l'effetto dei genitori su questa figlia molto matura e bisognosa d'affetto, cosa le fanno queste persone troppo prese da se stesse, e poi mostrare cosa accade».

In “Somewhere” una volta di più si vede il suo amore per la musica. A quando un musical?
«La musica per me è fondamentale, adoro scegliere la colonna sonora. Il musical? Non credo sia nel mio futuro, ma chi lo può dire? Ho amato molto lavorare con musicisti, coreografi, riprendere e montare, per esempio, la scena avvilente della lap dance subito prima quella bellissima in cui Elle Fanning pattina, come un angelo. Ascolto molta musica quando scrivo e, spesso, mi vengono in mente delle canzoni mentre lo faccio. è la musica a sedurmi, prima ancora dei testi, per dare il giusto tono, il giusto umore alla scena».

L'abbiamo vista molto tesa all'anteprima. Molto di più di quando ha vinto il Leone d'oro.
«Certo che c'è paura quando il film esce, su come potrebbe essere preso da tutti, non è facile vivere quei momenti, perché ormai hai fatto tutto quello che potevi e dipende tutto dagli altri. Lì devi imparare a mantenere molto equilibrio. Una dote che stando in questo ambiente devi sviluppare costantemente. E anche il Leone è emozionante, soprattutto per chi è un po' italiano come me».

La storia di Cloe e Johnny Marco è un apologo sull'idea di dissoluzione della famiglia attuale?
«è la storia di un uomo che ha avuto tanto, forse troppo successo in poco tempo e probabilmente senza merito. Che ha visto, forse, spegnere la propria stella in fretta e di sicuro il sacro fuoco per il suo lavoro. è un ragazzo che deve diventare anche un uomo adulto e che lo farà inconsapevolmente questo passaggio, anche grazie alla dolcezza della figlia».

Lui, di fatto, non ha neanche una casa. Anzi, una ne ha, ma non è diversa dagli alberghi in cui finisce nel suo tour-vacanza.
«Vero, ma ammetto che gli hotel, forse perché io stessa vivo spesso in questi luoghi, hanno un loro fascino. L'albergo è un mondo a sé, con tutti quelli che ci vivono».

Era in dolce attesa durante la lavorazione del film e per la prima volta affronta un protagonista maschile. Le due cose sono legate?
«Credo di sì, quel momento acuisce le tue sensibilità e ti porta a capire meglio, forse, chi hai intorno. E così il mio Johnny è diventato un po' meno sconosciuto per me, sono riuscita a infilarmi nei panni di un uomo che si sveglia dopo una sbronza colossale o che fa venire due ballerine di lap dance a casa. E che scopre la vita attraverso gli occhi e il cuore della figlia. Non era facile».
 




FIGLIA D’ARTE
Sofia Carmina Coppola (New York, 14 maggio 1971), figlia del regista Francis Ford Coppola, comincia presto la carriera da attrice, apparendo da bambina in diversi film del padre, tra cui “Il Padrino”. Ma la Coppola si è imposta soprattutto come regista: ha scritto e diretto tre lungometraggi “Il giardino delle vergini suicide” (1999), “Lost in Translation” (2003), quest'ultimo le è valso il premio Oscar per la miglior sceneggiatura originale (nella foto a destra) e nel 2006 “Marie Antoinette”. A settembre al Festival del Cinema di Venezia ha vinto il Leone D’Oro con “Somewhere”.


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