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Toni Servillo: la forza dei giovani

Il lavoro dell’attore come strumento di elevazione morale, politica e intellettuale

Lun 27 Set 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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A Venezia è stato Gorbaciof, di Stefano Incerti, fuori concorso, e Mazzini in “Noi credevamo”, il lavoro momumentale di Mario Martone sul Risorgimento italiano. Sarà il famigerato Tonna ne “Il gioiellino” di Andrea Molaioli, sul caso Parmalat, lo si attende in “Una vita tranquilla” di Claudio Cupellini e in un film, all'estero, con Nicole Garcia. A Cannes Sean Penn ha voluto conoscerlo e, abbracciandolo, gli ha detto che gli ricordava Peter Sellers. Toni Servillo, per servirci. Perché questo capocomico che da 15 anni porta grandi autori e attori in tutta l'Italia, coerente e coraggioso nel suo sobbarcarsi oneri e onori del palcoscenico, è uno che ama il suo lavoro. Visceralmente. Una missione, per lui, fare teatro, recitare, portare testi necessari, urgenti al suo pubblico. E un uomo di rara umanità, tanto gentile (nell'animo e nelle attenzioni) almeno quanto è talentuoso. Servillo non è solo “Il divo” o “Gomorra”, è un artista e un intellettuale senza il quale il nostro Paese sarebbe più povero. Se ne dubitate, avreste dovuto vederlo nel Laboratorio organizzato da "La valigia dell'attore" diretta da Giovanna Gravina Volonté e il Centro Teatro Ateneo di Roma (grazie ai professori Ferruccio Marotti e Fabrizio Deriu), a Caprera. Cinque giorni, 10 ragazzi, 8 ragazze (provenienti dalle migliori scuole d'Italia) e un uomo che, con un'esigente generosità, ha condividiso con loro il suo mestiere. Sviscerandolo nella tecnica, ma soprattutto nel suo valore alto, intellettuale, politico. Un'esperienza unica.

Toni, di solito non entro nel privato, ma ho scoperto che suo figlio si chiama Eduardo...
«Confesso, c'entra anche la devozione che ho per De Filippo. Ma anche il fatto che sia un nome che, con la u, è particolare e ha un bel sapore latino».

Siamo alla Maddalena, il “regno” di Gian Maria Volonté. C'è emozione nel venire qui?
«Molta, Gian Maria è stato ed è un maestro per tutti noi. E di quest'isola è impossibile non innamorarsi. A parte queste suggestioni, però, va detto che “La valigia dell'attore” ha qualcosa di unico, parlare del nostro mestiere in questa maniera, con un approfondimento e un'attenzione che non si trova altrove, è un regalo per me. Così come aver vinto il premio Volonté che molti mi invidiano».

Sa che, sentendola parlare ai suoi studenti, alcune frasi sembrano uguali a quelle di Bergman e Volonté?
«Il nostro è un contributo linguistico e politico che diamo col nostro corpo, all'arte e non solo, ne sono profondamente convinto. Con le debite proporzioni, credo che ci accomuni - e in questa lista metterei anche Eduardo - l'ossessione che ci ha portato a sottrarre alla vita altre ipotesi che non fossero questo modo di stare al mondo e di raccontarlo. Bergman diceva sempre che la sua dinamo, il suo motore non sono mai stati carriera e ambizione, ma proprio quest'ossessione. Per alcuni, sempre meno, questo lavoro è uno strumento di elevazione morale, politica e intellettuale, di emancipazione. Per altri solo astratto successo e tappeti rossi. Ora si pensa solo al mercato, al successo, alla carriera, ma questo lavoro è approfondimento, capacità di lettura, disciplina e rinuncia. Già, perché coinvolge tutto di te, immaginario e corpo, non ha orari né feste comandate. Per questo fa male vedere come molti vendano, prostituiscano questo mestiere».

La situazione è così drammatica?
«Sì, trovo che troppi seguano specchietti per le allodole e che manchino esempi di rigore e coerenza per le nuove generazioni. Si scende troppo spesso a compromessi. Noi di Teatri Uniti, per esempio, non abbiamo mai recitato in teatri privati e il motivo è semplice: il teatro è un bene sociale e non si può transigere su questo, per quante lusinghe, economiche e non, ti facciano».

Alla Maddalena, con i ragazzi del Laboratorio, che esperienza è stata?
«Un'esperienza bellissima. Questi ragazzi sono molto bravi, desiderano imparare e in un paese come questo è importante avere attenzione verso i giovani. Non blandendoli, ma anche trattandoli severamente se necessario. Certo, non posso insegnar loro come stare sul palco, non fino in fondo: per me l'angoscia di entrare in scena è un plusvalore che non so replicare “a freddo”».

Il suo metodo è molto attento alla forma, ma anche alla sostanza del testo. Per lei l'attore non è solo un esecutore, ma un intellettuale?
«Certamente, non credo si possa entrare in scena senza capire profondamente, sentire dentro il testo. Con questi diciotto ragazzi abbiamo lavorato su testi di Goldoni e Molière. Il primo è un grande autore europeo, il secondo un genio che ha unito i francesi. Lo abbiamo visto rileggendo due loro opere, attraverso due protagonisti femminili straordinarie. Giacinta per il primo (nella Trilogia della villeggiatura), Celimene per il secondo (ne Il misantropo). Laddove Goldoni sfiora certi temi, certe libertà, certe scelte coraggiose, Molière le coglie in pieno e le supera. Se l'Italia è il paese che è attualmente, credo, è anche perché non ha avuto un Molière».

Quali sono i suoi modelli?
«Non pretendo di essere esaustivo, ma mi viene subito in mente Eduardo, ovviamente, anche per la grande documentazione che ha prodotto sul suo lavoro, che ti consente non solo di recitarlo, ma anche di leggerlo e vederlo. E poi Carlo Cecchi (anche lui presente a "La valigia dell'attore") e Leo De Berardinis, che purtroppo non c'è più. Loro mi hanno insegnato a fare connessioni e relazioni, tra capolavori passati e il presente, ad attingere a Pinter o Shakespeare, al Living Theatre. E poi c'è il lavoro meraviglioso con Anna Bonaiuto e Teatri Uniti (uno splendido esempio di cooperativa teatrale),  una palestra importante di verifica intellettuale in cui ci siamo inventati teatro e cinema indipendente, prendendoci grossi rischi e diventando l'uno il maestro dell'altro, portando a Napoli una professionalità che prima non c'era e una cultura della vita là dove predomina quella della morte. Un'esperienza unica».

Sa che parla come un rivoluzionario?
«Non mi sento tale. Ma forse ormai è rivoluzionario rivendicare coerenza e rigore, mostrare la forza dirompente di un gesto gratuito in sé, come la recitazione, in tutta la sua bellezza. E in effetti la bellezza è spesso rivoluzionaria. Condivido la demotivazione del maestro Bertolucci che dice che i giovani ormai immaginano solo quello che si colloca nel mercato, sono vittime di una narcosi provocata dal mercato e non più mossi da un sentimento di urgenza e necessità. Ma Il divo e Gomorra, la Trilogia della Villeggiatura che noi abbiamo fatto a teatro e che ha incassato più di molti nostri film, dimostra che si può comunicare anche a modo nostro. Non ci si deve arrendere a una pericolosa solitudine ideologica e narcisistica».

Una visione altamente politica del mestiere d'attore. è il suo criterio di scelta anche al cinema?
«Sì, credo che la scelta sia etica ed estetica. Scelgo belle sceneggiature, ma scelgo anche film che nessuno farà mai vedere in tv e che nessuno dei due colossi, Rai Cinema e Medusa, ha prodotto, come “Il divo”. Ricordo la preghiera - confessione di Andreotti (in cui si assume orgogliosamente le responsabilità della strategia della tensione dal’69 all’84, con la necessità di tutte le vittime che causò, ndr), Paolo Sorrentino me l'anticipò dicendomi che lo stavano guardando gli avvocati. Fu difficile e molto bello. Lì c'era qualcosa d'importante, ma c'era anche un testo forte: ricordo che ci fu un bel corto circuito, tra Sorrentino come regista di cinema e spettatore di teatro. Mi incitava a recitare come facevo in una pièce che ho interpretato anni fa, Rasoi».

Ecco, per esempio. Come si fa a interpretare “Il divo”, a dar vita a un personaggio così?
«Andando oltre la tentazione di un eclettismo sterile o all'imitazione. Ricordo, per esempio, che rilessi Manganelli, un eccezionale giornalista, che a un congresso DC definì quella classe dirigente “curiale e vedovile”. Una descrizione così intelligente e potente che mi aiutò molto. E poi rividi “Todo modo”: trovo che quelle atmosfere si addicano molto a “Il divo”».   
 



NON SOLO CINEMA

Nato ad Afragola (Na) nel 1959, sposato e con 2 figli, Eduardo (1996) e Tommaso (2003), negli anni della contestazione studentesca collaborò alla fondazione del Teatro Studio di Caserta. Nel 1986 si avvicinò al gruppo Falso Movimento e al regista Mario Martone, con il quale fondò Teatri Uniti, di cui attualmente è direttore artistico. Nel 2005, per il film “Le conseguenze dell'amore” di Paolo Sorrentino, ha vinto il David di Donatello e il premio IOMA come miglior attore protagonista ed un Nastro d'argento. Nel 2008 si è riaggiudicato il David di Donatello come miglior attore protagonista per “La ragazza del lago” di Antonio Molaioli. Straordinario nei film “Gomorra” di Matteo Garrone e “Il divo” di Sorrentino (premiati dalla Giuria al Festival di Cannes), che gli valgono il premio EFA (Oscar europeo) come migliore attore e un David di Donatello.


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