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S, mio figlio autistico. E allora?

E dunque a voi, mamme che vivete una situazione come la mia, voglio dire di avere coraggio e di pensare che i vostri figli non sono anormali: sono speciali

Gio 21 Ott 2010 | di Sara Lava | Io Giornalista

Quando ho portato Derval per la prima volta dal neuropsichiatra infantile, ero certa che mi avrebbe detto di non preoccuparmi, che ero io ad essere troppo pessimista, che il bambino tardava a parlare semplicemente perché era pigro, o forse perché in casa gli parlavamo in due lingue. La diagnosi invece fu di quelle che ti spezzano il cuore, il cervello, l’anima: Autismo. Ho iniziato cosi a salire il Calvario di tutte le mamme che hanno un figlio malato, portandolo nei più svariati centri, quelli in cui i medici osservano senza capire la causa del male e ti danno il responso più straziante: «Non sappiamo né se, né quando, né in che misura guarirà».
L’unica consolazione era parlare con le altre mamme, con le donne che vivevano la stessa situazione già da tempo. Mentre dunque cominciavo a toccare il nucleo, l’essenza del Dolore, sentivo nelle loro parole una speranza infinita, un calore quasi sacro. Ci sono voluti anni per accettare il male. Non il figlio malato, ma il male, perché è di quelli subdoli, che sembrano non avere un senso. E ti chiedi perché Dio si stia accanendo contro un bambino innocente, perché proprio lui, perché il tuo, come se esistessero altre mamme che “meritano” un dolore del genere più di te... Ma anche la fase dei perché fa parte del percorso che si deve affrontare. Dopo viene quella in cui si cerca per forza di trovare un colpevole, non capendo che questa è una malattia e non il risultato della cattiva educazione ricevuta da una mamma troppo giovane ed inesperta. Ma è quando cominci a sentir mormorare intorno a te frasi del tipo: «Che peccato però, un così bel bambino… Per fortuna il mio invece è anche intelligente!» che inizi a risalire la china. Guardi negli occhi tuo figlio e dietro ci trovi un mondo, il solo mondo in cui lui sia felice. E allora capisci che soffrivi perché eri egoista, perché tuo figlio non è come tu e la società lo vorreste. E quando conti i suoi sorrisi e ti accorgi che sono centinaia ogni giorno, ti dici che la sua serenità sarà anche la tua. Cosa succederà quando io e mio marito non ci saremo più? Per adesso non ci penso, ché ogni giorno ha i suoi affanni. Ma credo che ad un certo punto cercherò una casa-famiglia dove potrà vivere tranquillo con persone simili a lui. A me, che ho vissuto in collegio gli anni più belli della mia vita, non spaventa l’idea della dimensione comunitaria degli “istituti”.  Mi spaventa di più il buio che leggo ogni giorno negli occhi della gente. 


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