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James Ivory: del lavoro? Posso farne a meno

Il segreto per essere un buon regista

Gio 21 Ott 2010 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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«Grazie per le belle domande, è stato un piacere». Capita davvero raramente in un incontro di scovare qualcuno come James Ivory. Disponibile e allo stesso tempo deciso, signorile, ma mai accondiscendente. Sembra di avere di fronte un gentiluomo d’altri tempi e la cosa, francamente, è piacevole. In Italia è venuto per “Quella sera dorata”, film calligrafico e ispirato dal libro omonimo. Un racconto dal sapore un po’ post colonialista che porta il regista in un’ennesima tappa del suo giro del mondo. Tanti anni in India, poi l’Europa, per “La contessa bianca” in Cina e infine, ora, in Argentina. Per raccontare di un ragazzo, un dottorando che deve, per ottenere una borsa di studio, scrivere la biografia di uno scrittore suicida, nonostante la famiglia si neghi a tutti. Spinto dalla fidanzata andrà a scovarli nella loro casa, in una villa opulenta e dimenticata. Finendo in un mènage familiare particolarissimo, tra l’indolenza di Anthony Hopkins, la depressione di Laura Linney e la sensuale instabilità di Charlotte Gainsbourg. Ivory, attraverso questo film ci racconta un po’ il suo cinema e un po’ se stesso.

Peter Cameron, a lungo ignorato dal cinema, ora trova in lei e Faenza due registi che portano i suoi romanzi più belli sul grande schermo. Come mai?
«Nel mio caso ho apprezzato molto la leggerezza della storia, che si muove tra liti e conflitti e poi, come in un'opera di Mozart, si rifugia in una strano ma lieto finale. Qui c’è grande spazio per confronti e infinite dissertazioni che raramente si vedono nel mio cinema. C’è la capacità, come sempre dovremmo fare tutti, di scandagliare l’animo proprio e altrui senza sprofondarci dentro. A proposito, però, della citazione mozartiana, ci tengo a dire che la presenza de “La vedova allegra” in colonna sonora è anche e forse soprattutto frutto del caso. Anthony Hopkins aveva il cd con sé, da bravo melomane, e l'ha messo sul set per farcela sentire, in una pausa. Alla mia grande sceneggiatrice e scrittrice Ruth Prawer Jhabvala è sembrata adatta e ha deciso che doveva esserci».

Lei è molto legato alla sua squadra. E con Ruth e Ismail Merchant formava un trio efficace e inseparabile. Vi manca quest’ultimo?
«Moltissimo, e devo dire che su questo set la mancanza è stata ancora più evidente, si è fatta sentire ancora più acuta. A Ismail (suo compagno di lavoro e di vita da decenni, scomparso pochi anni fa- ndr), infatti, sarebbe tanto piaciuto girare in questa Argentina così simile all'Uruguay di Cameron, in luoghi incantevoli come si vedono in questo film. Se l’era sempre immaginata, proprio come lo scrittore, che peraltro mai era sceso sotto il Messico. La storia si gioca tutto tra queste particolarissime ville coloniali e una nostalgia fortissima per il vecchio mondo».

Nostalgia che lei condivide?
«In parte sì, lo ammetto. Trovo che a quella realtà siano legati valori e bellezze che ora ci neghiamo. C’era una lentezza particolare, si assaporava la vita invece di divorarla. E così è anche più difficile amare questo mondo. Molti mi chiedono perché io parta così spesso dai libri per i miei film: io rispondo sempre che nel passato non è stato così, ma che ora è sempre più difficile trovare buone sceneggiature originali belle. Credo ci sia un declino di qualità, delle opere come della vita, in questa epoca».

Ritrova Anthony Hopkins, dopo “Surviving Picasso”.
«Un film in cui fece una performance straordinaria, secondo tutti noi e me per primo. E posso rassicurare tutti sul fatto che io sia molto esigente. Ma di lui ricordo che visse il ruolo con grande sofferenza e che non era soddisfatto del suo lavoro. è stato bello ritrovarlo, più sereno e contento, in una realtà in cui ha saputo amare quello che ha fatto. Prima, durante e dopo la lavorazione. Gli altri componenti del cast, invece, non li conoscevo: bellissimo scoprire artisti e persone di tale caratura, un bel viaggio e una bella sfida».

Hopkins, a suo modo, sembra un suo alter ego, si ha l’impressione che condividiate molto.
«Ad essere sinceri, non credo. Lui è un gallese che non sa stare senza il lavoro, io posso farne tranquillamente a meno, lui è una star e io no, lui è un compositore e io no. Ecco, forse condividiamo solo l'essere due pittori dilettanti! Scherzi a parte, pur avendo notevoli diversità, forse ritroviamo l’uno nell’altro una certa particolare sensibilità».
 
Lei è stato capace di non farsi condizionare da questo mondo drogato dalla voglia di profitto, dalla frenesia, dalla superficialità. Ci svela il suo segreto?
«Non ho la ricetta, ma credo che per essere un buon regista, e quindi un buon osservatore e un buon narratore, il segreto è trovare sempre la gioia di lavorare - in te e negli altri - e il tempo di leggere. Anzi, tutti dovremmo trovarlo, indipendentemente dalle nostre professioni. Poi, nel mio caso, ovviamente hai bisogno anche di allenare sempre il tuo occhio a una visione costantemente cinematografica, di tutto. Bisogna educarsi a vivere con certi ritmi e tanti interessi, e non a caso il mio cinema mette insieme l'autobiografia, frammenti delle vite di Ruth, di Ismail e della mia. A volte scopro che c’è molto della mia vita in un film rivedendolo dopo anni. E la cosa ancora mi colpisce molto».
 
E ora lavorerà in Italia, vero?
«Sì, a un progetto per il cinquecentenario del Vasari, uno spettacolo dal vivo tra immagini e danza, che verrà messo in scena a Piazza della Signoria per una settimana nel 2011, e che ora è ancora un work in progress».          
 



REGISTA DA OSCAR
Nato nel 1928 a Barkeley, ha ottenuto molti riconoscimenti per le pellicole da lui dirette: “Camera con vista” è stato candidato ad 8 premi Oscar, ha vinto due David di Donatello per il miglior film straniero e per il miglior regista. “Maurice” ha vinto il Leone d'Argento per la regia. “Mr. & Mrs. Bridge” ha ottenuto una nomination all’Oscar per la migliore attrice. “Casa Howard” ha ottenuto l’Oscar per la migliore attrice protagonista, la migliore sceneggiatura non originale e la migliore direzione artistica e scenografie. “Quel che resta del giorno” ha ottenuto 8 nomination all’Oscar.


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