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Sergio Rubini: «Non critico la critica»

Mi scaglio contro chi vuole che il sud rimanga così com'è

Gio 21 Ott 2010 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Un viso che si presta a grandi interpretazioni e piccoli cammei - pensate solo all'ultimo “Genitori e figli” di Veronesi, le sue poche battute sono da incorniciare -, un attore e un regista come Sergio Rubini è difficile trovarlo. Ostico, ma pieno di talento, coraggioso e testardo. Gli piace rischiare e alla regia ancora di più, andando a rovesciare le certezze, sue e di chi lo guarda. E così conquista tutti, critica e pubblico, con “La terra”; si gioca tutto su “Colpo d'occhio” che non ha compromessi e va dritto per la sua strada, per poi giocare con se stesso e i critici stessi con l'irriverente e sentito “L'uomo nero”. Un istintivo che sa razionalizzare i sentimenti assoluti. Con la recitazione e la regia. Sarà per questo che suscita, quasi sempre, emozioni contrastanti. Noi abbiamo seguìto il suo ultimo film, “L'uomo nero”, appunto, dall'uscita in sala del dicembre scorso all'home video.

Sergio, dica la verità, ha voluto prendersi gioco dei critici? Sembra vendicarsi della loro ottusità e dei loro pregiudizi.
«Ecco, questo ci terrei a precisarlo, la mia non è una critica alla critica, lo assicuro. Anche perché il tema della mia pellicola non è l'arte, quanto piuttosto l'amatorialità, la forte passione che può portarti a smarcarti, a emanciparti da una condizione di provincialismo. Così un “uomo negro del sud” può trovare nella biondezza il trampolino per poter uscire fuori dal proprio stereotipo».

Beh, però il film viene dopo “Colpo d'occhio” e anche lì i critici non è che ne uscissero bene!
«In quel film l'attacco c'era. Qui, invece, mi fiondo contro chi vuole che il Sud rimanga così com'è, contro quegli uomini e quell'atteggiamento che congela e addormenta tutto nel Meridione. E poi non vorrei passare per quello che ce l'ha con la critica: a 29 anni ho cominciato a fare il regista, mentre facevo l'attore, e ho sempre letto tutto ciò che si scriveva di me con attenzione. Perché mi sentivo sempre un imbucato e con la critica, quindi, avevo un rapporto importante».

Qui troviamo il tema del ritorno, del cordone ombelicale impossibile da tagliare con le proprie origini, con la propria terra.
«Non scopro niente, è qualcosa di centrale il concetto del ritorno, sin dai Greci. Cos'è il peregrinare di Ulisse se non un lungo e tortuoso ritornare a casa? Anche se devo dire che il mio è un ritorno mentale, perché fisicamente non ho alcuna volontà di tornare nel mio paese natale. è un percorso metafisico all'indietro che ti porta a capire meglio dove si è arrivati, guardando da dove si è partiti».

Nei suoi film, c'è molto della sua vita?
«Sì, direi di sì: se uno non parte da se stesso, cosa può raccontare? Però anche qui bisogna essere onesti: proprio quando qualcosa si fa troppo autobiografico, tu diventi estremamente bugiardo. Perché lì non narri ciò che ti è accaduto, ma ciò che avresti voluto essere, ciò che avresti voluto vivere. Finisci per dire molto più di te, a mio parere, quando parti da ciò che hai dentro, sì, ma per allontanartene».

Lei sa far recitare i suoi colleghi al meglio. L'aiuta il fatto di essere un attore, oltre che un regista?
«Credo di sì, è inevitabile che senta e conosca meglio di altri certe dinamiche, perché le ho vissute e le capisco. E così, per farli e farci lavorare al meglio, li ho riuniti prima della lavorazione. Perché credo che la cosa migliore sia sempre provare insieme, inevitabilmente coinvolge tutti, dai protagonisti ai personaggi secondari. è essenziale, indipendentemente dal livello di confidenza o amicizia che si crea. Queste ultime non sono necessarie: non è una gita vacanze, un film è pur sempre lavoro!».

De Sica ricordava sempre quanto fosse difficile recitare con i bambini. E che è quasi impossibile dirigerli. A giudicare dalla vitalità di Guido Giaquinto lei deve aver sudato sette camicie!
«In effetti, non posso negarlo. Ho visto 12.000 bambini nei provini, e dico solo che Guido era il trecentesimo. Ho voluto vedere altri 11.700 piccoli attori - dice ridendo - perché non volevo sceglierlo: era perfetto per la parte, ma sapevo a cosa andavo incontro. Ho subito capito il tipo, che era più forte di me e io volevo qualcuno più gestibile, che non mi spaventasse e che mi desse più fiducia. Purtroppo per me non ci sono riuscito e così già alla prima giornata di set ho strillato tanto da non avere più la voce. E “L'uomo nero” l'ho girato tutto praticamente afono. Con lui che mi prendeva in giro perché non parlavo bene e ridevo peggio. E diceva che ero io “l'uomo nero”».

Il film sembra una profonda riflessione sul ruolo dei genitori.
«Certamente, anche perché dagli anni ’60 il ruolo dei genitori è cambiato molto. Allora padre e madre erano più autorevoli agli occhi dei propri figli e anche la conflittualità generazionale era molto più forte. I genitori di adesso vivono la stessa contemporaneità dei figli, non sono “vecchi”, hanno il problema di essere i garanti di un film che fa paura, mentre allora erano garanti di un futuro che era una promessa».     



FIGLIO DI UN CAPOSTAZIONE
N ato in provincia di Bari nel 1959, figlio di un capostazione, nel 1978 si trasferisce a Roma per frequentare la Silvio D’Amico, che abbandona dopo 2 anni. Dopo aver recitato in alcuni film, nel 1990 esordisce come regista con “La stazione”, cui seguono “La bionda” (1993), “Il viaggio della sposa” (1997), “Tutto l'amore che c'è” (2000), “L'anima gemella” (2002), “L'amore ritorna” (2004), “La terra” (2006), “Colpo d'occhio” (2008) e “L'uomo nero” (2009).  Recita in “Al lupo al lupo”, di Verdone, “Una pura formalità”, di Tornatore, “L’albero delle pere”, della Archibugi, “Mio cognato”, di Piva, “Manuale d'amore”, di Veronesi, “Commediasexi”, di D'Alatri, “Tutto l'amore del mondo”, di Grandi. 


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