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Luciano Vincenzoni: Se la vita non la vivi non la scrivi

Un mostro sacro del cinema con una vita che è molto di più di una strepitosa sceneggiatura

Gio 21 Ott 2010 | di Barbara Bizzarri | Interviste Esclusive
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Tempo fa ho letto “Pane e Cinema”, il libro di Luciano Vincenzoni, e mi ha folgorata: letteralmente. Ma ci è voluto un atto di coraggio per cercarlo, telefonargli e andare a casa sua per l’intervista. Perché i miti è meglio lasciarli dove stanno e, per un appassionato di cinema, Vincenzoni non può non esserlo. Mi avevano messa in guardia: ha un carattere difficile, ti conviene lasciar perdere. Ho avuto la conferma che è sempre meglio non ascoltare troppo i consigli: il mito non ha deluso e io ho avuto la fortuna di conoscere e intervistare una persona vera e un uomo incantevole, di rara gentilezza. Abbiamo parlato un pomeriggio intero. Mi è dispiaciuto andare via.

Da dove nasce il suo grande cinema? Secondo lei perché al giorno d’oggi non ci sono più storie belle come quelle che lei scriveva?
«La mia generazione ha vissuto delle tali esperienze, abbiamo vissuto i vent’anni terribili del fascismo, abbiamo vissuto l’orrore della guerra con la fame e le bombe, e poi il dopoguerra, il miracolo economico, la ricchezza, la libertà. Sono tutte esperienze che hanno creato in noi una materia che alimentava la nostra immaginazione. Quindi potevamo scrivere delle storie o drammatiche o comiche ma con dietro esperienze incredibili. Quelli che sono nati nel ’45 e che hanno cominciato a scrivere nel ’65, che cosa sanno della vita? Hanno patito la fame? No. Perché papà gli ha regalato la lambretta quando erano alle elementari, l’automobile appena hanno avuto la patente. Vestono firmati, portano i jeans che io compero a sei euro, loro li pagano centotrenta perché devono essere firmati. La ragione per cui la nostra generazione scriveva film migliori è proprio perché uscivamo da esperienze straordinarie. Se la vita non la vivi, non la scrivi! Cosa hanno vissuto loro? Anche certi miei colleghi bravi hanno limitato il loro potenziale, vivendo una vita da impiegati: la mia signora, i pupi, i problemi della casa. Io no. Ho passato tutta la vita a donne, a giocare d’azzardo nei casinò, viaggiare all’estero, conoscere mascalzoni, conoscere duchi, re, principi, e poi i più luridi trafficanti. Ho fatto esperienza. Ho vissuto. Sono andato in America per quindici anni e ho vinto, anche lì. In un paese dove non parlavo la lingua, ma ho imparato lì. A letto con le donne: il miglior modo di imparare».

A proposito di America, lei dice sempre che rimpiange di non essere rimasto negli Stati Uniti.
«Certo. Lì i miei amici erano Walter Matthau, Frank Sinatra, Kirk Douglas, Billy Wilder... Le donne erano la figlia di Sinatra, le attrici… sono venuto in Italia e per voi un attore è Abatantuono. Mi ricordo, ero appena arrivato a Roma e un mio collega, Sergio Donati, con cui ho fatto molti film, mi ha portato al cinema: vieni a vedere, c’è un film in via Cola di Rienzo. Era un film con Abatantuono: dopo venti minuti ho detto, torno in America. Mi è passata la voglia di scrivere film e mi sono messo a scrivere per i giornali. Per chi scriverei? Non ci sono i registi, non ci sono i produttori, non c’è più nessuno. Quella avventura splendida che ho avuto con De Laurentiis dei sette progetti, cosa da guinness dei record, nessuno al mondo… però avevo davanti un produttore che l’ha capito, che ha comprato. Le ultime due sceneggiature che ho scritto, bellissime, con Rodolfo Sonego, un mio collega bravissimo, volevamo produrle noi. Non abbiamo trovato niente. Né la Rai, né Mediaset, nessun produttore, nessuno. Poi è morto il regista, che doveva essere Nanni Loy, è morto Rodolfo Sonego e io mi sono avvilito. Ho detto basta, io per il cinema italiano non scrivo più. Le sceneggiature sono ancora qui, non sono state fatte. Quando vedo i film italiani degli ultimi vent’anni e penso alle nostre due sceneggiature, Dio mio, quanti ce ne vorrebbero di loro qui per fare il nostro, che non è stato fatto. Perché non era abbastanza volgare, perché non era abbastanza miserabile».

Pensa che ci sia una decadenza del cinema italiano? Tutti dicono che c’è bisogno di idee, che vogliono buone sceneggiature, belle storie…
«Ma non è vero niente. Si guardano l’ombelico. Non lo vede cosa scrivono, che film fanno?».

Questo dipende dal fatto che non hanno coraggio, che c’è un appiattimento culturale generalizzato?
«Intanto cominciamo col dire che quelli che fanno il cinema sono persone fallite in tutto il resto. Non sono riuscite a prendere una laurea, non hanno trovato un impiego al catasto, non hanno trovato neanche una licenza per guidare il taxi. E allora, che famo? E famo er cinema, no? Lo fanno tutti… e si mettono a fare il cinema. Ma io li conosco… hanno la capacità mentale, la sensibilità di un norcino e fanno i film. Io li ricevo, qua. Non sanno coniugare i verbi e vogliono scrivere. Abbiamo andato… è incredibile. Io non parlo neanche più di queste cose. Se restavo in America, dove ho venduto dodici storie, alcune realizzate, altre no, ma mi ero fatto un mio posto, avevo i miei amici, stavo bene, con gente intelligente, colta. Sono tornato qui e mi sono chiuso in casa con la mia gatta. Adesso non ho più nemmeno la gatta».

Non ha mai pensato di ripartire e di lasciare l’Italia?
«No. Sono stanco anche di viaggiare. E poi sono venuto via dall’America nel 1985, ci sono tornato per lavoro fino al 2002. In quegli anni che ero stato via avevo perso i contatti, qualcuno è morto. E allora… tanto, devo parlare italiano, devo scrivere in italiano… meglio tornare in Italia. Avrei dovuto andare nella mia Treviso, la città dove sono nato e cresciuto, dove le strade sono pulite e si beve del buon vino. Le donne sono molto generose, belle. A Treviso sono molto amato. Hanno organizzato delle feste per me, nel 2000 per dieci giorni sono stato l’imperatore della città».

Il suo libro, “Pane e Cinema”, è incantevole…
«L’ho scritto in pochissimo tempo. L’ho dettato direttamente a mio nipote, che ha il computer. Nella lettura si capisce che più che scrivere, io racconto. Tengo l’attenzione sempre tesa, non annoio».

Nel panino, oltre al cinema, cosa c’è? Cosa la appassiona?
«Io sono stato un grande amante della musica americana, sono stato amico di tutti i grandi, da Armstrong, Hamilton, Ella Fitzgerald, tutti… ho vissuto nel mondo del jazz. Da bambino compravo i dischi alla borsa nera, perché erano proibiti, i dischi americani. Poi questi artisti li ho conosciuti personalmente. Ho avuto fortuna io nella vita, ho conosciuto tutti quelli che volevo conoscere».

Esiste la fortuna senza il coraggio? Nel suo libro lei sembra non solo fortunato ma anche coraggioso.
«Se il coraggio è faccia tosta sì. Io sono un timido, la disperazione mi ha fatto fare i gesti. Il gesto con De Laurentiis, io ero spinto dalla fame. Quel giorno, o lui mi riceveva o gli rovesciavo il tavolo in testa, ero deciso a andare in galera».

Un incontro rocambolesco…
«Sì. Per fortuna quando irruppi nella stanza c’era Carlo Lizzani, che ha calmato De Laurentiis e gli ha detto “lo conosco, è giovane - a quei tempi ero giovane - ascoltiamolo”. E io gli ho subito regalato il film “Il Gobbo”, l’ha fatto lui».

Di tutto quello che lei ha creato, cosa ama di più? Non deve necessariamente rispondere il titolo di un film.
«Le dico la verità: più o meno, sono scontento di tutto. Anche se i miei film hanno avuto successo, hanno vinto i premi, hanno fatto i miliardi. Ci sono una quindicina di film che preferisco, poi ce ne sono molti che ho scritto proprio solo per andare al casinò e giocare. Ma una quindicina, che hanno vinto quei Festival qua e là… non una cosa in particolare. Ho delle storie che non sono state realizzate e che mi piacciono di più di quelle realizzate. Forse le pubblicherò».

Nel suo libro parla anche di donne. Donne bellissime, affascinanti, molto amate. Però ha scelto di non avere una famiglia. Qual è la sua idea dell’amore?
«Non lo so. Ho amato tutte le donne che ho incontrato. Ero fidanzato con Doris, la donna più bella del mondo, che vede là dipinta - indica un ritratto appeso alla parete - e la tradivo con tutte le ragazze del guardaroba che incontravo a Parigi, con le cameriere. A me bastava vedere una donna, diventavo matto. Ho avuto donne bellissime. E ho avuto una fortuna: a me normalmente piacciono le belle donne, ma mi sono piaciute anche donne che agli altri non piacevano, o perché erano troppo grosse, o perché erano un po’ ruspanti… a me andava bene tutto. Amo le donne. Ho amato le donne. Molto».

Non rimpiange di non avere accanto una compagna, oppure le piace?
«No, no. Sono felicissimo. Ho avuto la fortuna di vaccinarmi molto presto. Mi sono sposato a diciannove anni con una ragazza abruzzese di diciassette. Siamo stati sposati sei mesi e poi abbiamo tentato di ammazzarci a colpi di ferro da stiro, ci siamo separati. Sono il primo divorziato d’Italia e sono felicissimo. Non ho più avuto la tentazione di sposarmi. Non credo nel matrimonio, non credo nella fedeltà, non credo nella famiglia. Non credo in niente».

Quindi, come diceva Kazantzakis, lei è un uomo libero.
«Sì. Assolutamente».

C’è qualcuno che considera come un erede spirituale, in grado di fare ciò che ha fatto lei?
«Nuovi, no. Nel passato ne ho incontrati, ho avuto la fortuna di conoscere Kerouac, l’autore di “Sulla strada”. Sono stato in buoni rapporti con Bukowski. Prendevamo delle sbronze, insieme… e parlavamo male degli americani. Sono stato amico di Billy Wilder, che è il più grande regista della storia del cinema. Era un mio grande ammiratore. Il produttore Roberto Haggiag ricorda che Wilder gli disse: “In Italia hanno un genio e non lo sanno, è Vincenzoni”. Detto da Billy Wilder… sei Oscar e venti nomination. Io sto zitto, perché se lo sanno i miei colleghi, mi fanno i malocchi!».

Il nostro è un Paese di invidiosi, è risaputo. Ma torniamo a Billy Wilder, lei ne parla in modo commovente.
«Con Billy Wilder il rapporto è nato nel lavoro e poi è continuato nella vita. Mangiavo da lui almeno due volte a settimana, perché se non mi vedeva almeno due volte a settimana stava male. Ho avuto la fortuna di conoscere a casa sua tutta Hollywood: lui dava ogni settimana un party, c’erano tutti i più grandi attori e i più grandi autori. Quando ho deciso che volevo diventare membro del Writers Guild of America, cioè la SIAE americana, che è difficilissimo, non si entra, bisogna aver fatto tre film in America e bisogna essere appoggiati da due padrini che ti presentano, beh, io sono stato presentato da Billy Wilder e Neil Simon. Anche Neil Simon era un amico, al punto che quando gli telefonava Wilder e gli diceva, venerdì sera vieni, c’è una festa, lui chiedeva “C’è il pazzo italiano? Se no, non vengo”. Con me si divertiva».

Cosa la ispira nel suo lavoro? Mi parli degli scrittori che ama.
«Céline è stata la base. E poi ci sono altri scrittori via via che ho letto. Fra gli italiani, Goffredo Parise è l’unico, gli altri sono cialtroni. Goffredo Parise era un grande scrittore e ha scritto cose bellissime: infatti era un mio amico. Ma ho letto tutto, ho letto talmente tanto... mi ha aiutato molto. Leggere è il consiglio che dò ai disgraziati che vogliono fare questo mestiere: leggete, dovete leggere. Se non leggono, non imparano a scrivere».

Lei ha spesso parlato delle difficoltà dei suoi inizi: racconta che c’era una specie di “cricca” del cinema, e che fosse molto difficile farne parte.
«Comincio col dire che la mafiosità è una malattia endemica degli italiani. Non è vero che esiste solo in Sicilia, esiste dovunque. Le corporazioni sono mafia e non entri se non c’è la spinta politica. Quindi, mafiosità. Quando io sono venuto a Roma, a fare cinema, e ho avuto la fortuna… io sognavo di venire, ma non avevo i soldi, finalmente ho avuto quel colpo di fortuna di quell’ufficiale a cui avevo offerto un cognac durante la guerra...».

Tony Roma.
«Mi ha fatto fare degli affari con lui, ho guadagnato dei soldi e poi lui ha deciso di fare la produzione, perché aveva conosciuto Rossano Brazzi che l’ha convinto a fare un film con Maria Felix. Mi ha chiamato perché io parlavo di cinema, ero l’unico che sapeva di cinema e allora mi ha fatto fare il produttore. Avevo vent’anni: sei mesi prima mi volevo suicidare perché ero alla fame, sei mesi dopo abitavo al Grand Hotel a Roma, avevo un ufficio a via Piemonte, ero il produttore. E tutti i registi, gli scrittori di cinema, venivano a offrirmi… i giornali scrivevano, questi giovani venuti dal nord, ricchissimi… e allora ho fatto quel film e avevo guadagnato anche molto bene. Poi, però, ho conosciuto tutti, mi mandavano delle cose e leggendo la roba che mi mandavano ho pensato “ma io scrivo meglio”. E allora ho deciso di restare a Roma. Intanto ero riuscito a mangiarmi tutti i soldi al casinò, quindi ero a Roma senza soldi. Dormivo alla Stazione Termini, non avevo neanche i soldi per una pensione e andavo a girare intorno a Rosati in via Veneto, allora era molto chic, c’erano tutti gli intellettuali. Non rispondevano mai quando li salutavo, non mi guardavano: non esistevo. L’unico che mi trattava umanamente era un abruzzese: Ennio Flaiano. Aveva simpatia per me e per aiutarmi mi presentò a un regista americano, pensando che poteva darmi un lavoro e questo mi ha fatto fare l’attore in un film. Mi vergogno, è stata l’unica volta che ho fatto l’attore. Insomma, nessuno mi rivolgeva la parola, non potevo entrare: non si entrava perché il regista tale aveva i suoi scrittori e così via. Non ti facevano entrare. Erano tutti insicuri. Quando ho venduto i sette soggetti a De Laurentiis che era il più grande produttore e distributore è successa una cosa da cui è nato l’odio per Vincenzoni, che non è mai cessato e che continua ancora oggi».

Ancora oggi?
«Un certo giorno del ’58, De Laurentiis, al Cinema Fiamma, annunciò il suo programma: ha invitato tutto il mondo del cinema, sette-ottocento posti tutti occupati. Registi, scrittori. Lui va sul palco e dice: “Primo film diretto da Monicelli, con Sordi e Gassman, soggetto di Vincenzoni. Secondo film, Sordi e David Niven diretto da un regista americano, soggetto di Vincenzoni. Terzo film, ‘Il Gobbo’, diretto da Lizzani, soggetto di Vincenzoni”. A questo punto, le ottocento teste di quei mascalzoni che non rispondevano ai miei saluti, che mi umiliavano, tanto che uno di loro mi aveva detto una sera “ma Vincenzoni, perché ti ostini a venire, tu non sei un intellettuale, perché non ti trovi una bella rappresentanza? Sei simpatico, potresti vendere profumi, cosmetici…” e, a un certo punto, lui e tutti gli altri hanno cominciato con il “se vedemo dopo”, volevano tutti vedermi e parlarmi. Naturalmente ho rifiutato. Comunque De Laurentiis annunciò i sette film e da quel momento è cominciata la mia carriera. Io sono uno che batte come un fabbro, ho continuato con tutti, con gli americani, con Sergio Leone, non ho mollato più. Un altro motivo per cui è molto strano che io abbia fatto carriera è che io non sono mai stato, come tanti autori italiani che fingevano, comunista, perché se non eri comunista non facevi carriera. Ufficialmente ero uno a cui piaceva il denaro, il lusso e la gente ricca. Comunista no. Un liberale, ecco. Mi hanno odiato. Tant’è vero che quando sono andato in America a lavorare, ero un servo degli americani, no? Addirittura al Festival di Mosca del ’68, un italiano di cui non  faccio il nome per carità cristiana, tanto è morto, mi odiava al punto che ha detto a un commissario russo che ero un agente della CIA. Alle cinque di mattina, mentre dormivo, mi telefona una ragazza russa che frequentavo e mi dice che quelli del KGB sarebbero passati la mattina presto a prelevarmi con l’accusa di traffico di valuta. Per traffico di valuta si andava tre anni in Siberia. Io ero in albergo con il presidente della United Artists, Ilya Lopert, un mio amico. Era russo. Sono corso nella sua stanza e gli ho detto cosa stava succedendo, e lui fece inviare alle otto di mattina dall’ambasciata americana una limousine con le bandiere perché “devo mandare un nostro ospite all’aeroporto a prendere il nostro aereo charter”. Loro avevano un charter, quando andavano in Russia, sempre pronto a partire. Tre ore dopo ero a Londra e ho deciso che non sarei mai più tornato in Russia. Poi chiesi a Lopert da cosa fosse nata tutta questa cosa. Lui ha fatto un’indagine tramite il Ministro della Cultura e sono venuto a sapere che era stato un italiano, che mi aveva denunciato per invidia».

L’invidia è il male endemico di questo Paese…
«L’invidia è il male endemico del mondo. Qui è associata anche a altre cose».

A cosa?
«Alla delinquenza. Alla disonestà. Al furto. È un paese di ladri… non legge i giornali?  Adesso rubano tutti… non c’è più religione. Non c’è più niente».

Lei ha lavorato a lungo con Sergio Leone, di cui ha salvato il figlio, Andrea: quasi un miracolo, di cui si è parlato molto e che lei ricorda nel suo libro.  Siete rimasti amici con Andrea?
«Andrea è un ragazzo molto introverso, adesso avrà cinquant’anni».

Sergio Leone la considerava il suo angelo custode, comunque.
«Con Leone ho avuto un rapporto molto conflittuale perché io gli ho scritto certi film, gli ho trovato i soldi degli americani e ho fatto diventare ricchi tutti: lui, il produttore e anche me. Gli americani mi davano delle disposizioni: per esempio che il film non fosse più lungo di due ore, perché come tutti i registi lui sbrodava. Allora, quando era il montaggio, volevo che tagliasse delle scene. Ma i registi si innamorano del girato, perciò litigavamo e stavamo tre, quattro mesi senza parlarci. Poi tornava da me, perché aveva bisogno che gli trovassi i soldi. Tornò da me per fare “Giù la testa” e gli trovai anche lì i soldi, poi venne da me quando doveva fare “C’era una volta in America”, poi litigavamo di nuovo. Però era un grande regista. Io lo sottovalutavo, perché era uno che non leggeva niente, non aveva mai letto un libro, però aveva un istinto bestiale per il cinema. Lui era un genio: nell’inquadrare, in tutto. E cresceva: dal primo film che abbiamo fatto migliorava sempre e, se avesse vissuto fino a concludere il suo ultimo film, sono sicuro che avrebbe fatto un capolavoro. Perché era maturato nel tempo: molto l’ho aiutato io, lo martellavo, gli facevo leggere libri, gli parlavo di personaggi. Gli ho fatto leggere “Viaggio al termine della notte” di Céline. Un giorno vide la mia copia “che d’é?”, chiese. “È il più grande libro del Novecento”, gli risposi. “Se po’ fa ’n firme?”, mi disse?  Tutti l’avevano sognato, però… “m’oo dai, che ’o leggo?”. E gliel’ho dato. Non l’ha letto, lo ha fatto leggere al cognato. Poi fu invitato a uno show tv in Francia, L’Invitée de la Dimanche, un grande successo dell’epoca e, fidandosi delle mie intuizioni, si presentò con il libro sotto il braccio, correndo anche un rischio, perché Céline era un genio e ha scritto uno dei più bei libri della letteratura francese, ma poi ha fatto dei pamphlet antisemiti e si è rovinato. Alla fine della guerra volevano fucilarlo, ammazzarlo, è scappato, l’hanno fatto morire di fame. Quindi Sergio correva un rischio. Senonché, durante la rivoluzione del ’68 i ragazzi avevano scelto Celine e io non lo sapevo. Era il loro taumaturgo. I ragazzi sulle barricate a Parigi avevano il libro sotto il braccio. Sergio Leone va allo show e quando il conduttore gli chiese cosa avrebbe voluto fare, lui rispose che il sogno della sua vita era fare “Viaggio al termine della notte”. È successa una rivoluzione! Gli telefonavano tutti lì in trasmissione, “io... io, vengo io!”. I giovani erano impazziti: lì è cominciato il successo in Francia di Sergio Leone».

Fra i suoi premi e oggetti più cari c’è una foto di Pietro Germi con una dedica struggente, “come è triste essere soli”. Che ricordo ha di lui?
«Non ho mai rivelato la ragione per cui ci siamo separati. È volgare, non la voglio incidere. Se lei stacca la macchina gliela dico».

Spengo il registratore. Poi, continuiamo. Lei ha dichiarato “mi sono creato la solitudine respingendo tutti quelli che mi amavano”. Ma è davvero così?
«Non lo so. Io ho un brutto carattere: sono impaziente, arrogante. Credo di aver perso tutti gli amici, non accetto gli inviti, non vado. So che è colpa mia. Non ho uno spirito associativo, sono sempre stato solo. Ho passato quindici Natali da solo a New York. Appena si avvicinava Natale, mandavo regali a mia madre, mia sorella e mio fratello, e poi prendevo un aereo: New York, solo! Senza famiglia, rompiscatole, “tanti di questi giorni”… io e tutte le donne di NY e alé! Abitavo nel più bell’albergo della città, dove avevo un appartamento e andavo in giro in cerca di donne. Questa città è meravigliosa e ho avuto avventure stupende. Questi erano i miei Natali. Non la famiglia, l’alberello, volemose bene e poi dopo giochiamo a tombola».

La sua stessa vita sembra un film. Ha dei rimpianti?
«Rimpiango solo quello che non ho fatto. Ho fatto tutto contro di me, mi sono mangiato dei patrimoni al gioco, ho sbagliato donne, ho perso buoni amici... ma non basta. Dovevo fare di più».

Parliamo del gioco: scrive che per lei è un rimedio per i dolori della vita.
«Il gioco è una delle più grandi emozioni… più di una donna. Anzi, quando io ho avuto una di quelle due tre crisi che un uomo può avere nella vita per una donna, l’unico posto dove non soffrivo più è il casinò. Appena entravo e mi mettevo lì a giocare alla roulette, non me ne fregava più niente. Aveva un potere su di me incredibile. Mi ha dato grandi soddisfazioni e grandi dolori. Negli ultimi dieci anni non sono più andato al casinò».

Le manca?
«È la cosa che mi manca di più. Non mi manca un amore, una donna, non mi manca la mamma. No, mi manca il casinò. Mi manca. Quel rumore delle fiches, la roulette che gira, le emozioni del pieno che esce. Impagabili. Tento di rimediare giocando al superenalotto. Tutte scemenze. Legga Dostoievskij, capirà cosa dico».

Lei è stato attore, sceneggiatore, produttore. Quale ruolo sente più suo?
«Quello che non ho fatto. Tutti volevano che facessi il regista. Lo voleva De Laurentiis, lo volevano alla United Artists, lo voleva Billy Wilder. “Tu devi fare il regista”, dicevano».

Perché non l’ha fatto?
«Perché il regista si deve svegliare alle cinque di mattina. Io la mattina dormo. Perché il regista prende un impegno e poi per tre mesi, o quattro, è legato. Perché il regista deve domare delle belve feroci, che sono gli attori, i quali, se sono importanti, al punto che sono più importanti del film, ti ricattano. Vogliono cambiare, e tu non puoi strangolarli. Devi, diplomaticamente come faceva il povero Fellini, anzi il grande Fellini, dire: “ma no, guarda…”. Io li strangolavo. Non potevo fare il regista ma avrei dovuto farlo, sarei stato un ottimo regista, avrei avuto molto più successo di quello che ho avuto come sceneggiatore. Anche perché sarei stato sceneggiatore dei miei film. Non l’ho fatto per pigrizia e per questo brutto carattere che ho. Non mi faccio ricattare da nessuno».

L’hanno definita il falso bugiardo. Lei si riconosce in questa definizione?
«È una definizione perfetta di Germi. Una volta disse a Age e Scarpelli che raccontavo cose che sembravano false, ma che poi si rivelavano vere. Mio padre era una personalità importante dello sport italiano, e quando ero piccolo vivevo sulle ginocchia dei campioni di cui i bambini si scambiavano le figurine Panini. Nuvolari, Varzi, Miloresi, Borzacchini… erano amici di papà. Bartali, Binda, Coppi… quando andavo a scuola e dicevo “ieri è venuto Nuvolari, e mi ha fatto fare un giro”, era vero. Ma non ci credeva nessuno. Il falso bugiardo: purtroppo da quando ero piccolo ho raccontato delle cose vere e non mi credeva nessuno».

Nel suo libro scrive: “Io quello che afferma Scarpelli non lo discuto mai”. Perché? E che ricordo ha di lui?
«Perché gli ho voluto bene. Perché ho lavorato con lui. L’ho conosciuto nella sceneggiatura de La grande guerra, lavorava con Monicelli. Lui e Age mi sono piaciuti molto, tanto è vero che quando ho venduto “Sedotta e abbandonata” a Germi, e lui voleva mettere i suoi sceneggiatori, ho detto: “Pietro, voglio Age e Scarpelli, ci ho lavorato, credimi, sono i più bravi scrittori che conosco. Fidati di me”. Mi ha creduto e abbiamo fatto la sceneggiatura di “Sedotta e abbandonata”. La stessa cosa per “Signore e Signori”. Io avevo una grande stima per loro, una grande amicizia. Tre giorni prima di morire, Furio mi ha telefonato. Sono stato sette mesi in ospedale, ma adesso sono a casa. Gli avevo detto che sarei andato a trovarlo. È morto tre giorni dopo. Tutti i giornali pieni, Scarpelli, lo sceneggiatore di Signore e Signori, Sedotta e abbandonata… alt, fermi. Vincenzoni, non si nomina. Al punto che tutti i miei amici e parenti mi hanno chiesto, ma li hai scritti tu o no, questi film? Ho detto: quando passano in televisione, vedete soggetto di Luciano Vincenzoni, perché sempre il soggetto è mio. Sceneggiatura di Vincenzoni e Age e Scarpelli. Li ho chiamati io, e sono contento di averli chiamati. Ma lavoravano su mie storie. Nessuno di tutti quelli che scrivono sui giornali italiani si è ricordato di Vincenzoni».

O hanno fatto finta, di non ricordarsene…
«Uno solo: Claudio G. Fava. Sul suo blog. C’è anche una mia intervista di 45 minuti».

Che sia fatto apposta?
«Non lo so. Io sono di un’altra generazione! Quelli della mia generazione mi odiavano perché, scusi l’immodestia, ero bello, avevo le più belle donne del mondo, ero ricco perché guadagnavo quello che volevo, avevo delle Ferrari…».

Non gliel’hanno perdonato.
«Mai. Furio una volta, con affetto, disse a un intervistatore che ero bello e di uno bello non si pensa mai che sia anche intelligente, ma “Vincenzoni è spiritoso, molto acuto”… avrà fatto un po’ di fatica a ammetterlo…»

Squilla il telefono, è un invito.
«Mi invitano e mi chiedono di raccontare storie. Io ne ho tante che non ho scritto, restano così. Cose che ho vissuto, che ho letto, cose che trasformo. C’è una storia di cui mi chiedono il bis ogni volta. Nel ’45, in un giornale, il Momento credo, c’era un raccontino di uno scrittore ungherese che durante la guerra aveva avuto un momento di successo, Tsilae mi pare. Il raccontino però mi ha impressionato, in un modo straordinario, tanto che l’ho ritagliato e me lo sono messo in tasca. Per qualche mese ho raccontato la storia, poi ho perso il ritaglio e ho continuato a raccontarlo reinventandolo io, e sono andato avanti per una vita». Comincia a raccontare. Una storia bellissima che considero un regalo e tengo per me.

Si riconosce nella definizione script doctor?
«Secondo me questa è un’esagerazione degli americani… però so di avere un’immaginazione straordinaria».

La diatriba di Malèna le ha fatto scrivere un durissimo articolo contro il regista del film. Le va di parlarne?
«Gli ho spedito cento fax. Questa è la sceneggiatura (me la porge, ndr), i segni significano che cancello le scene. Leggo le critiche annotate sulla sceneggiatura e leggo i fax di risposta ai messaggi del regista».

Non ha mai ricevuto risposta ai suoi fax?
«Mai! Lui sa che ho ragione. Ho dovuto chiamare degli avvocati e fare una causa. Adesso c’è il mio nome, ma mi vergogno, perché il film è brutto. Lui è riuscito a copiare il mio soggetto, rovinandolo. Io ho esperienza di questo mondo. Tanti anni fa, 50, 60, quando avevo fame, una sera un produttore, si chiamava Franco Villani, mi ha dato da leggere una brutta sceneggiatura. Mi disse di averla pagata trecentomila lire, allora una cinquecento ne costava quattrocentoottanta. Era il film dove ho fatto l’attore. Mi hanno offerto centomila lire al giorno per ventiquattro giorni. Mi diede un acconto, io andai da Rosati e lì c’erano quei tre, quattro miserabili come me. Io ho detto “ragazzi, mi è andata bene. Vi invito tutti a cena, andiamo da Gigi Fazi”. Allora era il ristorante più in di Roma. Siamo andati da Fazi e io ho speso metà delle cinquantamila lire di acconto. Verso le due di notte mi telefona il produttore: “Ma che persona sei? Ti ho fatto un contratto e tu sei andato a cena e hai parlato malissimo del film!”. “Io non sono uno che fa queste cose - replicai - ma chi te l’ha detto?”. Alle prime, non voleva dirmelo. Il giorno dopo andai da Rosati, trovai il produttore e gli intimai di dirmi chi mi aveva calunniato, altrimenti non avrei fatto il film e gli avrei restituito la parte di acconto che mi restava. A un certo punto vidi un tale che aveva partecipato alla cena, nascondersi dietro a un’edicola appena mi vide mentre camminavo con Villani. Capii che era stato lui e lo afferrai per la cravatta. Gli ordinai di dire tutto quello che avevo detto e ritrattò tutte le sue menzogne. Questo è il mondo del cinema. Ho dovuto fare delle lotte tremende, perché sono un uomo leale. Eccomi qua. Ho combattuto. Sempre. A sedici anni ero partigiano!».

Lei cita nel suo libro una frase di Céline: nella vita bisogna attraversare i più grandi dolori per divenire se stessi prima di morire. È d’accordo?
«Eh, sì. Ora sto cominciando a capire chi sono, e sono vicino a morire. Ho attraversato moltissimi dolori. Credi che non mi facciano soffrire i giornalisti quando mi ignorano? Come se non esistessi, nel cinema. Ma io so di essere stato davvero bravo. Tanti anni fa un famoso regista italiano mi chiamò per chiedermi di fargli conoscere Wilder. Lo invitò a cena: vennero a prenderci, eravamo in auto e a un certo punto il regista si voltò e chiese a Wilder: “Perché lei bombarda il Vietnam?”. Billy mi chiese: “Che ha detto?”. Allora gli ho tradotto in inglese e lui disse: “Ho capito. Per piacere, traduci a questo ragazzo: io sono ebreo. Sono scappato dalla Germania nazista nel 1932. Nove persone della mia famiglia, tra cui mio padre e mia madre, sono morte a Mathausen. Io sono scappato in America, dove il cinema americano era in mano agli ebrei. Naturalmente avrei potuto usare questa mia aristocrazia da vittima del nazismo per far carriera. Non l’ho fatto. Dì a questo giovane uomo che non si fa carriera appoggiandosi alle idee politiche: si fa carriera con le proprie capacità con la propria immaginazione”. Ho tradotto e lui è ammutolito».

 

Parliamo di Antonioni…
«Dopo aver fatto “Zabriskie Point” venne in America, a casa mia. Casa mia era il consolato italiano, venivano tutti: Scola, Gassman… normalmente chiedevo: “Chi volete incontrare?”. Conoscevo tutti. Organizzavo una cena e via. Quando l’ho detto a Antonioni, mi chiese di conoscere Wilder. Ho chiamato Billy e gli ho detto: “Qui c’è Antonioni, ti vuole conoscere. Domani sera faccio una cena, vieni?”. “Sì, sì… vengo”. Organizzo la cena e li metto vicini. Wilder, come Cervi, come De Sica, è un uomo che non parla solo di cinema. È estroverso, racconta aneddoti… Antonioni ha lo specifico filmico. Mi metto vicino a loro, mi sentivo responsabile e vedo Wilder che voleva raccontare storie, avventure, sfottere i suoi colleghi. Morale: finisce la cena e io riaccompagno Wilder e la moglie a casa. In auto lui mi dice: “Luciano, mai più, eh?”. Nota bene: Billy Wilder è lo stesso che mi ha detto: “‘Ladri di Biciclette’ e ‘Umberto D.’ una persona seria li guarda in piedi con il cappello in mano”. Mi disse anche: “Pietro Germi è il regista italiano con cui mi identifico di più”.


Pensa davvero che ci siano persone di talento in giro?

«Queste cose accadevano anche al tempo di Fellini… Fellini è un grande. I primi film erano bellissimi, fino a “Amarcord”. Poi ha perso la testa, ha creduto di essere un genio. Ha fatto sei o sette schifezze, spendendo centinaia di miliardi. Con quei miliardi si potevano forse trovare dei giovani registi. Cascano tutti in questa trappola».

Forse è lo stesso ambiente del cinema che porta le persone a diventare piene di sé.
«Sa io come lavoravo? Per esempio un giorno ho incontrato Federico all’angolo di via Po. Io stavo andando in farmacia, lui era lì: “Ah, Lucianino mio…” era molto carino, lui. “Fumi?” Mi chiese. “Sì. Fumo”. “Uhhhhh, fumi… allora ti faccio un regalo”. Entrò con me in farmacia e mi regalò una boccetta di quelle pastiglie di nitro tritolo che, in caso hai un infarto, devi schiacciare fra i denti e ti salva la vita. Una cosa formidabile. Ettore Scola, quando girava quel film “Ballando Ballando” ebbe un infarto, per sua fortuna il cameraman aveva in tasca quelle pastiglie. Federico mi disse di mettere una pastiglia in tutte le giacche e da quel momento ho le tasche piene di queste pillole, anche vecchie. Lui era affettuoso. Lui è morto. E io sono qua. Un giorno attraversavo Piazza di Spagna e in un angolo vidi Elio Petri che parlava con Tonino Guerra. Elio mi disse: “Luciano! Ma tu fumi”. È morto, e io sono qua. Secondo me, le sigarette fanno bene. L’ho detto ieri anche al professore che mi ha operato, ho appena subìto un intervento. Meglio non parlarne».

Adesso come sta?
«Bene, ma prima o poi morirò».

Ma come?
«Ma sì, si muore, che ci vuole… non mi preoccupo. Ho vissuto bene. Uno, poverino, che non ha vissuto bene e muore, insomma è un po’ fregato… io no. La vita l’ho fatta. Siccome adesso non mi diverte, la vita, sono anche contento di andare. Comunque… questo dottore, mentre fumavo, mi ha detto: “Lei Vincenzoni, con queste sigarette…”. Tanto, ormai, tra fumare e fare una passeggiata in Corso Umberto a Roma... il vigile urbano che dirige il traffico a Piazza Venezia… chiunque lavori nel centro storico respirano davvero schifezze. Che non rompano…».

Nella sua scelta di fare cinema, quanto è stata importante sua madre?
«Molto. Mia madre era come me. Era molto fantasiosa. Raccontava storie della sua famiglia, sui suoi parenti, era immaginifica. Mi ha inculcato la voglia di leggere, a cinque anni mi metteva in mano “I Miserabili” di Victor Hugo; Dostoievskji, “Delitto e Castigo”. Ho cominciato a leggere a cinque anni. Devo molto a mia madre».

Sua madre era anche un’appassionata di Rodolfo Valentino…
«E come no… ho cominciato a andare al cinema nella pancia di mamma…».
 
Che tipo di infanzia ha avuto?
«Sono diventato quello che sono e ho scritto perché ho avuto un’infanzia particolare. Se avessi avuto la mammina, quella che ti puliva le ginocchia, quella con il grembiulino, con il fiocchetto, sarei un cretino. Invece mi menavano, mi trattavano come sotto i ponti di Parigi... e ho capito che era bene».

Una storia affascinante…
«È la verità. È così. A sette anni già sapevo che la famiglia era un disastro. Mi sono liberato dai pregiudizi e ho vissuto la mia vita da zingaro».

Forse è questa la strada per essere felici…
«Non lo so. So che si rischia un po’ di solitudine. Ma mica tanto, eh? Perché l’idea di avere una mogliettina… che si è invecchiata e puzza anche un po’… per carità! Invece, quando vado a letto la sera... nel mio lettone: solo! Senza questa rompiscatole che mi viene il mal di testa e mi devo alzare, prendere l’aspirina... sono così contento di essere solo».

Nel libro riporta una battuta di Ava Gardner, quando diceva di bere per morire prima. Forse non voleva vedersi invecchiare…
«Nel libro non vado a raccontare certe cose.  Spegni il registratore, ti racconto un segreto».
Top secret. Proseguiamo.

Mi ripete questo concetto, per favore?
«La vita è stata la mia amante. È la vera amante dei veri uomini. Vieni a vedere…».
Mi porta al suo tavolo di lavoro: una Olivetti (il maestro non usa il pc), lettere, tra cui una di Wilder, fogli, carte, libri. Mi mostra la collezione dei suoi articoli per Il Tempo. Me ne regala due, insieme al dvd che racconta la sua carriera, “Il Falso Bugiardo”. Foto di famiglia. Un soggetto. La storia della guarigione miracolosa, operata da lui, del figlio di Sergio Leone. La storia dei quattro gangster barricati in un lussuoso albergo di Roma e del prozio bandito Checco Bandiera. Sembrano tutti film.
  



UNA VITA SUL SET
Luciano Vincenzoni è uno dei più famosi e stimati sceneggiatori italiani. Ha lavorato, fra gli altri, con Pietro Germi, Sergio Leone, Carlo Lizzani e Mario Monicelli. Amico fraterno del regista Billy Wilder, a lui si devono film come “Sedotta e abbandonata”, “Signore e Signori”, “Il ferroviere”, “La grande guerra”, “Avanti!”, “Un tranquillo posto di campagna”, “Il Gobbo”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono, il brutto, il cattivo”, “Giù la testa”, “Orca assassina”, “Codice Magnum” e tanti altri. È membro emerito del Writers Guild of America.


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