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Antonio Presti: sogno la bellezza e la realizzo coi bambini

Insieme a 2.000 bimbi ha trasformato in opera d’arte uno scempio architettonico

Lun 27 Set 2010 | di Valeria Bianchi | Interviste Esclusive
Foto di 8

L’utopia suscita domande. Antonio Presti ne ha un catalogo già pronto e lo sgrana ai suoi adepti come un rosario. Domande istintive, di pancia e, dopo trent’anni di opere impossibili realizzate, Presti sa già quali dubbi gli pioveranno addosso dalla gente a cui illustra i suoi progetti megalomani. Lui va e spiega. Senza concessioni, senza volare basso per fare l’amico del popolo. Parla di arte, di devozione alla bellezza, di cultura del dono. Roba eversiva. Perché, se uno sconosciuto bussa alla porta e annuncia che vuole farti un grande regalo, la reazione possibile è una sola: diffidenza. Non ci hanno ripetuto fin da piccoli che nella vita nessuno ci avrebbe regalato niente?
L’utopia è destinata a essere tradita. Quasi sempre. Ma partiamo da uno dei doni più recenti che Antonio Presti ha impacchettato. è destinato agli abitanti di Librino, un quartiere di Catania che si chiamerebbe Zen se fosse a Palermo, Quarto Oggiaro se fosse a Milano, Scampia a Napoli. Ci vivono centomila persone, la sorda muraglia che sostiene la tangenziale mai inaugurata lo taglia in due come uno sfregio. Al di là del muro non è più Italia, intesa come Stato. Non c’è traccia di mano pubblica: aiuole incolte, i pochi cartelli stradali raggruppati in un totem che una grata protegge da furti e vandalismi, un palazzone incompiuto occupato abusivamente fa da bancomat dello spaccio. Dagli edifici intorno saettano sugli sconosciuti gli occhi delle vedette dei pusher, pronte a dare l’allarme casomai per errore l’autorità pubblica si avventurasse oltre il muro. Un posto da cui fuggire Librino e, invece, Antonio Presti ci è arrivato apposta, da Messina. Eppure doveva essere un quartiere modello, un’utopia progettata dall’archistar di turno, il gruppo Kenzo Tange.
«Ma l’utopia di Librino è stata tradita e strumentalizzata dalle istituzioni», sibila Presti che l’anno scorso qui ha costruito una delle sue utopie. Ha reclutato duemila bambini delle scuole del quartiere per lavorare insieme a un gruppo di artisti a un’enorme installazione: un tratto di 500 metri del muro che divide il quartiere, dipinto di azzurro e decorato con giganteschi bassorilievi di terracotta, è stato trasformato nella “Porta della Bellezza”, un’opera monumentale di cui ha parlato la stampa internazionale. Ora Librino ha un’attrazione, non è più solo una svolta da evitare nella tangenziale per l’aeroporto di Catania.
Le utopie, a volte, sembrano miracoli. Chi avesse voglia di vedere come la Porta si è materializzata in una lunga striscia azzurra adorna di figure ancestrali, di centinaia di pezzi che ogni bambino di Librino può guardare e dire “quello l’ho fatto io”, smaltita l’incongruità del colpo d’occhio, dovrebbe far caso a quel che manca nell’utopia realizzata di Antonio Presti. Non c’è una scritta, una sberleffo spray, manco un “Dio c‘è” o “Fabio ti amo xxx”, né una formella sbreccata. Eppure non ci sono recinti, telecamere, filo spinato, niente. Mentre l’unica orma dello Stato, i cartelli stradali, sono sottochiave. «I ragazzi del quartiere me l’hanno chiesto, in tono di sfida – sogghigna Presti -: “e se qualcuno da fuori la rovina?”. E io gli ho risposto che in questo caso avremmo fatto una grande festa e l’avremmo riparata. Finora non l’ha toccata nessuno». Del resto non è dalla gente comune che, di solito, Presti si è dovuto guardare le spalle.
Ma le utopie, sempre, finiscono sotto processo. Ditelo a Tommaso Moro, che il termine utopia lo inventò (era il nome di un’isola, come la Sicilia) e finì in prigione. O Giordano Bruno, bruciato sul rogo. Chi sogna di realizzare l’irrealizzabile farà bene ad assumere un buon avvocato. Antonio Presti ancora non brucia e, del resto, non è in odore di martirio, anzi, nessuno potrebbe dubitare che è più peccatore che santo. Non fosse altro per le biografie: chi lo definisce “mecenate”, gli affibbia sempre anche l’aggettivo di “controverso”. Un po’ per la già descritta diffidenza che suscita la sua attività. Ma anche per i tanti guai che si è attirato. Suo padre era uno che contava a Messina. Patron della squadra di calcio della città, proprietario di un’impresa di costruzioni dedita agli appalti pubblici, mestiere che in zona richiede una certa attitudine a fare i conti con il potere, anzi con i poteri, quelli istituzionali e quelli sommersi, che in Sicilia poi, tanto sommersi non sono. Negli anni ‘80 Presti eredita l’azienda, ma, essendo chiaro che sedersi a quel genere di tavoli non fa per lui, avvia un’attività di sistematica dilapidazione del patrimonio di famiglia. Rovescia il tavolo, insomma, e, spiazzando i commensali, comincia a donare. Sceglie Castel di Tusa, un minuscolo paesino della costa messinese, uno dei tanti in zona che offre mare e nient’altro. Presti incontra artisti, ne ammira le opere e li convince a cercare sulla mappa quel paese e realizzarvi una serie di installazioni artistiche di dimensioni gigantesche. Alte 20-25 metri. A fine anni ’80, ad esempio, va a trovare Tano Festa, vede il bozzetto dell’opera “Monumento per un poeta morto” dedicata al fratello scomparso dell’artista e gli chiede di realizzarne una versione enorme sul lungomare di Castel di Tusa (Me). Non è uno a cui sia facile dire di no, il turbine Presti. L’opera ora è lì, immensa, spettacolare anche nella noncuranza con cui è tenuta: tutti la chiamano “La finestra sul mare”. Ne fa costruire altre lungo gli argini di una fiumara, uno di quei torrenti che d’estate sono completamente secchi. Nella campagna di Tusa nasce così un percorso straniante: giri una curva di una stradina e ti ritrovi davanti un’enorme onda azzurra o un labirinto di pietra con un inquietante ingresso a ogiva. Opere di artisti rinomati come Pietro Consagra o Mauro Staccioli. Devozione alla bellezza, in posti belli, ma che l’uomo aveva finora solo cercato di peggiorare. Panorami dove l’abuvisismo edilizio, quello che snatura e rovina, è la regola. Eppure a ritrovarsi accusata in tribunale di essere abusiva invece che la speculazione cementizia è l’arte regalata. Che ha il vizio di non essere a fine di lucro. Donare? Un lusso inammissibile. La battaglia legale ha una certa eco, nasce una mobilitazione e Presti alla fine risolve ancora una volta con la sua filosofia: regala tutto alla Regione, in cambio dell’impegno alla manutenzione delle opere. Nasce il Parco Fiumara d’Arte. E quando le istituzioni locali disattendono l’impegno e alcune delle opere, tra cui la “Finestra sul mare”, rischiano di cadere a pezzi, lui rilancia con un’altra battaglia, una manifestazione in cui l’opera di Tano Festa viene chiusa. «Così hanno avuto il mio messaggio: io ho aperto una finestra sul mare e io la chiudo». Le utopie richiedono tenacia. C’è un passaggio dello scrittore palermitano Roberto Alajmo che spiega bene il rapporto di Antonio Presti con le istituzioni locali: «Ancora oggi, assodato che è difficile farsi corrompere da lui, ogni tanto provano attivamente a corromperlo, offrendogli un mucchietto di denaro pubblico da spendere per le sue utopie, come se fossero altrettanti trastulli infantili. E lui rifiuta, rilanciando su un piano diverso. A chi gli propone una mostra, con tanto di vernissage e cena di gala, lui risponde con progetti pluriennali che coinvolgono le scolaresche di mezza Sicilia».
Il braccio di ferro con le istituzioni ha fatto perdere a Presti buona parte del suo patrimonio, per qualche anno gli ha impedito di continuare a inseguire i suoi sogni. Ma alla fine ha vinto lui, l’opera è ripresa. Presti continua a sprigionare energia in quantità misteriosa, a catalizzare forze, a coinvolgere artisti, trovando in un modo o nell’altro le risorse. Solo per elencare i suoi ultimi blitz, nel 2009 c’è stata la Porta della Bellezza, nel 2010 la costruzione di una piramide, una vera piramide alta 30 metri, realizzata dall’artista Mauro Staccioli sul 38esimo parallelo, lo stesso che divide in due la Corea che, guarda caso, passa proprio nei pressi di Castel di Tusa. La si può vedere in lontananza dall’eccentrico albergo che Presti ha aperto nel paese, l’Atelier sul Mare: ogni stanza è un’opera d’arte da vivere dormendoci dentro.
Le utopie richiedono che qualcuno ci creda e anche altro. La prossima è ancor più straordinaria: Presti sta mettendo insieme cento bambini di Librino da far lavorare insieme a fotografi d’arte. Impareranno a usare la macchina fotografica e poi ciascuno dovrà ritrarre 300 persone che conosce, 300 persone che fanno parte del suo mondo. Le foto dovranno essere scattate in modo che ciascuno dei soggetti, guardandole esclami: “Che beddu che sugnu” (che bello che sono!). Di ognuno va colta la bellezza, dice Presti ai bambini. Trecento per cento scolari fa 30.000 persone i cui volti verranno proiettati sulle facciate cieche dei palazzi del quartiere e su porte giganti appositamente costruite. Librino diventerà una sorta di museo della gente, unico al mondo. «Pensa, solo alla festa d’inaugurazione: inviteremo 30.000 persone», ride soddisfatto Presti.
Chi meglio dei bambini per credere che l’irrealizzabile può essere realizzato? L’uomo delle utopie incontra ogni bambino per verificare che abbia le motivazioni giuste, che non lascerà il lavoro a metà. Assisto all’incontro con un bambino sveglio che si chiama Federico. Lui accetta entusiasta e Presti gli elenca le domande che gli porranno le persone a cui proporrà di essere fotografate. Prima la diffidenza: “Cu c’è sutta?”, ti chiederanno. «E tu – spiega - rispondi che sotto c’è solo quello della Porta della Bellezza. E poi ti chiederanno: “chi glielo fa fare?”. E tu rispondi che è matto. E poi aggiungi: “però è una bella cosa”». Scommettiamo che ce la fa?  
 


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