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L’America alle midterm elections

Basterà l’economia a cambiare la maggioranza al Congresso?

Lun 27 Set 2010 | di Manuela Senatore | New York
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A due anni dalla trionfale elezione a Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama sarà votato dagli americani sulla base del suo operato. Il 2 novembre, milioni di elettori voteranno per i 435 seggi della Camera dei rappresentanti e per 37 dei 100 seggi del Senato, mentre 37 stati eleggeranno il proprio governatore. Secondo la stampa americana le midterm elections (elezioni di metà-mandato) saranno soprattutto un referendum sul presidente.
Ma è proprio a questo che servono, visto che si celebrano sempre a metà del quadriennio tra le elezioni presidenziali. Tradizionalmente ardue per il partito del presidente in carica, queste midterm saranno una sfida per i democratici: secondo tutti i sondaggi i repubblicani sarebbero in vantaggio e destinati a riconquistare la maggioranza al Congresso.

I limiti del Presidente

Molti puntano il dito sul crollo di popolarità di Obama che, all’inizio del mandato, godeva di un indice di gradimento del 68%, mentre adesso ha una popolarità pari a circa il 45%. Un elettore su quattro ha cambiato idea su di lui, specie tra gli elettori bianchi, gli indipendenti, e quelli con meno di trent’anni. I repubblicani hanno fatto di tutto per accelerare la caduta di consensi di Obama, bloccando ogni passo del suo cammino e ostacolando ogni legge da lui sostenuta. Eppure il presidente ha realizzato molti punti della sua agenda: la riforma sanitaria, la riforma finanziaria, il ritiro definitivo delle truppe di combattimento dall’Iraq, l’inizio di nuove politiche energetiche. Molte delle critiche verso di lui sparirebbero all’istante se l’economia decollasse davvero, ma per ora molti americani sono pessimisti, e a ragione, sulla situazione economica.

L’economia non decolla
Ad oltre il 9%, la disoccupazione rimane ostinatamente alta: secondo il Dipartimento del Lavoro 15 milioni di americani sono disoccupati e quasi nove milioni lavorano part-time perché non trovano un’occupazione a tempo pieno o hanno subìto una riduzione di orario. Molti di loro voteranno il 2 novembre ed è facile immaginare che l’economia debole sarà il loro pensiero principale al momento del voto. Nel 2009, con la nuova amministrazione alla Casa Bianca, uno dei primi atti del Congresso fu quello di passare un piano di stimolo economico da 787 miliardi di dollari (The American Recovery and Reinvestment Act). L’amministrazione di Obama rivendica che questa misura ha tenuto in vita o creato tre milioni di posti di lavoro, mentre i repubblicani osservano che questo enorme sforzo di spesa pubblica non ha affatto contenuto il tasso di disoccupazione, che è anzi cresciuto. I liberali invece avrebbero voluto interventi perfino più drastici.
In realtà, il Recovery Act è una legge con una missione ancora più grande che salvare posti di lavoro. Il suo obiettivo di lunga durata è quello di trasformare l’economia americana  e renderla competitiva nel ventunesimo secolo, superando la dipendenza dal petrolio con le energie alternative, contrastando il riscaldamento globale, informatizzando la sanità e l’istruzione, modernizzando le infrastrutture e promuovendo la ricerca. Ma i suoi risultati si vedranno nel futuro e comunque molto dopo questa competizione elettorale.

La battaglia del deficit
Per ora la preoccupazione maggiore, accanto all’economia, è il deficit di bilancio, che secondo le previsioni arriverà al nuovo record di 1,47 trilioni di dollari quest’anno (9% del PIL). L’esplosione del debito federale ha suscitato reazioni forti e perfino la nascita di un partito. Emerso nel 2009 con una serie di proteste coordinate a livello locale e nazionale, il Tea Party si richiama all’omonimo partito fondato nel 1773 a Boston come protesta contro il governo britannico. Le sue manifestazioni usano temi, immagini e slogan simili a quelli del periodo prerivoluzionario della storia americana. I suoi affiliati sono di solito sostenitori o simpatizzanti repubblicani e, soprattutto, detrattori di Obama. Lo stesso partito repubblicano ha lanciato un’iniziativa chiamata YouCut per mettere fine alla “cultura della spesa” nel Congresso. YouCut consente ai cittadini di scegliere il loro taglio di spesa preferito: votando su internet o via cellullare chiunque può indicare quale programma federale eliminare da una lista aggiornata settimanalmente. Il taglio di spesa più scelto dai cittadini viene portato al voto davanti alla Camera.
 



CHE FARANNO I REPUBBLICANI SE AVRANNO LA MAGGIORANZA?
È ancora possibile che la fortuna del presidente Obama cambi e che l’economia dia segni di vita aiutando i democratrici a conservare la maggioranza al Congresso, sebbene risicata. Ma, se fossero i repubblicani ad avere la meglio, cosa farebbero con la loro maggioranza? Il partito al potere in ciascuna camera domina le Commissioni, dove si prendono decisioni determinanti su tasse, immigrazione e sanità. Ma per vincere le partite grandi ci vogliono disciplina di partito e soprattutto idee forti. Per ora, su tutti i temi che stanno a cuore al paese le proposte repubblicane non sono andate oltre il rifiuto per le proposte di Obama. Quanto è cambiato in quattro anni il partito del criticatissimo Bush, quello la cui agenda economica poco ha fatto per prevenire la più grave crisi finanziaria dalla Grande Depressione, quello la cui politica estera ha portato più nemici che amici agli Stati Uniti? La parola, come sempre, agli elettori.     


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