acquaesapone Zona Stabile
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

La rivoluzione della libertà

Giuseppe Maria Gnagnarella, i bambini, i giovani e la solidarietà per costruire la vera rivoluzione

Gio 21 Ott 2010 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
Foto di 5

Nel pressante assedio mediatico al quale siamo sottoposti, traspaiono sempre più chiaramente la volgarità e la falsità di un’informazione manipolata spacciata per verità. Giuseppe Gnagnarella, da trent’anni giornalista radio televisivo nonché professore universitario e scrittore, dopo aver raccontato le società e i conflitti di tutto il mondo, ha capito che la vera rivoluzione viene dalla libertà interiore, l’unica che permette veramente di comunicare ed amare. 

Tra radio, televisione e università lei ha dedicato la sua esistenza al giornalismo. Che cosa rappresenta per lei questa professione? 
«Per me il giornalismo è una passione, ma soprattutto una vocazione che ho avuto fin da giovanissimo. Sono stato molto fortunato per aver incontrato dei grandi professionisti che, già quando scrivevo a Il Messaggero, mi hanno insegnato moltissimo. Ma la fortuna più grande è stata quella di aver potuto svolgere la professione di giornalista in modo libero all’interno della RAI, prima alla radio, poi in tv ed ora anche come Capo Ufficio Stampa di Rai Due. Quest’ultima è un’esperienza nuova che sto vivendo con grande entusiasmo, resa ancora più stimolante dal rapporto con il direttore Massimo Liofredi, una persona molto creativa che lascia ampia libertà alla sperimentazione di nuovi linguaggi e nuove forme di comunicazione».

La Rai riesce ancora ad essere fedele al suo ruolo di servizio pubblico?
«Credo di sì. La nostra azienda ha avuto la capacità di essere sempre contemporanea, rappresentando la modernità e interpretando il senso di marcia della nostra società. Inoltre, con la recente introduzione del digitale terrestre, la Rai ha ben tredici canali che garantiscono un’offerta molto ampia e variegata. Non possiamo essere nostalgici della grande Rai degli anni ’60; la tv di prima, molto pedagogica, ci appare la migliore possibile, ma oggi non riusciremmo a guardarla neanche per mezz’ora. Le esigenze e il ritmo della televisione attuale sono molto diversi, portati dall’ingresso della tv commerciale e da un modo di vivere profondamente mutato: ormai con cento euro al mese ci promettono di comprare tutto… compresa la felicità». 

Ha dedicato i suoi due ultimi libri alla Rai, approfondendone il legame con la politica. Come si è evoluto nel corso degli anni? 
«Il mondo politico è sempre stato molto interessato alla Rai, nella convinzione, a mio avviso solo parzialmente vera, che la televisione influenzi fortemente i risultati elettorali. L'ingerenza della politica in tv è aumentata sensibilmente dal 1994, in concomitanza con la vittoria di Silvio Berlusconi alle elezioni. Lui inaugurò un nuovo uso della tv, fondando un partito politico in pochi mesi e promuovendolo sul piccolo schermo, sfruttando anche le dichiarazioni di voto di molti personaggi famosi. In quell’occasione ci fu un uomo televisivo che diventò politico, ora sono i politici a voler diventare uomini televisivi».

Come è cambiata l’informazione dalla cosiddetta “fine della prima Repubblica”?
«È cambiata troppo, con una forte diminuzione dell’indipendenza: oggi spesso un giornalista appartiene a un personaggio politico, mentre prima si faceva riferimento ad una area politica. L’avvento di Berlusconi ha portato a una forte personalizzazione della lotta politica, ed oggi, in tutti gli schieramenti, bisogna appartenere a qualcuno. Ma anche molti industriali e personaggi potenti si comportano allo stesso modo; questo senso di appartenenza non lo accetto. Credo che non sia mai finita la prima Repubblica, stiamo vivendo solo la sua degenerazione».

Secondo un’indagine dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, circa il 70% degli italiani considera bugiardi i nostri operatori dell’informazione. Cosa ne pensa?
«Abbiamo perso la fiducia degli italiani perché abbiamo rinunciato alla parte più importante, quella di testimoniare giorno per giorno che eravamo fedeli al pubblico più che a noi stessi o agli interessi di altri. Gli ascoltatori e i lettori si accorgono subito se c’è questo rispetto oppure se il cronista si è venduto, magari per fare carriera. Le pagine dei giornali, soprattutto quelle politiche, invece di contenere il racconto e la cronaca degli avvenimenti sono piene di retroscena, che è il modo del cronista per sentirsi dentro il palazzo dei potenti: il lettore interpreta questo come segno che il giornalista è colluso con il sistema. Non siamo più cani da guardia del potere, siamo diventati cani da salotto».

Cosa c’è dietro questo immiserimento sociale e culturale?
«Ci sono vari fattori, ma soprattutto ritengo ci sia una grande presunzione. E non solo da parte dei giornalisti: è evidente anche la presunzione d’impunità della quasi totalità della classe politica, alla quale fa da contraltare la presunzione di molti operatori della finanza e dell’economia, convinti di essere al di sopra di tutto e di tutti. Questo atteggiamento sta mietendo moltissime vittime e ne farà ancora, fino a quando continueremo ad occuparci più dell’apparire che dell’essere, senza avere occhi per il domani. Il successo immediato ci riempie, magari ci appaga, ma intorno a me vedo sempre più persone insoddisfatte, frustrate e piene di complessi. La società di oggi ci appare molto lassista, edonista, materialista, ma è anche capace di donarsi, con delle positività che non vediamo e non conosciamo perché non vanno in prima pagina». 

Un giornalista può restare veramente libero ed onesto?
«Solo se la libertà ce l’ha dentro, nell’anima. La libertà non è la possibilità di fare e dire quello che si vuole, ma è la capacità di affermare il vero rispettando gli altri. In ogni caso, anche di fronte a qualche inevitabile compromesso, il limite da non superare è la disonestà intellettuale, rinunciando alla propria identità e alle proprie idee: se si vuole fare giornalismo militante, l’appartenenza deve essere chiara». 

Le nuove tecnologie possono contribuire a migliorare la qualità dell’informazione?
«Internet e i blog hanno accresciuto enormemente la possibilità di esprimersi e potranno contribuire a concretizzare la rivoluzione della libertà, ma richiedono un pubblico consapevole ed acculturato che ancora non c’è. Realizzare una comunicazione rispettosa della persona e della verità richiede molta costanza e perseveranza nel tempo, necessarie per sfondare il muro dell’indifferenza: con la stampa è sempre più difficile, mentre credo che il mezzo migliore per farlo resti la radio».

Chi è il comunicatore più rivoluzionario che ha conosciuto?
«Facendo il vaticanista per alcuni anni, ho avuto la grande fortuna di seguire da vicino Papa Wojtyla: lui era una forza della natura senza pari, un vero rivoluzionario all’interno della rivoluzione che il Cristianesimo sempre porta. Comunque, la nascita di ogni bambino è un atto rivoluzionario: poi da ragazzo, intorno ai venti anni, si acquisisce una maturità sovversiva che ha potenzialmente la forza di modificare e migliorare la realtà intorno a noi. Per questo dedico tanto tempo all’insegnamento universitario: mi permette di aprirmi al mondo e di diventare un giornalista migliore».

Qual è la sua esperienza spirituale?
«Sono nato in una famiglia molto credente e praticante: mia madre era responsabile nazionale delle donne francescane. Ho sempre cercato di tenere viva la mia fede e tuttora continuo il mio percorso insieme ad altri amici dell’Opus Dei. Anche quando sono stato meno attivo spiritualmente, la mia formazione cristiana ha sempre guidato la mia professionalità: la concreta testimonianza quotidiana del rispetto di ogni persona è l’unica cosa che conta, soprattutto in un ambiente come quello dei mass media dove ci sono molta prevaricazione e lottizzazione».

La ricerca della coerenza morale e deontologica ha condizionato il suo percorso professionale?
«Soprattutto negli ultimi anni, ho dovuto fare delle scelte che hanno penalizzato il mio sviluppo professionale. In modo sempre più esplicito, la valutazione delle competenze giornalistiche è stata condizionata all’accettazione di troppi compromessi con la politica e i cosiddetti poteri forti. Non potevo accettarlo, ma sinceramente non mi sento un martire: mi è stato abbastanza facile rinunciare a qualche poltrona, anche perché avevo già raggiunto il massimo della carriera con un buono stipendio».

Su cosa puntare per sperare nella rinascita del nostro Paese?
«Come già diceva San Paolo, se non ci apriamo alla Carità, all’attenzione verso chi soffre, tutto perde di significato. Questo non vuol dire che dobbiamo diventare tutti benefattori o assistenti sociali, ma è evidente che solo questi valori possono rinnovare la società e la politica. Sono quegli stessi valori che spingono ad essere santi, cioè ad impegnarsi per porre gli altri al primo posto rispetto a se stessi, mettendo da parte il proprio io. In Italia c’è un Terzo Settore vivacissimo, nel quale operano persone molto formate che vivono ogni giorno questo impegno di solidarietà. Il Terzo Settore è l’unico elemento potenzialmente rivoluzionario della nostra società ed è giunto il momento che esca allo scoperto per fare politica, anche attraverso la formazione di nuovi partiti. I mass media possono svolgere un ruolo importante in questo rinnovamento, ma, soprattutto, c’è bisogno che le persone di buona volontà si aiutino per far rinascere il nostro Paese». 




INFORMAZIONE, FORMAZIONE, SOLIDARIETÀ
Giuseppe Maria Gnagnarella, nato a Lanciano (Ch) il 29 ottobre del 1950, in trenta anni di carriera giornalistica nella Radio Televisione Italiana, ha ricoperto molti importanti ruoli, tra i quali capo redattore politico, inviato di guerra e vaticanista; attualmente è a capo dell’Ufficio Stampa di Rai Due. Tra i vari riconoscimenti ricevuti, segnaliamo il premio giornalistico Penne pulite (edizione 1999). Insegna “Stili di scrittura giornalistica” e “Metodologia del linguaggio televisivo” nelle Università di Roma, Cassino e Sora. Sposato con la signora Gabriella, conosciuta ai tempi del liceo, ha due figli che vivono in Inghilterra ed in Australia. Attivo nel mondo della solidarietà è stato tra i fondatori della ong Ai.Bi. (Amici dei Bambini). Ha appena pubblicato il suo ultimo libro intitolato  "Storia politica della Rai 1945–2010" (Ed. Textus).


Condividi su:
Galleria Immagini